L’epilogo è la parte migliore della vicenda, per fortuna. Si è corso, velocemente, per evitare un’indegna figura allo sport italiano, ossia quella di andare a Tokyo senza la possibilità di essere rappresentati sotto il tricolore. Si è corso, velocemente, per ridefinire i confini politici senza che ci fossero invasioni di campo. Lungo l’asse destra-sinistra tutti a gridare, ora. Ognuno che teneva a ricordare quanto un’onta del genere sarebbe stata ricordata per sempre, ora. Eppure di tempo per mettere mano a una riforma nata male e dalle conseguenze disastrose ce n’è stato a sufficienza.

 

 

Il CIO di Losanna dal 2018, anno in cui la riforma è stata varata dal governo Conte I – quando il giallo e il verde erano colori estremamente alla moda – chiedeva che si applicassero delle modifiche. Due, per la precisione: i finanziamenti governativi da destinare al Coni e la sua indipendenza totale. E fortunatamente sono arrivate, allo scadere del Conte bis, soltanto poco prima che il premier si recasse al Colle per presentare le dimissioni, nel peggior stile italiano.

 

Il Premier dimissionario Giuseppe Conte ha visto giorni migliori (Ph Alastair Grant – WPA Pool/Getty Images)

 

 

Il Parlamento ha approvato un decreto con il quale viene sancita l’indipendenza del Coni, garantendone l’autonomia sul personale, nel senso di pianta organica e non subordinata a una mini S.p.a., e sugli asset. Con la riforma Giorgetti – Valente (leghista il primo, grillino il secondo), era stata creata una nuova società, Sport e Salute, dipendente dal Ministero dell’Economia, che aveva preso il posto della Coni Servizi, che rispondeva interamente al Comitato Olimpico italiano.

 

E qui, la prima violazione dell’articolo 27 della Carta Olimpica, dove si legge chiaramente come i CNO (Comitati Olimpici Nazionali) non debbano subire pressioni dal mondo politico, economico e religioso. Il secondo nodo era direttamente legato a tale situazione di dipendenza.

 

Mentre prima della riforma il Coni riceveva dal Governo finanziamenti pari o superiori a 408 milioni di euro, dal 2019 questa somma viene redistribuita in 368 milioni alla Sport e Salute e circa 40 milioni al Coni. Il presidente Giovanni Malagò, membro del CIO, da mesi si muove per trovare una soluzione politica. “La legge è ok, l’autonomia è salva”, ha detto sfinito al presidente Thomas Bach.

 

 

Lui, ex schermidore tedesco e alla guida del CIO dal 2013, si è detto felice della soluzione trovata dal nostro Governo, perché il rischio di una sanzione nei nostri confronti era alto, quasi certo. Da buon amico qual è del nostro paese, ci aveva avvertito della possibilità di ripercussioni pesanti qualora non fossimo rientrati nei paletti imposti dalla Carta. E noi, ringraziando, avevamo promesso di occuparci della questione quanto prima.

 

 

«Il CIO non chiede nulla di diverso da ciò che il governo italiano si è sempre impegnato di fare, per la prima volta il 24 giugno 2019 quando l’Esecutivo ha firmato l’host city contract per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026», aveva dichiarato lunedì Malagò in videoconferenza di fronte le Commissioni riunite VII, VIII e IX della Camera dei Deputati. «Ci siamo ridotti così perché la società Sport e Salute, diventata emanazione del governo, nel frattempo non ha scorporato le funzioni del Coni: pianta organica e asset», ha continuato il numero uno di piazza Lauro De Bosis.

“Nell’ambito delle sue funzioni, il Coni non può dipendere da una società del governo. Credo che c’è la volontà di sistemare la situazione ma per colpa della politica questo discorso in 25 mesi non è stato risolto”.

