Rialzarsi dopo una caduta. Il riscatto. È un gesto fisico a volte istintivo, quasi scontato. Come per un bambino che sta imparando a camminare, per un calciatore dopo un contrasto di gioco senza serie conseguenze. È un atto all’apparenza del tutto naturale, genuino e quindi semplice da compiere.

 

La vita frenetica e il suo inevitabile susseguirsi di attività ci impone di rialzarci prontamente, per ragioni economiche e sociali, per non far perdere valore alle nostre azioni, per non distogliere lo sguardo dagli obiettivi su cui abbiamo investito tempo e denaro per anni. Automi sempre in movimento, produttivi ad ogni costo nonostante le circostanze avverse. Far finta che nulla possa farci stare per terra più di quei pochi secondi fisiologicamente necessari per rimettersi in piedi, forti delle nostre certezze costruite da ripetute e consolidate normalità quotidiane. Sentirsi convintamente invincibili.

 

Ma è davvero così scontato riuscire a rialzarsi dopo una caduta? E se d’un tratto quelle certezze che hanno piacevolmente accompagnato la nostra vita iniziassero a venir meno? Gli eventi negativi, improvvisi o inevitabilmente ripetuti nel tempo, possono d’un lampo sgretolare le fondamenta della nostra esistenza. È così che l’atteggiamento positivo e grintoso lascia spazio alle paure più remote. È così che subentrano insicurezza, pessimismo e mancanza di fiducia nel domani.

 

Inutile girarci intorno: il Covid-19 ha stravolto le nostre abitudini, anche le più scontate.

 

La severità della patologia e l’elevato rischio di contagio ci hanno costretti alla quarantena, al distanziamento sociale e all’adozione di modalità di protezione. La paura dell’infezione, l’esperienza (diretta o indiretta) della malattia, la lontananza dagli affetti più cari e la preoccupazione per il loro stato di salute, la chiusura di attività lavorative o il rischio di perdere l’occupazione: sono tutti fattori di fronte ai quali essere ottimisti può richiedere sforzo e fatica. E riuscire a rialzarsi da questo stato di angoscia non è poi così scontato.

 

Siamo nel bel mezzo di una pandemia il cui andamento per gli anni a venire è tutt’altro che noto. Il ritorno alla normalità è al momento un’utopia. In questo scenario, trovare immediatamente stimoli e motivazioni per pianificare il proprio futuro può sembrare difficile. E forse, più che fare grandi progetti, occorre innamorarsi nuovamente della vita. Ripartire dalle piccole cose. Riscoprire e riaccendere le passioni che i ritmi frenetici della società contemporanea hanno placato.

 

Riguardare le gesta sportive degli eroi della propria infanzia, per poi scoprire che anche le loro vite sono state costellate da momenti difficili, infortuni e scelte sbagliate. Intoppi dai quali sono riusciti a risollevarsi, per ritornare a splendere anche quando tutto sembrava perduto. Storie di rinascita di grandi campioni della storia dello sport che hanno saputo riaffermarsi dopo periodi di crisi professionale e personale. Per farne una sorta di “elogio del riscatto”, per comprendere che, anche nei bassifondi del proprio inferno personale, ogni difficoltà è superabile.

 

 


Alessandro Del Piero


 

 

Nel maggio del 1998, Alessandro Del Piero ha il mondo calcistico italiano ai suoi piedi. Ha 23 anni, nel palmares tre scudetti, una Champions League e una Coppa Intercontinentale. In quella stagione ha segnato 32 reti, è uno dei più seri candidati al Pallone d’Oro, la finale di Champions contro il Real Madrid e il Mondiale in Francia lo attendono, da protagonista più atteso. Con la possibilità di consacrarsi definitivamente. Ma nel secondo tempo della finale un banale quanto fastidioso stiramento alla coscia inizia a limitarlo fortemente. Perde la finale con la sua Juventus senza incidere.

 

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Del Piero festeggia insieme a Vieri il gol del vantaggio con la Norvegia, Francia 98 (foto Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

 

Il Campionato del Mondo è alle porte, ma Del Piero è fuori forma. E infatti le sue prestazioni al Mondiale si rivelano quasi nulle. È tra i maggiori imputati per l’eliminazione ai quarti contro la Francia. Quello che doveva essere il suo Mondiale si è rivelato un flop. Non resta che iniziare una nuova stagione, per lasciarsi alle spalle le ultime cocenti delusioni. E Del Piero sembra pian piano tornare in forma, mantenendo con le sue giocate la Juventus in testa alla classifica della Serie A.

