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Valerio Santori
8 Settembre 2021

Marcelo Bielsa, la banalità del mito

Valerio Santori

32 articoli
El Loco ha sempre ragione, a prescindere.

Come ha notato il giornalista Moris Gasparri in un articolo apparso sul Foglio lo scorso novembre, «ogni approfondimento che abbia come oggetto del proprio discorrere la figura di Marcelo Bielsa si espone a una critica preventiva: la banalità della scelta». È infatti ormai molto comune (per non dire scontato) citare un passo, o un versetto, della stranota biografia del tecnico argentino in qualsivoglia riflessione sul calcio sudamericano e più in generale sul calcio moderno, specie se la riflessione è apologetica. Fiumi di aneddoti strampalati hanno concorso negli anni a definire la figura di un allenatore-profeta, al punto che oggi si può tranquillamente affermare che Bielsa venga considerato un “guru” del calcio anche in Italia, sebbene non vi abbia mai messo piede.

Nato a Rosario, Argentina, il 21 luglio 1955, il giovane Marcelo già a 25 anni termina la sua carriera da modesto calciatore. Inizia quella da allenatore come vice del Newell’s Old Boys nel 1980 e prosegue lavorando per le squadre giovanili fino al 1990, anno in cui gli viene affidata la prima squadra e vince il titolo di Apertura. Sembra il battesimo di un predestinato, e in effetti Bielsa nella sua Rosario lascerà il segno: qui conquisterà nel 1992 anche il campionato Clausura e lascerà ricordi talmente buoni da meritare l’intitolazione dello stadio casalingo nel 2010.

Dal 1993 al 1996 passa quindi due stagioni abbastanza incolori in Messico alla guida di Atlas e America, per poi tornare in Argentina alla guida del Velez Sarsfield con cui vince il Clausura 1998, un titolo che ancora oggi, a 23 anni di distanza, è il suo ultimo ottenuto alla guida di un club – e penultimo in generale se si considera l’oro olimpico della sua Argentina under 23 alle Olimpiadi di Atene del 2004.

La quasi totale mancanza di successi nel terzo millennio fa arricciare il naso a più di un appassionato, ma questa “particolarità” rende paradossalmente più romantico il suo personaggio, consentendo ai suoi estimatori di dipingerlo come un maestro che non ha bisogno di vincere per essere tale.

Ma torniamo al campo: la sua esperienza come ct argentino, oggettivamente, è stata una delle più disastrose nella storia dell’albiceleste, partita nel 1999 e già naufragata nel mondiale del 2002, quando una squadra che poteva contare tra le sue fila calciatori del calibro di Ayala, Samuel, Simeone, Aimar, Veron, Zanetti, Batistuta e Crespo si fermò alla fase a gironi, stabilendo il peggior risultato dalla mancata qualificazione del 1970. Dopo l’Olimpiade di Atene del 2004 Bielsa ha allenato ancora una nazionale, quella cilena dal 2007 al 2011 (raggiungendo gli ottavi ai Mondiali del 2010), per poi dedicarsi a club europei come Athletic Bilbao, Olympique Marsiglia, Lille e l’attuale Leeds Utd, con risultati altalenanti.



Guardiola pare lo consideri “il migliore del mondo”, e per molti è un mito, nonché “un pazzo”. Di più: è il pazzo per antonomasia. “Quasi un topos letterario”, come notava sempre Gasparri. Merito dell’esistenza di una ricca aneddotica sul suo conto che ne ha messo in risalto l’eccentricità e la singolarità: si va dagli allenamenti scrutati da sopra un albero, per avere una maggior visione del gioco, allo schieramento dei suoi familiari in piena notte nel campetto della sua casa in campagna, per provare una nuova tattica immaginata in sogno. E come si può intuire tutto ruota attorno a quel suo soprannome, El Loco, che denota però una pazzia “sana”, non certo malata.

Una di quelle pazzie “alla Maneskin” per intenderci, “fuori di testa” ma diversi da “loro”, quindi i veri pazzi. Soprattutto una di quelle pazzie che sono il fondamento necessario alla narrazione della figura del “genio” dei nostri tempi, lo startupper o il Mr. Wolf di turno, cresciuto col mito del Russell Crowe/John Nash di A Beautiful Mind o del Matt Damon di Will Hunting: Genio Ribelle. Proviamo a ricercare allora i motivi per cui è nato e continua a propagarsi il mito del “genio” Bielsa.


