Laddove il passato freme ancora e non è finita la Storia.
Il calcio è ancora questione di nazioni e popoli. Elemento vivificante che sgorga dall’inconscio spirituale delle collettività. Concetti che nell’Europa occidentale, orfana della propria storia, connessa all’impero pseudo-universale americano, sovrastrutturalmente devota alla mitica globalizzazione e ad un inesistente cosmopolitismo, sembrano dissolversi, ma che permangono laddove il tempo non è ancora sospeso – e la storia finita. Dove il passato freme ancora nei cuori.
L’Europa orientale, ad esempio, posta volente o nolente a guidare il contenimento dell’impero americano contro la Russia, resta prepotentemente nella storia. Accoglie ancora in sè il germe della violenza. Manifesta un attaccamento vivo alla propria cultura. Lo stesso dicasi nel microcosmo imprescindibile dei Balcani. Cuore europeo dell’impero ottomano ed estensione di quello asburgico. Polveriera e costellazione di popoli, perlopiù slavi.
Ultima regione nel continente europeo – prima del conflitto russo-ucraino – a conoscere la guerra, nella disgregazione della Jugoslavia e poi nell’accerchiamento ai danni della Serbia filo-russa. Inevitabile che un luogo calcisticamente prolifico in termini di talento e di violenza delle proprie tifoserie, culturalmente ancora in grado di esprimere una subcultura lontana anni luce dal desolante panorama di molte delle tifoserie occidentali, si sia presentato ad Euro 2024 esprimendosi al massimo del proprio potenziale.
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