Caro Filippo,

 

è con tutto il cuore che ti scrivo.

Tra qualche giorno correrai per battere il record italiano sui 100 metri piani, un 10″01 che porta ancora il nome di Pietro Mennea, e non serve dire altro. Da un lato vorrei che ti fermassi qui e non andassi oltre: dieci-e-zero-uno è un tempo così bello, così simmetrico e perfetto che abbassarlo sarebbe quasi rovinarlo. Uno specchio in cui pochi velocisti di questa Nazione si sono guardati in faccia, e ora siete addirittura in due a tuffarvisi contro, a provare a contemplare l’oltre. Non sei da solo, infatti, e con te c’è Lamont Marcell Jacobs, figlio di un dio minore un po’ per quel nome poco mediterraneo e un po’ perché prestato alla velocità dal salto in lungo, con un modo tanto diverso dal tuo di correre che pare abbiate fatto apposta. Eppure siete lì in due, bellissimi, come non era mai successo prima.

 

Te lo dico con tutto il cuore, Filippo: vuoi battere questo record? Fallo per te, non lo fare per niente e nessun altro.

Non lo fare per quei pezzenti tifosi che al primo tentennamento non ti risparmieranno nulla, che non hanno mai corso in vita loro ma ti insegneranno come si esce dai blocchi.

Non lo fare per i giornalisti, che oggi ti chiederanno la copertina e domani se ne saranno dimenticati, e volontariamente. Troppa fatica apprezzare uno sport puro: tu sei un atleta, ma per loro resti un personaggio, una maschera di passaggio. Metteranno la moneta per farti ballare: tu prendila. E scappa. Lascia che muovano le loro parole, ma corrici a fianco: non farti blandire. Arriverete al traguardo sani e salvi entrambi, e tu prima di loro.

Non lo fare per questa Nazione, che dimentica i suoi eroi più in fretta di quanto ci metta ad edificarli. Che ti chiede il record, lo vuole a tutti i costi, famelica, e poi non guarda neanche le tue gare. Che non esce di casa a vedere lo sport praticato dietro l’angolo.  Quando le avrai dato la medaglia, il record, vorrà sempre di più: senza più clemenza, senza più tifo. Quando suonerà, l’Inno lo farà per te.

 

I tempi sono cambiati: nessun bambino corre più invocando il nome di Pietro, e molto difficilmente lo farà invocando il tuo. Non rincorrere quella popolarità, ti costerebbe troppo e non ne varrebbe la pena. In questo Paese, oggi, essere un atleta non conta più molto. Alla ribalta ci sono dei pagliacci, ma tu non concederti: non sei una banderuola virtuale, sei un atleta. Sii padrone di te stesso. Fuggi l’effimero, cerca l’immanente.

 

Corri per il gusto di farlo al massimo: senso dello sport. Per il caldo che sale dalla pista, per la durezza delle scarpe chiodate: piacere del sacrificio. Per il suono dei tuoi passi spinti in apnea: danza ancestrale. Per l’aria in faccia quando alzi la testa: segnale di vita.

Batti questo record, Filippo: fallo per te.

 

Sempre tuo,

un Tifoso.

 

Immagine copertina © Giuseppe Bellini/Getty Images for European Athletics