Il Brasile è riconosciuto all’unanimità come uno dei Paesi più belli e complessi del Mondo. Il binomio bellezza-complessità è dato dalla variabilità della Nazione, riguardante sia l’aspetto naturale, sia quello antropologico e sociale. Si parte dalla fitta foresta Amazzonica, attraversata dall’imponente Rio delle Amazzoni e popolata ancora da antiche tribù indigene, fino ad arrivare a Copacabana, il lungomare di Rio de Janeiro con alle spalle i grattacieli che rispecchiano nelle loro vetrate l’azzurro dell’Oceano Atlantico, un’immensità d’acqua sorvegliata dal maestoso Cristo Redentore e sulla quale si affacciano le baraccopoli delle famose Favelas. La variabilità, però, ha un punto di congiunzione: come il bianco è sintesi di tutti i colori, così il futebol è sintesi di tutti i brasiliani. La massima espressione del binomio bellezza-complessità si è fatta carne – e mente – in uno dei calciatori più geniali che il mondo abbia mai visto: Ronaldo Luís Nazário de Lima.

Il giovane Ronaldo ai tempi del Cruzeiro

Il giovane Ronaldo ai tempi del Cruzeiro

È il 22 settembre 1976 e, in rua General César Obino al numero 114 di Rio de Janeiro, sta per venire alla luce un bambino. All’interno della casa, insieme ai due prossimi genitori, è presente un medico che aiuta Sonia a far nascere il piccolo: appena venuto alla luce, ecco la consueta frase: “Signora, come lo chiamiamo?”, “Dottore, lei com’è che si chiama?”, “Mi chiamo Ronaldo, Ronaldo Valente”. Donna Sonia incrocia lo sguardo del marito e trova il cenno d’intesa che si aspettava: “Dottore, il bambino lo chiamiamo Ronaldo“. Ronaldo trascorre la sua infanzia nella favela di Bento Ribeiro, aiutando mamma Sonia nelle faccende domestiche e trovando sempre il tempo per calciare un pallone: nel cortile di casa, per strada, nei campetti, fa poca differenza. La prima squadra in cui gioca Ronaldo è di calcio a cinque, il Tennis Club Valqueirre, e i compagni si presentano al nuovo arrivato con questa frase: “tu sei il più piccolo e stai in porta“. Ronaldo indossa i guantoni ed ecco che la carriera di uno dei centravanti più forti di tutti i tempi inizia come portiere. Durerà poco, perché Ronaldo ben presto prende il suo posto in mezzo all’area avversaria per non lasciarlo più. Il nome del futuro Fenomeno diventa sempre più popolare, fin quando non arriva la chiamata del Flamengo, squadra del cuore di Ronaldo. Però c’è un però: per raggiungere il campo d’allenamento bisogna prendere un autobus e la famiglia non può permettersi il pagamento del biglietto; il trasferimento dunque sfuma e il piccolo ha la delusione più grande della sua vita. La svolta arriva presto, più precisamente quando nella sua vita entrano Alexandre Martins e Reinaldo Pitta, amici di famiglia che diventeranno i suoi agenti e giocheranno un ruolo fondamentale nei trasferimenti durante la sua carriera: nel giro di pochi anni il funambolico Ronaldo, che in patria ha segnato già valanghe di gol con la maglia del Cruzeiro, sbarca nella tanto sognata Europa, dove vestirà i colori di PSV Eindhoven, Barcellona, Inter, Real Madrid e Milan. Il trasferimento in Olanda è traumatico: Ronaldo soffre, sente che la terra dei tulipani e dei mulini a vento non è la sua, non è il Brasile. Ad ogni modo, sul campo da calcio, è sempre lo stesso: quarantasei presenze e quarantadue gol. Col passare del tempo Ronaldo si trova sempre meglio, aiutato anche da donna Sonia, corsa in aiuto del figlio. Sembra andare tutto per il verso giusto, però è solo un’illusione. Ronaldo soffre di una patologia che lo tormenterà per tutta la carriera: ha un difetto alle ginocchia e, allo stesso tempo, una muscolatura troppo sviluppata, che col trascorrere degli anni provocherà il cedimento dei legamenti. Già di per sé, va oltre la fisiologia muscolo-scheletrica ciò che Ronaldo riesce a fare in campo: i cambi passo, la velocità esplosiva, la forza fisica, l’eleganza; tutte caratteristiche che sono teoricamente divise. Esistono calciatori eleganti, altri forti fisicamente, altri ancora veloci: sono tutte qualità che – in gente normale – si escludono a vicenda. In Ronaldo, invece, sono insieme: non avremmo parlato di Fenomeno altrimenti.