 

Ma quando il peggio sembra passato, arriva la prova più difficile. Nei minuti di recupero della trasferta contro l’Udinese, Alex fa uno scatto sul limite sinistro dell’area di rigore per calciare. Nello stesso momento, un difensore avversario lo ostacola in scivolata. Il risultato dell’azione è tremendo: lesione del legamento crociato anteriore e posteriore. Del Piero è in lacrime, viene portato fuori dal campo in barella. Lo attendono un intervento chirurgico negli Stati Uniti e 9 mesi di stop. Una mazzata, nel pieno della maturazione calcistica. Una volta ristabilitosi e rientrato in campo, le sue prestazioni non convincono a pieno.

 

La classe è rimasta intatta, ma manca quella esplosività fisica dirompente che lo aveva reso il faro del calcio italiano. I gol su azione si contano sulle dita di una mano, ma viene comunque convocato per gli Europei del 2000, pur non da titolare. In finale contro la Francia, Alex si ritrova tra i piedi due ottime occasioni per chiudere il match e regalare alla Nazionale la vittoria di un titolo che manca da 32 anni. Ma le spreca entrambe malamente. La Francia rimonta e vince per 2-1, le critiche nei confronti di Del Piero sono feroci. L’inizio della stagione seguente lo vede ancora appannato e sempre più volte in panchina.

 

I giornalisti della carta stampata continuano a criticarlo senza sosta.

 

Nessuno di loro probabilmente è a conoscenza del dramma interiore che Alex, a soli 26 anni, si trova ad affrontare: il padre, a cui è legatissimo, è gravemente malato e si sta pian piano spegnendo. Si arriva al match Bari-Juventus, febbraio 2001. Il padre di Del Piero è venuto a mancare da pochi giorni, e Alex siede, all’apparenza impassibile, in panchina. Sembra non avere voglia di essere su un campo di calcio, ma nel secondo tempo il mister Ancelotti lo fa entrare, e d’un tratto il corso degli eventi prende una piega diversa.

 

Controllo di palla sulla fascia sinistra, ingresso in area, dribbling secco sul difensore avversario e dolce pallonetto sull’uscita del portiere. Un gol stupendo, una esultanza rabbiosa e un pianto liberatorio. D’un tratto Del Piero sembra tornato quello precedente all’infortunio. E non è un’illusione: Del Piero è rinato. Seguono altri tre scudetti, il titolo mondiale del 2006 con sua marcatura nella storica semifinale contro la Germania, il titolo di capocannoniere della Serie A nel 2008 e la doppietta al Bernabeu contro il Real Madrid con standing ovation dei tifosi madrileni all’uscita dal campo. Una carriera da sogno, che tre anni di critiche e di sofferenze non hanno saputo spegnere.

 

 

In apertura di sintesi, lo straordinario gol di Alex Del Piero

 


Francesco Acerbi


 

 

Francesco Acerbi viene acquistato dal Milan nell’estate del 2012. È un promettentissimo difensore centrale, solido e arcigno. Viene da due annate straordinarie per sicurezza e continuità di rendimento, con la Reggina in Serie B e con il Chievo in Serie A. A 24 anni, ha “l’occasione della vita”: iniziare la stagione da titolare, con la maglia che fino all’anno prima è stata di Nesta, nel club che nel 2012 è ancora “il più titolato al mondo”. Ma sfruttare a pieno le occasioni che la vita concede non avviene sempre, per mancanza di fortuna o dell’attitudine necessaria a raggiungere grandi traguardi.

 

“Mia madre mi ha educato alla bontà, mio padre mi ha trasmesso la tenacia e l’ambizione. Ho sempre avuto bisogno di un avversario per dare il massimo, l’ho idealizzato per molto tempo nella figura paterna. Dopo la morte di mio padre sono precipitato e ho toccato il fondo”.