La rivoluzione (e il fascino) dei numeri


C’è un’affermazione di Paolo Condò che sembra perfetta per inquadrare il mito del tecnico rosarino: «Mourinho è grande perché i suoi calciatori si getterebbero nel fuoco per lui, Bielsa è ancora più grande perché si getterebbero nel fuoco per le sue idee». Dunque mentre Mourinho e in generale i “gestori” ricercherebbero una relazione emotiva con i propri calciatori, la grandezza di Bielsa starebbe nel saper stimolare un’accettazione totale delle sue tattiche. Tale accettazione si configura nel mito bielsiano quale unica risposta possibile del gruppo squadra al suo stile di allenamento maniacalmente attento al dettaglio, improntato su analisi rigorosamente “scientifiche” su come occupare gli spazi del campo e arrivare al gol, ed è forse proprio questo l’aspetto maggiormente calcato nel racconto del personaggio Bielsa: la scientificità con cui si approccia al gioco.

Il suo spirito analitico-scientifico è alla base del personaggio Bielsa, che deve consacrarsi nel numero non potendo farlo nel risultato. Non c’è infatti biografia di Bielsa che non sia costellata di aneddoti (spesso poco verosimili) incentrati sulla quantità stupefacente di cose compiute dal rosarino, non solo sui campi da calcio ma in generale nella vita. Si parte dall’infanzia: da bambino pare che Bielsa leggesse un libro al giorno e fosse iscritto a più di 40 riviste sportive internazionali. Il mito vuole che addirittura per 10 anni abbia gestito da giovane un’edicola a Rosario per poter leggere dei suoi allenatori-idoli Carlos Bilardo e César Luis Menotti. Furono poi 60 le zone in cui divise l’Argentina prima dei suoi lunghi viaggi a caccia di talenti sulla celebre Fiat 147, quando lavorava per le giovanili del Newell’s.

50.000 le partite viste da quando è nato (non sappiamo quante ne abbia viste un Ancelotti o un Trapattoni, ma di Bielsa sappiamo il numero più o meno esatto, che corrisponderebbe a più di 3 partite al giorno tutti i giorni, festivi compresi) e ben 28 i moduli con cui una squadra potrebbe giocare mostrati a Coverciano.

Sono poi celebri i 5 modi di ricevere la palla che ha teorizzato, nonché i 26 modi diversi per battere una rimessa laterale. Pare che stili personalmente 8 pagine di studi persino sul terzo portiere di ciascuna delle squadre che affronta durante la stagione, possieda un database di più di 1000 esercizi effettuabili in allenamento e se continuando la lettura vi sta assalendo una forte ansia mista a un senso di vertigine non preoccupatevi, è assolutamente fisiologico.

Se c’è una cosa che il tecnico ama fare, infatti, è snocciolare dati. Per lui la conoscenza del calcio deve essere dimostrata sbattendo sul tavolo il maggior numero possibile di schemi conosciuti, azioni catalogate, performance registrate. Lo fece per proporsi all’Athletic Bilbao come allenatore nel 2011, al seguito del candidato presidente Josu Urrutia: «ho visto 42 partite della scorsa stagione due volte ciascuna». Così come nella famosa conferenza di due ore al Leeds del gennaio 2019 in cui ammise di aver spiato gli allenamenti del Derby County di Lampard, e mostrò autocompiacendosi anche le altre analisi che aveva elaborato su tutte le altre squadre della Championship:

«Non so parlare inglese, ma posso parlare di ciascuna delle 24 squadre del campionato».

Ciò è necessario alla formazione del suo personaggio “geniale”, e quindi dell’allenatore-scienziato che paradossalmente va di pari passo con quello dell’allenatore-profeta (per cui il risultato non è l’unica cosa che conta, anzi, «dovrebbe esserci una punizione per chi ignora la bellezza del gioco per ottenere la vittoria. Non dobbiamo offrire solo i risultati, ma bisogna offrire il calcio come elemento estetico e noi lo stiamo solo impoverendo»). Qui allora casca il maestro perché, nonostante tutti i metodi scientifici, in realtà Bielsa ha vinto ben poco. Possiamo quindi aprire un altro grande e contraddittorio capitolo.

Marcelo Bielsa sulla panchina (metaforicamente) del Leeds, nella sua celebre e iconica posa (Michael Regan/Getty Images)

L’ansia da prestazione e la rimozione della sconfitta


Abbiamo già scritto su queste colonne dello stretto legame tra ansia da prestazione sportiva e deriva statistica, nonché dell’ansia da prestazione giornalistica che si riverbera negli articoli che prendono come base analitica gli expected goals. Ebbene: anche Marcelo Bielsa, per sua stessa ammissione, è “un ansioso di natura”. Forse nascere in una famiglia molto importante d’Argentina (il padre è stato un noto avvocato, il nonno è considerato tra i fondatori del diritto amministrativo argentino) potrebbe aver contribuito. Una frase del fratello Rafael, ex-ministro degli esteri argentino e noto politico del partito giustizialista, rende un po’ l’idea del clima che ha caratterizzato la crescita di Marcelo nella famiglia Bielsa:

«fin dall’infanzia ci è stato chiesto di arrivare ai vertici. Senza spiegarci come essere felici una volta arrivati in cima».

