L’umidità del mare ti entra dentro le ossa. L’inverno non è come dalle altre parti qui a Zena. Però sotto la sciarpa e sono sudato, al gol ho esultato. Cioè ho sorriso. Li abbiamo battuti, di nuovo.

 

Cammino per il porto, crocevia di gente che arriva e che domani se ne riparte. Dunde ne vignì duve l’è ch’anè, quanti altri ne dovremo veder passare per il Signorini! Ma tu che rimani/ vedrai la neve se ne andrà domani/, rifioriranno le gioie passate/ col vento caldo di un’altra estate. Ma chissene frega di chi ci sarà, io vado a bere. Dobbiamo festeggiare! Abbiam vinto contro gli altri! Raggiungo Paolo, così lo sfotto un po’. E così Dori sta più tranquilla.

 

Mentre lo raggiungo, fumo le ultime del pacchetto.

 

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Paolino e Fabrizio.

 

Questa è stata la prima gioia calcistica dell’anno. E siamo a gennaio. La prossima potrà arrivare a dicembre prossimo, conoscendoci. Ma se la gioia è questa, aspettiamo. Ci siamo abituati: anzi che oggi non abbiamo preso goal all’ultimo minuto, perché di solito così ci capita. Tutti morimmo a stento/ ingoiando l’ultima voce/ tirando calci al vento/ vedemmo sfumar la luce.

 

Ho fame, non metto niente sotto i denti da stamattina. Questa partita la sento troppo. Più divento vecchio, più l’ansia mi divora. A proposito di vecchiaia, ho chiesto a Paolo e Dori che, quando sarà, mi devono far addormentare con il naso da pagliaccio addosso e la sciarpa rossoblu, proprio questa che mi fa sudare in questo gelo notturno, legata al collo bel stretta. Chissà se lo faranno.

 

Credevano a un altro diverso da te/ e non mi hanno fatto del male. Bah, intanto mi godo la sera. Proprio prima della partita pensavo che la settimana in cui sono nato, il Genoa era primo in classifica. Ma in coabitazione col Bologna, ovviamente. È tutto un copione la mia vita. La nostra vita: storia diversa per gente normale/ storia comune per gente speciale. Papà e mio fratello mi volevano del Torino. Mi ci portarono anche allo stadio, cominciai a sognar anch’io insieme a loro/ poi l’anima d’improvviso prese il volo. Entrai incuriosito da quello strano evento che coinvolgeva tante persone ed uscì genoano. Forse per dispetto nei loro confronti, anzi sicuro.

 

Al centro della Curva genoana capeggia la bandiera di De Andrè

Faber e la sua curva.

 

Ho fatto sempre tutto il contrario di quello a cui mi indirizzavano: quel galantuomo di mio padre mi voleva preside di una scuola ed invece ho deciso di diventare Fabrizio De Andrè. Non mi sono mai piaciute le cose semplici. Per questo sono del Genoa. E non lo so il perché di questo amore così viscerale. Poi io, che non esprimo neanche un sentimento se non è scritto, questo proprio non me lo spiego. È l’unica volta che mi capita, non riuscire a descrivere un sentimento. Ogni volta che provo a spiegarlo a qualcuno gli dico prova ad avere un mondo nel cuore/ e non riesci ad esprimerlo con le parole: e questo succede solo con il Genoa, cioè che le parole che dico/ non han più forma né accento. Rimango sbalordito dall’emozione che questo gioco regala.

 

Che poi mi incazzo come una bestia quando mettono quella v in mezzo. Si chiama Genoa. Anche perché noi tifosi non siamo genovesi ma genoani, sennò fate un tutt’uno con quegli altri. Pazienza, coltiviamo per tutti un rancore/ che l’odore del sangue rappreso. Non lo possono capire quanto è importante per noi. Genoani. Che bel popolo che siamo. Sempre piena quella gradinata, come una domenica di un dì di festa, in chiesa. Sempre a cantare e cantare, scivolammo nel gelo/ di una morte senza abbandono/ recitando l’antico credo/ di chi muore senza perdono. D’altronde è un po’ la natura di chi nasce a Genova, perché pure quegli altri non se la passano mica bene eh! Non sono stupiti a vederti la schiena/ piegata dal legno che a stento trascini/ eppure ti stanno vicini.

 

Sono un uomo a cui piace la solitudine, starmene da solo. Ma in queste notti, porca miseria, in queste notti no! Vorrei stare con tutti i miei confratelli a cantare, a brindare ed urlare dalla gioia! Mille anni al mondo, mille ancora/ che bell’inganno sei, anima mia/ e che grande il mio tempo, che bella compagnia! Ma tanto già so che non lo farò, non mi andrà. Immagazzino tutto, poi tanto le scrivo queste emozioni. Almeno ci provo, perché col Genoa già so che non ci riesco.

 

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Crêuza de mä

“Che hai Paolino?” “Faber, zitto” “Eddai, che è successo?” “Faber finisce male!!!” “Raccontami il gol alla fantozziana” “ ‘Fanculo, Fabrizio!”

 

Bello tutto sta sera. Anche la faccia di Paolo. Tutta un copione, come quelli che deve recitare. Potevo barattare la mia chitarra ed il suo elmo/ con una scatola di legno che dicesse “perderemo”, sarebbe stato comunque soddisfacente per me. Perché noi avevamo vinto e loro perso. Hanno perso su tutto, da prima della partita, quando parlavano spavaldi, a dopo, ho visto gente venire da sola/ e poi insieme verso l’uscita/ non mi aspettavo un vostro errore/ uomini e donne di tribunale/ se fossi stato al vostro posto/ ma al posto vostro non ci so stare. Ho ancora il cartoncino rosso della coreografia in mano, Nelson strappato al suo carnevale/ rincorre la sua identità/ e cerca la sua maschera, l’orgoglio, lo stile/ impegnati sempre a vincere e mai a morire.

 

Torno a casa, ubriaco ma felice a differenza di quegli altri che staranno bevendo per tristezza, mai mi sia venuto in mente/ di essere più ubriaco di voi. Poveracci. Ogni tanto ripenso a quella notizia che mi raccontò Francesco qualche tempo fa: un tifoso degli altri, quando venne a sapere che tifavo il Genoa, spezzò tutti i miei dischi. Lui mi disse che quel tizio aveva fatto due autogol, rimanendo doriano ma senza i miei dischi. Io non lo capii mica eh. Ogni tanto ci provo ad essere più del Genoa, sai quante volte mi chiedono di farle l’inno. Non ci riesco. L’inno non lo faccio perché non mi piacciono le marce e perché niente può superare i cori della Gradinata Nord. Al massimo, al Genoa scriverei una canzone d’amore. Ma sono troppo coinvolto.