Il nostro calcio ha un nome.
Se scriviamo queste righe è perché l’emozione è troppa per non essere espressa, per non trovare uno sfogo esterno: come un giovane innamorato che vuole farlo sapere al mondo, o un pazzo ossessionato da una verità che va a gridarla al mercato. Con tutto quell’entusiasmo, quell’ingenuità, quell’innocenza e quella follia che ci fanno rimanere eternamente giovani, pronti ad emozionarci e stupirci ancora, una volta di più, contro l’evidenza di un mondo (e di un calcio) che non ci vuole più.
Perché in fondo il pallone è, malgrado tutto, una malattia giovanile che dura un’esistenza intera e si alimenta, proprio come la giovinezza, di quell’imprescindibile predisposizione alla vita che è la capacità perenne di stupirsi, appassionarsi, abbandonarsi, di deformare e trascendere i confini della realtà. Nonostante il calcio moderno assuma i contorni della pianificazione totale, dello svuotamento del sogno, e imponga nelle sue interpretazioni il cinismo e il calcolo come unici metri di valutazione possibile – non a caso siamo diventati tutti ragionieri, finanzieri, nerd di tattica, esperti di calciomercato e via discorrendo.
Eppure, dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva. E a volta bastano semplicemente degli episodi, delle storie per tornare ad illuderci e dismettere quel nichilismo finale, quella disillusione totale che regnava solo qualche secondo prima. Questo è successo ieri sera, allo stadio da Luz, quando il Benfica ha compiuto un’impresa umana e profondamente simbolica, che al di là del fatto in sé racchiude tanto del nostro calcio (e perdonateci se usiamo una formula insopportabile, “il mio calcio”, solitamente utilizzata da tecnici un po’ troppo in là con convinzione e/o mitomania).
Al 97′ la squadra portoghese è al 25esimo posto nella classifica del girone di Champions, pronta ad uscire per differenza reti, e con tanti rimpianti, dopo una vittoria (fino a quel momento 3-2) contro i nuovi galattici del Real Madrid. Al suo posto, il 24esimo, passa il Marsiglia di Roberto De Zerbi, sotto 3-0 col Club Brugge. Poco prima lo Sporting Club, sul campo del Bilbao, aveva segnato un gol decisivo che avrebbe portato i biancoverdi direttamente agli ottavi, escludendo proprio il Real dalle prime 8 e facendolo sprofondare al nono posto.
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A questo punto le notizie corrono veloci, ma neanche troppo, e verso il novantesimo i bianchi iniziano a buttarsi tutti avanti per riacciuffare il pari e così la qualificazione diretta. Neanche troppo, si scriveva, perché gli unici a non saperlo sembrano essere quelli del Benfica, convinti in quel momento di qualificarsi agli spareggi. Lo stesso Mourinho, come poi confesserà ai microfoni, non aveva capito ai suoi servisse un altro gol, e così soprattutto Trubin, che blocca una palla lunga del Real e la tiene lì, si inginocchia, si stende a terra, nella più classica scena dei portieri intenti a perdere tempo.
Lo stadio però inizia a farsi sentire e la necessità a farsi pressante, concreta: il Benfica deve segnare un altro gol per passare. Il Real nel mentre è in 10 (espulsione al 92′ di Asensio), poi addirittura in 9 (espulsione al 96′ di Rodrygo per proteste con l’arbitro). Sei minuti di recupero ma qualche perdita di tempo, ultimi scampoli di partita. Al 97′ scoccato punizione dalla trequarti per il Benfica, Aursnes sulla palla per metterla in mezzo. Lo stadio rumoreggia, prende vita, spera nell’impossibile. Mourinho si rivolge al suo portier Trubin, con gesti eloquenti:
“Vai! Vai dentro pure tu, vai!”.
Fischia l’arbitro, parte il pallone, Trubin incorna poco dopo il dischetto: gol. Il linguaggio si infrange contro i suoi limiti ontologici; detta altrimenti, nessuna parola sarebbe ora sufficiente. Il da Luz, iper-luogo come non mai, non è più di questo mondo, è già altrove. La realtà è un concetto che esiste solo al di fuori da lì, al di dentro regna il sogno, mito. Lo stadio esplode così come la panchina del Benfica.
È l’epica che si condensa nell’estasi. È il nostro calcio, quello che ci ha fatto innamorare e continua (sempre più raramente) a farlo, col marchio inconfondibile di José Mourinho. È la vittoria di un Benfica che tira fuori contenuti umani ancor prima che calcistici, disputando non solo una grande partita aggressiva, intensa, offensiva ma una grande partita da uomini che ancora scrivono la storia.
Al di là di questo, c’è il contrappasso di tutti quegli esseri umani che non ne possono più di essere umani, e vorrebbero tramutare il football in una scienza esatta. Mourinho il bollito, Mourinho il finito, Mourinho il superato scavalca De Zerbi, e lo butta fuori, in questo modo, nonché per differenza reti, segnando 4 gol al Real Madrid. C’è tutto in quello che è successo ieri a Lisbona. C’è l’umano nei suoi vari volti, da quello che soccombe a Brugge 3-0 (sconfitta degli uomini prima che dei calciatori) a quello che trionfa così, in una declinazione moderna dell’eroismo sportivo.
Siamo in debito con il calcio, dopo ieri sera. E non è mica una questione di antipatie o simpatie, di giochismo e risultatismo (basta!, per citare Gaber) bensì di essenza del football. Trubin, e siamo sicuri lo pensi lo stesso De Zerbi, in realtà, siamo noi, è il nostro sogno. Trubin è tutti noi, quel gol lo abbiamo fatto anche noi insieme a lui. Questo è il calcio degli uomini, della mancanza di controllo, del mito. È il gioco infinito, come lo chiama Valdano, il calcio come fenomeno eterno. È quello che ci ha rapito da ragazzini, per non lasciarci più andare. È il nostro calcio.