Se prendiamo in considerazione poi la sua storia professionale, caratterizzata da numerose dimissioni “lampo” o “inaspettate” a fronte di cali di entusiasmo dell’ambiente o richieste non accettate dalla società – dopo 23 giorni dall’inizio della seconda stagione all’Atlas, dopo la prima partita di campionato della seconda stagione al Marsiglia, addirittura prima di iniziare nel caso del pasticciato sbarco alla Lazio (con Lotito che infuriato minacciava di fargli causa: “io so’ più matto de lui”), due volte nel corso della sua esperienza da ct della nazionale argentina, l’ultima delle quali a ridosso del mondiale 2006 e facendo perdere ogni traccia di sé –, possiamo intuire come molto del personaggio che lo stesso Bielsa ha contribuito a creare sia la risposta a una gigantesca paura di fallire.

Se pensiamo che addirittura nel periodo al Newell’s, in teoria il più felice della sua carriera, Bielsa riuscì a farsi divorare dall’ansia, capiamo di che ordine di grandezza siano le pressioni percepite ogni qualvolta allena, e il motivo della sua dedizione maniacale al lavoro. A tal proposito disse una volta nel corso della sua esperienza in Messico: «Quando ci si impegna in maniera spropositata, come ho fatto io al Newell’s, si raccolgono più delusioni che soddisfazioni», e come raccontato poi in un bellissimo articolo della rivista inglese These Football Times, negli anni alla guida dell’Atlas

«tornando dagli allenamenti guardava video fino a tarda notte e pianificava le sessioni future, la sua mente non sapeva staccare»; in particolare nel suo secondo anno «era diventato stressato e ansioso, apparentemente esausto a causa del suo stesso modo di allenare, mentre la sua squadra mostrava  i sintomi del burnout, un disagio tipico delle squadre di Bielsa durante tutta la sua carriera».

Parliamo anche di un allenatore che, dopo la tremenda esperienza da ct dell’Argentina, si rinchiuse volontariamente in un convento con centinaia di libri sul calcio, e che dopo tre mesi iniziò a parlare da solo, come raccontò lui stesso in seguito. Insomma, una persona con seri problemi a gestire i fallimenti e che però – altra caratteristica particolarissima che ha contribuito a definirne il personaggio – ha sviluppato una narrazione perfetta per perpetuare il suo mito al di là dei risultati: un elogio radicale della sconfitta che somiglia molto, in realtà, a una rimozione freudiana della possibilità di fallimento.

La solitudine di Marcelo Bielsa (Scott Heavey/Getty Images)

Sui social questa narrazione rimbalza all’impazzata a suon di “Osho/Bielsa Pic”, le cui frasi sovraimpresse con font ghirigoreggianti recitano come mantra: «Il successo è deformante: rilassa, inganna, ci rende peggiori, ci fa innamorare troppo di noi stessi. Al contrario, l’insuccesso è formativo», oppure: «Il successo è un’eccezione. Gli esseri umani qualche volta trionfano, ma di solito progrediscono, combattono, lottano e, di tanto in tanto, vincono. Ma solamente di tanto in tanto», e ancora: «Esiste la sconfitta che serve e la vittoria che non serve a nulla», tutte cit. ovviamente del Loco.

Ciò ha concorso ad accrescere il fascino del suo personaggio, rendendolo un maestro e profeta del vero calcio (quello con la F), contro l’ansia risultatista e prestazionale di un football diventato industria. Noi saremmo i primi quindi a dover essere bielsisti praticanti, se tutta questa retorica non dipendesse però da una mania di controllo (frustrata) applicata al calcio.

D’altronde in una società malata come la nostra, ultra-competitiva e perciò ultra-ansiosa, è stato facile riconoscere un modello in questo tronfio sostenitore della sconfitta.