 

Il padre di Acerbi muore pochi mesi dopo il suo approdo al Milan. Francesco è disorientato, inizia a perdere la grinta e gli stimoli che gli avevano permesso in pochi anni di arrivare fin lì. La sua vita fuori dal campo è tormentata, disordinata. Si lascia sedurre dalla mondanità di Milano (“Mi sono messo a bere, bevevo di tutto”). Perde la titolarità in seguito a prestazioni opache e finisce ai margini della rosa nel giro di 3 mesi. Viene ceduto prima al Chievo e poi al neopromosso Sassuolo.

 

Tre squadre nel giro di un anno, la grande occasione sprecata al Milan e la perdita delle certezze su cui la sua giovane carriera si era sviluppata. Acerbi vuole mettersi alle spalle una stagione da dimenticare e si presenta alle visite mediche di inizio della nuova stagione, per riprendere in mano il proprio talento e rimettere la propria vita sui binari giusti. Ma le difficoltà dell’ultimo anno non sono altro che il preambolo a una sfida ben più ardua. Durante i controlli i medici del Sassuolo si accorgono di alcune anomalie e sottopongono Acerbi ad accertamenti che determinano una diagnosi spietata: tumore al testicolo sinistro.

 

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L’esultanza di Acerbi dopo l’ultimo gol nel derby (foto Marco Rosi/Getty Images)

 

Francesco viene operato d’urgenza. L’intervento è perfettamente riuscito, si può guardare con ottimismo al prosieguo della carriera. Acerbi riprende a giocare, ritrovando la titolarità, ma pochi mesi dopo risulta positivo alla gonadotropina corionica ad un controllo antidoping. Non si tratta di assunzione di sostanze vietate: è una recidiva del tumore.

 

“Ho fatto 4 cicli di chemioterapia, esperienza che mi ha fatto crescere, perché accanto a me ho visto tante persone che soffrono. La malattia mi ha fatto riflettere su tanti aspetti della vita e mi ha dato la forza di ritornare in campo”.

 

È qui che Acerbi ritrova la grinta perduta: lotta contro il male, lo sconfigge e torna a giocare. Col talento di sempre, ma più forte di prima. Si conquista il posto da titolare inamovibile nel Sassuolo e disputa 149 partite consecutive tra campionato e coppe, quasi un record di continuità. Adesso, Acerbi è il pilastro della difesa della Lazio in lizza per lo scudetto, e uno dei più forti difensori italiani. La malattia, invece di stroncarlo, lo ha rimesso nel giusto cammino.

 

 


Ivan Basso, il riscatto della dignità


 

 

Nel maggio del 2006, Ivan Basso ha conquistato il Giro d’Italia, da dominatore. È la sua prima vittoria in una grande corsa a tappe, arrivata a 28 anni dopo un lungo e scrupoloso percorso di maturazione professionale che lo ha visto passo dopo passo scalare le gerarchie e le classifiche. Di lì a un mese l’inizio del Tour de France, in cui Basso è il protagonista più atteso, il favorito numero uno. Ivan è all’apice della carriera, nessun avversario e nessun evento sembra poter arrestare la sua ascesa.

 

Ma alla vigilia del Tour esplode in tutto il suo clamore la Operacion Puerto, uno scandalo sportivo nel quale diversi atleti di livello internazionale vengono accusati di far uso di sostanze dopanti. Tra loro, anche Basso, il quale viene escluso dall’organizzazione di corsa prima della partenza del Tour. Il ciclista varesino si trova improvvisamente nel tritacarne mediatico, nella polvere. Il suo sogno di realizzare la storica accoppiata Giro-Tour si è infranto in un brusco risveglio, la sua immagine offuscata in un attimo. Una nube minacciosa si abbatte sulla sua carriera. E gli sviluppi delle indagini lo inducono ad una inevitabile confessione, a cui seguono due anni di squalifica.

 

La sua squadra lo scarica, i giornali mettono in discussione anni di sacrifici e risultati. Basso si rinchiude tra i suoi affetti, per ritrovare sé stesso prima ancora che la voglia di rimettersi in sella ad una bici. Senza corse, senza squadra, e senza credibilità: è dall’assenza di quest’ultima che il varesino riceve la scossa per dare una seconda vita alla sua carriera. Basso capisce che, per tornare ad essere un campione, una semplice ripresa degli allenamenti non basta. Serve qualcosa in più.

