L'Osservatorio ormai neanche motiva più il divieto di trasferta.
Se c’è una cosa davvero preoccupante per l’uomo contemporaneo è l’abitudine ad una vita vuota e priva di contenuti ma anche la disabitudine al dissenso, alla protesta anche violenta – viva Dio! – per riguadagnarsi quei diritti che non dovrebbero neanche essere in discussione (eppure…).
La sensazione generale, respirando l’aria intorno a noi nelle piccole e grandi città del Belpaese, è che il valore civico delle proprie azioni non si sia perso in virtù di chissà quale distrazione di massa, ma perché sono le stesse istituzioni a spingere il popolo verso la direzione del divertissement, del gioco solo giocondo, della vita quotidiana come eterno carpere diem, infischiandosene altamente di quel che verrà (e di quel che è stato).
Lo stadio, in questo panorama desolato e desolante, rimane un faro di civiltà vera, di lotta – anche, di nuovo, nelle forme della violenza, ma sempre troppa poca rispetto ai tempi passati – non di classe ma d’interclasse, dove l’avvocato e l’insegnante, l’inserviente e il medico, insieme, ancora cantano una fede comune.
Ancora per quanto, però, se andare in trasferta sta diventando una notizia e non la normalità, come dovrebbe essere?
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