Stavolta l’attentato al gioco del calcio è serio. No, non stiamo parlando dei trasferimenti milionari e immorali di Neymar, Mbappé e Dembélé, e nemmeno dello sfruttamento del pallone come business, strumento di propaganda politica o soft power. Niente di tutto questo. Adesso la nube tossica ha raggiunto l’unica zona incontaminata, immune per natura alle vicende extra-campo: il terreno di gioco. L’affondo allo sport più bello del mondo è stato sferrato dalla tecnologia, il cosiddetto Var (Video assistant referee), riuscita a guadagnare il manto erboso mossa sì dal nobile proposito di aiutare l’arbitro, ma che invece rischia di compromettere l’essenza stessa del gioco e di segnarlo per sempre. Perché fin quando la ‘brama di controllo’ che ispira la maggior parte delle azioni umane è orientata verso interessi economici e/o politici, benché sempre discutibile (!), la si può anche comprendere; ma nel momento in cui va a mettere le radici nel territorio di un gioco – qualunque gioco – che fondi sull’incertezza il suo fascino, i danni possono essere irreversibili. Perché in fondo è il gioco ad offrire l’illusione di poter sfuggire a quel controllo.

 

 

Come tutti i giochi, anche il calcio deve molto all’errore. Che sia commesso da presidenti, allenatori, giocatori e, ovviamente, arbitri. Con la dovuta precisazione che ci si riferisce alle sviste figlie della buona fede – altrimenti si parlerebbe di illecito sportivo quando non di reato –, l’errore è sempre stato uno degli ingredienti posti a presidio della regolarità. Già, nella dimensione ludica il concetto di regolarità (o di ‘giustizia’, se preferite) si atteggia in maniera peculiare, in quanto composto da abilità, casualità ed errore. Ma sono proprio queste ultime due componenti il contrappeso necessario, la fonte da cui sgorga il fascino del calcio, uno sport che conserva ancora una quota di virtuosa incontrollabilità che rende le partite mai del tutto prone alla sola abilità del più forte. Sono gli errori ad offrire una possibilità all’avversario meno dotato e quindi a garantire una certa democraticità del gioco, siano essi opera di calciatori o arbitri. L’introduzione del Var perciò si pone come un’offesa alla storia del calcio, ma anche come ostacolo definitivo alla nascita di una cultura sportiva, a parole sempre auspicata ma mai davvero favorita nei fatti.

mondiale 66

Il gol fantasma di Hurst nella finale mondiale del 1966, un pezzo di storia del calcio

La storia del football è ricca di errori arbitrali da cui sono fiorite leggende e vittorie talvolta anche inaspettate. Il più celebre è senza dubbio la mano de Dios del 1986, ma non è il solo. Ci sono il gol (non gol) di Hurst cui l’Inghilterra deve il suo unico titolo mondiale (1966), il rigore inesistente dato alla Germania nella finale del ’90, passando per le sviste decisive per l’assegnazione della Coppa dei Campioni/Champions League del 1985 (fallo su Boniek fuori area) e del ’98 (Mijatovic segna in netto fuorigioco). L’elenco potrebbe continuare, ma quello che preme sottolineare è che in tutti questi casi non è stata intaccata la regolarità delle partite, perché fino a prova contraria tutte le decisioni, ancorché errate e determinanti, non sono state il frutto di una macchinazione bensì di una valutazione dell’arbitro. E sarebbe oltremodo irrispettoso anche solo idealmente dubitare della legittimità delle suddette vittorie. Il vero problema allora è culturale. L’accettazione dell’errore è la base da cui partire se si vuole creare una cultura sportiva lasciando inalterato lo spettacolo. C’è un famoso discorso di Marcelo Bielsa, attuale allenatore del Lille, che nello spogliatoio del Marsiglia dice espressamente ai suoi ragazzi usciti delusi da una partita: “Acepten la injusticia, que todo se equilibra al final!”. Quanto amore per il calcio così com’è, in questa frase! Quanta accettazione! Ecco, forse le energie andavano spese nella diffusione e nel recepimento, anche a livello istituzionale, di messaggi del genere più che nella tecnologia, a ben vedere uno strumento pigro volto ad aggirare l’ostacolo senza peraltro segnare significativi passi in avanti.

var assistant

Due assistenti dell’arbitro visionano le immagini comodamente seduti nella postazione video

Tanto è vero che il Var non elimina l’errore dal calcio, al massimo lo riduce. A visionare le immagini saranno infatti sempre uomini (l’arbitro e gli assistenti preposti) con tutte le loro soggettività. E quindi dove sarebbe il problema, se l’errore in qualche modo resiste? Il problema risiede nell’aspettativa che ingenera in appassionati e addetti ai lavori la svolta tecnologica. Il Var viene percepito come la panacea di tutti i mali, il silenziatore delle istanze complottiste, la pietra su cui edificare un calcio finalmente giusto. Ma è qui la contraddizione. E’ la sottocultura sportiva a interpretare come ingiustizia quella che in realtà è la giustizia ontologica del gioco. Con la sua spontanea tendenza alla compensazione degli errori il calcio è/era già giusto. E invece questo primo assaggio di tecnologia rischia in tempi rapidi di aumentare esponenzialmente la domanda di ‘giustizia artefatta’ stimolando un adeguamento dell’offerta tecnologica. Dalla funzione suppletiva a quella sostitutiva il passo è breve. Tanto più che si tratta di una pretesa di giustizia basata su una bugia. Le immagini video, infatti, ancorché digitali, hd, super hd e chi più ne ha più ne metta, non sono altro che traduzioni della realtà. Fedelissime, certo, ma pur sempre traduzioni. Non avverrà mai la parificazione tra l’obiettivo e l’occhio umano. 

 

E allora sembra paradossale che un arbitro, uno degli attori dello spettacolo nonché depositario di un qualcosa che si avvicina molto di più alla verità, vi rinunci per prendere una decisione (o per cambiarla) avvalendosi di una mera riproduzione. Così in un colpo solo l’uomo perde due volte: perché non accetta se stesso e la sua naturale inclinazione all’errore, e perché è disposto a cedere verità (e responsabilità) in cambio di tecnologia. Che, si badi, non va demonizzata. Vi sono delle situazioni di gioco in cui il suo utilizzo è inoffensivo per lo spettacolo: si pensi ai provvedimenti disciplinari con scambio di persone o al gol/non gol (anche se a tal proposito Geoff Hurst e l’Inghilterra potrebbero avere da ridire…). Ma il pericolo di un suo abuso appare concreto. E comprensibile. Ben potrebbero infatti gli arbitri, seppur a livello inconscio, sfibrati da decenni di massacri mediatici sferrati dalla sottocultura sportiva, ricorrere al Var sempre più spesso per ‘legittima difesa preventiva’, autoconvincendosi di non aver visto bene. Per non parlare dello sfuggente significato dell’espressione “chiaro errore” – la situazione tipo in cui gli assistenti preposti al video possono richiamare l’attenzione del direttore di gara –, e di tutte le difficoltà applicative, emerse nelle prime due giornate di campionato, a detrimento della spettacolarità del gioco di cui la continuità è parte imprescindibile. Insomma, le criticità sembrano molte sia sul piano teorico che su quello pratico. E se il presidente della Fifa Gianni Infantino si proponeva di fare gol mandando in campo la tecnologia, la palla non pare essere entrata del tutto. Neanche riguardando l’azione alla moviola.