Ritratti
30 Giugno 2026

Claudio Gentile, il simbolo rinnegato

Ritratto di un difensore dal cuore pulsante.

All’arduo compito assegnatogli dal vecio – tradotto nella fatidica domanda «te la sentiresti di marcare Maradona?» – uno come Claudio Gentile può solo reagire accettando la sfida, l’ennesima, di una carriera che avrà il suo culmine proprio in quegli afosi giorni catalani.

Infatti, il tallonamento sfoderato dal sei azzurro ai danni del Pibe de oro, a cui sarebbe seguito l’altrettanto celebre marcatura a uomo nei confronti di Zico, rappresenterà lo snodo cruciale di un Mundial 82 assurto a evento strutturale dell’immaginario collettivo nazionale. Richieste, quelle di Bearzot, da esaudire senza troppe esitazioni, quindi sissignore e andare, buttarsi nella mischia e adeguarsi al contesto, come del resto sempre fatto da Claudio sin da quella peculiare infanzia in terra libica.

«In fondo, Oriali o Tardelli – che ha già marcato Maradona in un’amichevole a Roma –sarebbero più adatti di me. Ma non posso tradire il “patto del gruppo”, secondo il quale dobbiamo rispettare come soldati tutte le decisioni di Bearzot, per il bene della squadra. […] Se per assurdo il mister mi chiedesse di fare il centravanti, farei il centravanti, senza cercare scuse. E allora, ecco che scatta in me il gusto per le sfide impossibili. Mi tornano in mente le prime partite, all’oratorio di Tripoli, contro i libici più grandi e più grossi di me, e scendo subito nella sala tv. Lì ci sono tutte le videocassette delle partite del Mondiale e incomincio a studiarmi bene Maradona».

C. Gentile, A. Cerruti, E sono stato Gentile. La mia Libia, la mia Juve, quel magico Mundial, Rizzoli, Milano 2016, p. 126

Fare di necessità virtù, quindi, quale lezione obbligata e imparata in fretta anche fuori dai campi di calcio. Vedi quell’addio traumatico all’amata Tripoli, deciso nel 1961 da un padre che, da muratore capomastro, fiutava sul luogo di lavoro un’ostilità crescente verso gli italiani, antipasto di un clima che avrebbe portato nel 1970 alla cacciata vera e propria della comunità nostrana dalla Libia, decretata da un Muammar Gheddafi artefice del golpe militare. E allora addio alla casa nel rione Dhara, con quel giardino invaso in età giovanile proprio dal futuro rais col suo gregge di pecore. Addio gite di Pasquetta alle rovine romane di Sabrata e Leptis Magna. Addio a quelle partitelle tutti contro tutti presso l’oratorio di Sant’Antonio.

«Cinque anni lì sono come dieci in Italia, perché si diventa grandi molto più in fretta. Quando vedi bambini capaci di dare da mangiare a un cammello così alto che potrebbe schiacciarli, o altri che tengono a bada da soli un gregge di pecore, senza avvertire il peso della responsabilità, comprendi il valore del sacrificio. Ecco perché, se ho imparato subito tante cose della vita, non smetterò mai di dire grazie alla Libia».

Ivi, p. 27

Una vocazione infantile, lottare per un pallone, da custodire con una maglia bianconera nel viaggio in nave verso la Sicilia e da alimentare nell’adolescenza di Brunate, specialmente in quelle estati trascorse da garzone di un fruttivendolo, con le ripetute pedalate diventate «allenamento involontario» per rafforzare le gambe.

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