Bielsa non ha bisogno di vincere per essere considerato un guru, anche perché all’ossessione per la vittoria ha saggiamente sostituito l’ossessione tattica – tralasciando il fatto che il fine ultimo di ogni tattica è quello di vincere. Ma è proprio a partire da questa omissione che si sviluppa la filosofia della sconfitta bielsista, che in fondo potrebbe essere paragonata a quella della famigerata “volpe che non arriva all’uva” se solo sapesse muoversi tra le ansie e i media globali per giustificare i suoi falliti tentativi, se solo iniziasse a escogitare 300 modi di strapparla dalla vite, quella dannata uva, 25 modalità di eludere il contadino che la sorveglia e 60 modi di guardarla da 30 diverse posizioni, senza comunque riuscire a cibarsene e sempre accusando di giocare “sporco” chi invece ci riesce con un sol balzo.


Marcelo Bielsa, genio o impostore?


L’ apporto di Bielsa al gioco comunque non deve essere sottovalutato, così come quello di tutti gli allenatori e i personaggi che concorrono a definire il nostro immaginario calcistico. Proviamo ora però a spiegare perché, secondo chi scrive, il personaggio Bielsa non dovrebbe essere considerato un mito e preso a modello. Partiamo da un presupposto: il mito di Bielsa ultimo degli umani è una fake news clamorosa. O meglio, se volete credere che lui lo sia d’accordo, ci può anche stare; il suo modo di intendere il mestiere dell’allenatore però, a partire dai metodi di allenamento totalitari imposti al gruppo, porta inevitabilmente a “disumanizzare” i calciatori. Una volta il rosarino disse che non ricercava nei suoi giocatori «la fiducia», perché «sinonimo di relax», aggiungendo:

«Io preferisco la paura, perché ti costringe a stare sull’attenti».

E c’è da credergli a giudicare dalle dichiarazioni del portiere argentino Pablo Cavallero, che ha ricordato recentemente la cocente delusione del mondiale 2002 descrivendo la condizione generale di burnout che costò a suo avviso l’eliminazione ai gironi: «Era come quando accordi una chitarra, avevamo stretto così tanto le corde da farle saltare. Arrivammo al mondiale iper-stressati ed esausti». Del resto una delle tante storielle sul conto del Loco narra di come nel 2001, per preparare quel mondiale, utilizzasse costantemente un walkman con cui riascoltava quotidianamente i suoi stessi discorsi, anche mentre faceva running, per memorizzare le infinite tattiche da insegnare ai calciatori. Ed è divenuta celebre una sua frase in cui pare ammettere che preferirebbe allenare dei robot, anziché dei calciatori in carne e ossa:

«Se i calciatori non fossero umani vincerei sempre».


Va detto che il problema del “calciatore automa” è tipico di ogni integralismo. Già Brera ad esempio ne parlò riferendosi al Milan di Sacchi, che a volte si rivelava «fatto anch’esso di uomini e non di robot», quando alternativamente «attingeva ai suoi ritmi folli» o «si sprecava in sterili e pericolose accademie offensive». Ma c’è da credere che l’applicazione dei metodi scientifici di Bielsa comporti livelli di stress ancora più alti per i giocatori; prova ne è il fatto che il tecnico rosarino, in trent’anni di carriera, non sia mai rimasto in un club per più di due anni consecutivi (la stagione appena iniziata alla guida del Leeds è in questo senso un’eccezione, essendo la terza, merito forse anche degli 8 mln annui).

Poi ci sono le implicazione “etiche”: il famoso spygate del gennaio 2019 rivelò i metodi poco signorili, utilizzati dal suo staff, per registrare i dati delle sedute di allenamento degli avversari in Championship. Si trattava in pratica di operazioni di spionaggio in piena regola, e quando la polizia identificò “un uomo col binocolo” agli allenamenti del Derby County come collaboratore di Bielsa, l’allora tecnico Frank Lampard se la prese col rosarino utilizzando parole al vetriolo:

«Preferirei non allenare piuttosto che mandare persone sotto copertura per andare a guardare i miei avversari, perché li rispetto».

Nel paese che si autodefinisce inventore del fair play la questione fece scalpore: si parlò di scandalo e Bielsa dovette scusarsi in una conferenza stampa straordinaria che cercò, nonostante tutto, di utilizzare a suo favore, rimpolpando il mito dell’allenatore-nerd infallibile: disse di aver spiato non solo il Derby, ma tutti i suoi avversari dal 2002, e di aver raccolto materiale su ogni squadra della Championship.

Non ancora pago mostrò i dati incriminati relativi ai suoi avversari, tutti i suoi excel vanagloriosi, disse di non saper parlare ancora bene l’inglese ma di saper parlare delle altre squadre del campionato. Un teatrino imbarazzante, specie se si pensa all’infausto finale di stagione riservatogli dal destino: battuto ai playoff proprio dal Derby County tra sberleffi e “gesti del cannocchiale”; il tutto con buona pace di Lele Adani secondo il quale Bielsa aveva dato prova, con quella specie di TED Conference, di conoscere il Derby County «molto meglio di Lampard».

