«Ogni atto di ribellione esprime una nostalgia per l’innocenza e un appello all’essenza dell’essere». Così scrive Albert Camus nel saggio filosofico “L’uomo in rivolta”. Correva l’anno 1951: la guerra d’Algeria era alle porte. Nel frattempo lo scrittore si fece terra bruciata attorno. Proprio in quel periodo infatti si spinse alla definitiva rottura ideologica con Sartre, in polemica con il suo atteggiamento filosovietico, relegandosi in un ardito isolamento intellettuale sotto il fuoco generato dagli attacchi della sinistra francese dell’epoca. Finirà per assestarsi su posizioni anarco-individualiste.

 

Dall’altra parte dell’Atlantico, invece , Jack Kerouac, dopo una lunga serie di vicissitudini, affrontava il suo primo, mitico viaggio sulle strade d’America, pedinato a vista da quei maledetti demoni che non smetteranno mai di tormentarlo. Jack e Albert: così lontani fisicamente eppure così vicini sul piano ideale. Entrambi fini indagatori dello spirito attanagliati dal senso tragico e assurdo dell’esistenza umana. Tremendamente gelosi della loro libertà, hanno fatto del proprio romanzo di vita un manifesto della ricerca dell’autentico.

 

Kerouac, Camus ed al centro il padre spirituale Baudelaire.

 

Kerouac non conosceva pace. La sua, come quella di Camus, era una inesauribile tensione volta a liberare il vigore spirituale che lo pervadeva dalle catene alle quali era costretto. Un ribelle per vocazione, non per arroganza. Kerouac, come il franco-algerino Camus, si sentiva divorato dalla irrisolta questione identitaria. Lui che era nato nel Massachussets da genitori franco-canadesi emigrati dal New England. Orgoglioso delle sue discendenze bretoni, nei “Sotteranei” racconta di ondeggiare tra «la cascina faulkneriana» e «l’acciaio dell’America» che copriva «la terra piena d’ossa di antichi indiani e oriundi americani». Né uomo di colore, né borghese americano bianco: una estraneità che non riuscirà a scollarsi di dosso.

 

«Credo di essere l’unica persona al mondo che non conosce la sensazione di calma irriverenza, dunque l’unico pazzo al mondo, l’unico individuo spezzato. Tutti gli altri si accontentano della pura vita. Io no. Io voglio la pura comprensione, prima della pura vita».

 

 

“Sulla strada” rappresenta l’illusione che la vita tra uomini possa funzionare senza la mediazione delle forze tipiche della società moderna: una critica al conformismo ideologico, al militarismo della guerra fredda ed al materialismo consumistico e laicista frutto del martellante capitalismo a stelle e strisce. Lerranza confusionaria di cui Kerouac si rende protagonista è un inno alla vita, nonostante covi sottotraccia il germe della miseria e dell’autodistruzione. Se da un lato non c’è la volontà di ergersi a paladino di una causa, da antieroe che si rispetti, dall’altro è tangibile il suo slancio interiore finalizzato a svelare l’arcano dell’esistenza. Una missione oltre i limiti umani che andava portata a termine «evadendo dalla narrativa europea per rifugiarsi nei Capitoli Umorali di un caos narrativo americano». Figlio di «una terra che mai è esistita, eppure dovrà esistere», Kerouac ne è stato il più illustre vagabondo.

 

«Niente alle mie spalle, tutto davanti a me, come sempre sulla strada».

 

Le sue gesta sono state anche un elogio dell’Eros. Per lui, che intendeva il rapporto carnale come la porta per accedere al tanto bramato paradiso, in opposizione ai dogmi puritani e al dilagante conflitto tra sessi, riscoprire e valorizzare la poesia del desiderio era quantomai essenziale. La crisi sociale del secondo dopoguerra aveva colpito in pieno i ragazzi della generazione alla quale apparteneva e la sua angoscia al riguardo traspare drammaticamente. La costante assoluta dell’avventura kerouachiana però sembra essere una ed una soltanto: l’amicizia con Neal Cassady.