 

ivan basso tour de france

Ivan Basso al Tour de France nel 2012 (foto Bryn Lennon/Getty Images)

 

Serve ricostruire la fiducia dei tifosi attorno alla sua figura. Per far ciò, si affida completamente alla preparazione di Aldo Sassi, uno dei simboli del ciclismo pulito. Senza alcuna certezza sul suo ritorno alle corse, si allena con ancor più scrupolo di quanto già fatto negli anni precedenti. Sul suo sito, pubblica costantemente i dati relativi ai suoi parametri sanguigni, per dimostrare la massima trasparenza e la rinuncia a qualsiasi forma di doping. Si tratta del “percorso di espiazione”, come lui ama definirlo: pagare per i propri errori, scontare i debiti col passato, sudare per riconquistarsi la dignità.

 

La gloria, la caduta fragorosa, la faticosa risalita. Quello che caratterizza la fragile esistenza umana. Rialzarsi dalle sconfitte e dalle umiliazioni. Rialzarsi, o fermarsi per sempre. In mezzo, la sofferenza, necessaria compagna di viaggio nella strada verso il riscatto. E, soffrendo, Basso si rialza. Torna a gareggiare nel 2009, al termine della squalifica. Non si lascia scalfire dalle critiche e dai dubbi sul suo conto scaturiti da un rientro privo di vittorie, e l’anno successivo conquista il suo secondo Giro d’Italia. Dimostrandosi più forte dei propri errori.

 

 


Jury Chechi e Niccolò Campriani. Il riscatto olimpico


 

 

Le Olimpiadi sono la celebrazione massima dei cosiddetti “sport minori”, quelle discipline che storicamente non riescono a generare seguito e introiti paragonabili agli sport più in voga ma che ogni 4 anni ricevono la meritata ribalta internazionale grazie alla manifestazione a 5 cerchi. Per i campioni degli sport minori, la grande occasione di vincere le Olimpiadi passa ogni 4 anni. Anni di allenamenti, sacrifici e rinunce in funzione di un unico appuntamento. O la vittoria di una medaglia olimpica, o il nulla.

 

Jury Chechi e Niccolò Campriani sono due grandi campioni, rispettivamente delle specialità degli anelli e del tiro a segno. Chechi è il grande favorito alla vigilia delle Olimpiadi di Barcellona del 1992, dopo anni di dominio a livello internazionale. Ma quindici giorni prima dell’inizio delle gare, durante uno degli innumerevoli allenamenti che avevano caratterizzato il suo percorso di avvicinamento all’appuntamento olimpico, si rompe il tendine d’Achille della gamba destra. Di colpo, dopo anni di preparazione, il sogno olimpico svanisce.

 

Campriani, invece, riesce a partecipare all’Olimpiade di Pechino del 2008. È giovane, non è il favorito numero uno ma conduce una gara pressoché perfetta: 59 colpi di altissimo livello, soltanto un ultimo colpo a separarlo da una probabile medaglia d’oro. Ma all’improvviso nel meccanismo perfetto di Campriani qualcosa si inceppa: i battiti iniziano ad aumentare sempre di più, il braccio trema, il bersaglio un puntino sempre più lontano e instabile. 3,34 millimetri separano il suo ultimo colpo dal centro del bersaglio: è la distanza tra un punteggio di 10 e un 8. E l’ultimo colpo da 8 lo fa sprofondare in dodicesima posizione.

 

A 3 millimetri dall’oro, ma fuori dalla zona medaglie.

 

Anche qui, dopo anni di sacrifici, il sogno svanisce. Occorre aspettare altri 4 anni per una nuova possibilità. Ripartire da zero, nell’anonimato, dopo essere stati a un passo dalla gloria. Chechi e Campriani trovano l’umiltà per buttarsi a capofitto nella nuova avventura. Entrambi si presentano alle successive Olimpiadi. Di contro, avversari ancora più agguerriti. Serve la perfezione per sperare in una medaglia, ma, stavolta, non ci sono infortuni o inibizioni psicologiche. Niente può fermarli. Ed entrambi vincono l’oro. Continuare a credere nel sogno olimpico nonostante le cocenti delusioni è servito. Perché “la vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia”.