Ovviamente la stampa inglese non ha capito niente, così come Lampard. Al contrario di Adani e Bielsa, che si capiscono da soli.

La sensazione è che in generale Bielsa sia una figura ormai mitizzata, più mediatica che reale, e che i suoi tanti e acritici estimatori, declassando il “responso del campo” da momento della verità ad accessorio (sempre che non vinca il maestro, allora avrà davvero trionfato il migliore), rischino di assumere i tratti dei fedeli. Perché se la vittoria diventa soggettiva cessa ogni riconoscimento del merito proprio e altrui, e si spiana la strada a figuracce come quella rimediata dallo stesso Bielsa col nostro Pierluigi Casiraghi al termine della finale del Torneo di Tolone 2008: qui il tecnico argentino, alla guida del Cile Under 23, perse per 1-0 contro i nostri azzurrini e anziché ricambiare il saluto del tecnico italiano lo aggredì verbalmente con sguardo inferocito, gridando che non si poteva vincere così.

«Palloni lunghi al 9 dalla difesa, questo non è giocare calcio! QUESTO non è calcio!».

Dire poi che un allenatore possa essere “il migliore del mondo” pur avendo vinto pochissimo in generale, e quasi nulla al di fuori della madrepatria, è un’operazione paracula (per non dire disonesta) che va contro le logiche dello stesso sport. D’altronde la vittoria, che ci piaccia o no, è una bussola in grado di stemperare le esaltazioni del tempo presente e permettere un confronto altrimenti impossibile, anche con il passato. 

Cosa certifica ad esempio che il Grande Torino sia stato veramente tale? Non avesse vinto 5 campionati dal ’42 al ’49 sarebbe ancora oggi leggenda? Lo stesso vale per gli allenatori: è solo grazie al numero e all’importanza dei loro successi che maestri come Herrera, Guttmann e Rocco vengono considerati ancora oggi grandi quanto i nostri contemporanei Mourinho, Guardiola ecc.: se la vittoria perde questa sua “funzione storica”, altri fattori esterni al gioco come la comunicazione e il marketing potrebbero influenzare – e non poco – la formazione dei giudizi.

Notare con quanta compostezza il filosofo della sconfitta accetti quest’ultima.

È in fondo ciò che ha provato a dire il grande Alfio Basile, intervistato da La Nación dopo una vita in panchina che gli è valsa la conquista di due Coppe America alla guida dell’Argentina ma nessun patentino da genietto: «Bielsa è il più spinto dal marketing che abbia mai visto in vita mia (…) Non do la colpa a lui ma non avevo mai visto prima nella nostra televisione una partita della Serie B inglese». E ancora: «vogliamo parlare di cosa ha fatto al Lille? – “un fallimento” per lo stesso presidente Lopez? – Non ci posso credere. Non va mai in squadre che sono obbligate a vincere».

Ed è proprio questo il punto. Mentre tutti gli allenatori vengono giudicati dai risultati, solo nel caso di Bielsa anni e anni di retorica manoavantista paiono aver reso possibile una mitizzazione a prescindere dagli stessi: una singolarità della quale in molti hanno iniziato ad accorgersi. L’ex ct dell’under 20 cilena José Sulantay, ad esempio, ha dichiarato lo scorso anno al programma Grítalo América:

«Non voglio mettere in ombra nessuno, ma qui in Cile Bielsa non ha vinto niente, e praticamente gli hanno baciato i piedi. Insomma, lui argentino non ha vinto nulla all’estero, non ha fatto di certo cose tali da poter dire che ha cambiato l’intera storia del nostro calcio».

Parole apprezzate anche da Arturo Vidal, che le ha condivise sul suo profilo Instagram. Considerando che la nazionale cilena allenata dal Loco nel 2010 aveva di fatto vinto nel corso del mondiale solo due partite contro avversari modesti (Honduras e Svizzera), mentre nel 2015 e nel 2016 il nuovo ct Sampaoli è riuscito con una squadra non troppo differente a vincere due Coppe America, la polemica sembra pertinente e costruttiva.

Così come lo è stato l’apporto della più importante rivista di calcio al mondo, France Football, che a febbraio 2020 ha dedicato un intero numero alla questione Bielsa, chiedendosi e chiedendo ai lettori: «È un genio o un impostore?». Noi, al di là delle valutazioni di chi scrive, ci auguriamo almeno di aver aperto un dibattito. Di essere andati oltre una retorica superficiale da calcio (finto) romantico, che a forza di autoalimentarsi ha finito per trasfigurare del tutto il suo oggetto.

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