Thomas Bach in occasione dell’annuncio dei Giochi di Milano-Cortina 2026 (Ph Robert Hradil/Getty Images)

 

 

Da più di due anni, il governo – che nel frattempo ha abbandonato il verde per passare al rosso – ha sorvolato su una problematica che avrebbe inflitto all’Italia un danno politico, sportivo, economico e di immagine difficile da giustificare. Non solo la vergogna di lasciare senza rappresentanza atleti che da anni si sacrificano per arrivare pronti a questo evento, tradendo le loro aspettative e ridimensionando il loro sogno, ma anche il rischio di veder sfumate le Olimpiadi invernali di Milano e Cortina del 2026.

 

“Il premier Conte si era impegnato formalmente con il presidente Bach quando c’è stata l’assegnazione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. La situazione è chiarissima. Il comitato esecutivo valuterà”, aveva avvertito il presidente dell’Asoif, nonché ex membro del CIO, Francesco Ricci Bitti, anch’egli intervenuto durante la videoconferenza.

 

Come a dire: mentre ci era stata tesa una mano dai vertici di Losanna noi, con prosopopea, ci siamo girati dall’altra parte. Bitti, uno dei più speranzosi sulla firma del decreto, aveva però ammonito: «l’Italia è fuori dalle regole della Carta olimpica da due anni e quindi anche la pazienza della gente che in generale cerca soluzioni e non sanzioni è alla fine e quindi è sanzionabilissima». Insomma, saccheggiando l’umorismo di Woody Allen, il prete può anche pregare affinché il pugile non muoia sul ring, ma se tirasse qualche cazzotto sarebbe meglio.

 

 

Le possibilità a cui siamo andati pericolosamente incontro erano due: sanzione oppure una condizionale. Con quest’ultima, la magnanimità avrebbe invaso le strade di Losanna e avrebbe fatto propendere il CIO per un ulteriore rinvio della questione, prendendo atto della grave incertezza politica che in queste ore caratterizza il nostro Parlamento.

 

“Certo in due anni c’era tempo sufficiente e questo giustifica lo spazientirsi delle autorità del CIO che mai avrebbero immaginato di dovere prendere dei provvedimenti verso un comitato olimpico storico come il nostro”, conclude il presidente dell’Asoif.

 

La pericolosità della questione riguarda la mancanza di rispetto, di responsabilità (sic!), nel comprendere quanto male avrebbe causato una sanzione del genere. Siamo stati salvati dalla vergogna della figuraccia planetaria, ma non dalla capacità di risolvere un problema e di dare dignità a quasi duecento atleti; anzi, abbiamo dato ancora una volta prova di un’improvvisazione che, a certi livelli, inizia a diventare inspiegabile e dunque inquietante.

 

Alla fine l’ha spuntata lui, ancora una volta. Qui siamo stati molto critici verso Malagò, e anzi speravamo che la riforma dello sport modificasse alcune contraddizioni strutturali di un sistema quasi clientelare: ma almeno Malagò, al contrario del governo, ha dimostrato di avere idee molto più chiare (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

 

 

Come dimostrato dai fatti, potere è volere e il ridicolo dell’intera storia è essersi ridotti al gong della campana. Il richiamo alla responsabilità di questi giorni e queste notti, intense e chiacchierate, andrebbe ribadito quotidianamente nel momento in cui ci si occupa della cosa pubblica. Vale per il governo, per chi c’è e per chi c’è stato.

 

 

La sufficienza mista a irresponsabilità con cui si è affrontata l’intera questione ha infatti colori variopinti. C’è il verde, c’è il giallo e c’è il rosso. Come un semaforo, eravamo fermi sulle strisce, lontani dal marciapiede opposto dove saremmo dovuti arrivare. Il colore verde era appena passato, il rosso sarebbe scattato a breve. E con il giallo, la scelta saggia da prendere era quella di correre, velocemente. Per arrivare a un lieto fine, diciamo così: unica nota positiva di una triste e disarmante vicenda.