 

Una relazione morbosa e viscerale dalla quale Jack trasse l’energia vitale necessaria per spingersi ai confini della nazione. Quell’irriducibile scalmanato divenne un surrogato del fratello e del padre, volati prematuramente in cielo. Kerouac voleva sovvertire la tirannia del tempo sull’individuo attraverso il viaggio più che la sua meta. E per farlo aveva bisogno di tutta la carica giovanile di cui disponeva il complice dei guai nei quali finiva per ficcarsi.

 

«Camerata, ecco qui la mia mano!
T’offro il mio amore più prezioso del denaro,
T’offro me stesso in luogo di prediche e leggi;
Tu ti darai a me? Viaggerai con me?
Ci resteremo fedeli, quanto dura la vita?
W. Whitman

 

Camerati.

 

Le sliding doors della vita di questo dannato sono state innumerevoli. Una più di ogni altra ci interessa: la sua mancata carriera da giocatore di football. Kerouac era un running back con i fiocchi. La sua prima partita risale al 1935, quando aveva tredici anni. Oltrepassò la goal line nove volte in quel gelido pomeriggio d’autunno. Ed è proprio a proposito delle prodezze sportive che Jack scriveva nei diari di gioventù. Come quando descrive con dovizia di particolari la vittoria ai danni della scuola rivale, la Lawrence High, nel Giorno del ringraziamento del 1938. Un match nel quale mise a segno il touchdown decisivo. Non era avvezzo ai sacrifici dell’allenamento e questo ha sicuramente influito sulla sua presenza in campo in quegli anni. Ma il talento da cui veniva baciato era fuori discussione. E tanto bastava.

 

Dopo il diploma ricevette due importanti offerte per la borsa di studio da parte del Boston College e della Columbia University. Frank Leahy e Lou Little, gli allenatori dei rispettivi atenei, rimasero impressionati dalle doti atletiche e tecniche che vantava a tal punto da finire a contendersi il ragazzo in un’opera di convincimento all’ultimo sangue. Kerouac dal Massachussets decise di spostarsi a New York, dove coltiverà le amicizie che lo segneranno per sempre. All’università giocò poco, stretto nella morsa degli infortuni e dei litigi con l’allenatore. Abbandonerà il gioco ma il gioco non abbandonerà lui. Sarà infatti Jim Irsay, il patron degli Indianapolis Colts di NFL, ad acquistare ad un’asta nel 2001 il rotolo originale di “Sulla strada”.

 

Kerouac in tutto il suo splendore ai tempi del football liceale.

 

Dopo anni di esposizioni in giro per il mondo, il manoscritto del Re dei Beat è tornato a Lowell e la University of Massachussets gli ha conferito una laurea ad honorem alla memoria. Come Camus, che se non fosse stato per la tubercolosi sarebbe potuto diventare un portiere di calcio professionista, Kerouac visse di sogni infranti. È stato un perdente, ma di successo, perché non ha saputo fare altro che perdersi ostinatamente nelle pieghe della vita. Perdersi sì, per poi trovare sempre un sentiero che lo portasse un po’ più in là nella sua ricerca di quel qualcosa che non è di questo mondo.

 

Ha macinato migliaia di kilometri senza mai imboccare la tanto agognata strada maestra. E di questo smarrimento ne ha fatto un capolavoro. Kerouac ha danzato sui carboni ardenti della sua anima, ha affrontato di petto la tempesta interiore nella quale era stato risucchiato pagando il prezzo più caro. Morì affogando nel fiume dell’alcol che ha attraversato la sua vita con la stessa forza con la quale il Mississippi scorre lungo le lande d’America. A un giornalista che gli chiedeva di cosa fosse in attesa, rispose: «Aspetto che Dio mi mostri il suo volto». Preghiamo che lo abbia fatto, Jack.