Ronaldo con il Pallone d'Oro, vinto nel 1997 (ne vincerà un altro nel 2002)

Ronaldo con il Pallone d’Oro, vinto nel 1997 (ne vincerà un altro nel 2002)

Descrivere Ronaldo a parole è compito assai arduo, e soffermarsi solo su una giocata potrebbe finire per sminuirlo. Il Fenomeno è stato un “calciatore totale”, come il calcio di Johan Cruyff e di quell’Olanda che, scherzo del destino, è stata il trampolino di lancio del brasiliano nel calcio europeo. La totalità di Ronaldo è assoluta: nessun altro calciatore è stato come lui, forse – a detta di non pochi – neanche Maradona. Forza fisica spaventosa, velocità da centometrista, finalizzazione da attaccante puro, intelligenza sopraffina, dribbling straordinario: il Fenomeno aveva tutto questo distribuito in egual misura. Una macchina perfetta che, purtroppo, si portava dietro difetti fisici costitutivi del suo essere. Abbiamo scelto cinque giocate di Ronaldo, ognuna per le caratteristiche sopracitate, in modo da avere una visione completa di ciò che veramente è stato il brasiliano.

La forza fisica

Ciò che riusciva a fare Ronaldo quando puntava le difese avversarie non si era mai visto prima, né si è visto dopo: una vera e propria forza della natura. L’esempio lampante è questo gol contro il Valencia ai tempi del Barcellona (che gli valse una tripletta in quella gara), in cui affonda tra i difensori valenciani come un coltello nel burro:

Il terzo goal di Ronaldo contro il Valencia

Su un recupero palla dei catalani a centrocampo sta per intervenire un compagno di squadra, Ronaldo gli sradica la palla quasi con prepotenza e parte dritto verso la porta: sulla sua strada ci sono due difensori che cercano di chiuderlo, ma Ronaldo prima fa passare la palla fra i due, e poi si lancia all’inseguimento della sfera noncurante della presenza degli avversari. Il risultato è che li oltrepassa senza subire il minimo sbilanciamento, per poi depositare la palla in rete. Chiamatela forza, prestanza fisica, potenza; si può chiamare in tanti modi, ma la miglior definizione è quella di un argentino che all’epoca sedeva proprio sulla panchina del Valencia, il suo nome è Jorge Valdano, grande calciatore, dirigente e anche scrittore, che disse:

“Ronaldo non è un uomo, è una mandria di cavalli”.

La velocità

L’intera carriera di Ronaldo è stata costellata da accelerazioni fulminee; cercarne una che potesse essere intesa come quella “per eccellenza” è stato difficile, anche per il semplice motivo che le giocate di un campione come il brasiliano sono ovviamente indiscutibili e quindi oggettive, pur conservando sempre una dose di soggettività nella scelta di quella più bella. Abbiamo scelto un’accelerazione che poi si è conclusa con un nulla di fatto, ma che, fra tutte quelle viste, ha colpito più fortemente la nostra vista:

L’accelerazione di Ronaldo contro l’Olanda

Il Brasile è impegnato nella semifinale di Francia ’98 contro l’Olanda, Ronaldo ha solo 21 anni e il suo diretto marcatore è Jaap Stam, gigante di 191 cm per 90 kg, aiutato con un raddoppio costante da Frank De Boer. Sugli sviluppi di un contropiede, il Fenomeno riceve palla spalle alla porta nel cerchio di centrocampo, fa uno stop a seguire spostando la palla sul lato destro e, come al solito, punta la porta. A cercare di contrastarlo c’è Frank De Boer, chiamato ad un’impresa impossibile: recuperare Ronaldo lanciato a tutta velocità. L’andatura del Fenomeno è impressionante: il movimento sincronizzato di spalle, braccia e gambe ricorda quello di un ghepardo, non a caso l’animale terrestre più veloce del pianeta. Alla fine De Boer riesce ad intervenire, ma solo perché il brasiliano, nel frattempo, ha dovuto rallentare leggermente la sua corsa per far fuori – con un gioco di prestigio – il gigante Stam. Mi permetto, ancora una volta, di chiamare in causa Valdano, che Ronaldo l’ha visto sia da avversario, sia nella sua squadra ai tempi del Madrid:

“La prima volta che vidi giocare Ronaldo, passai tutta la partita a criticarlo invano. Si stringeva nelle spalle per decollare e si lanciava nell’avventura solitaria di fronteggiare i difensori. Ogni volta che toccava il pallone lo allontanava parecchio, troppo, dai suoi piedi, e io, che come ogni spettatore giocavo la mia partita per interposta persona, puntualmente mi lamentavo. […] Sembrava che finisse fuori, e invece la raggiungeva; sembrava che fosse in vantaggio il difensore, invece arrivava prima lui; sembrava che fosse del portiere, invece era gol. Il problema è che io misuravo la sua velocità in termini umani e Ronaldo è un portento fisico che fa saltare tutte le previsioni di tempo e distanza”.

La finalizzazione

Ronaldo, nella sua carriera, ha giocato con le maglie di Cruzeiro, PSV Eindhoven, Barcellona, Inter, Real Madrid, Milan e Corinthians, oltre alle presenze con la Nazionale brasiliana per un totale di 414 gol. Guardando a queste cifre, è fuor di dubbio che il Fenomeno è stato un grande finalizzatore. Ed è proprio la finalizzazione una delle sue arme più temute dalle squadre avversarie. Ronaldo creava (spesso e volentieri da solo) occasioni a ripetizione in ogni partita, che il più delle volte finivano in gol grazie alla sua freddezza sotto porta. Come in questo caso in cui segna contro l’Atletico Madrid, quando era la punta di diamante dei “Galacticos“:

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Dopo 14 secondi dal calcio d’inizio, il Real sblocca il derby

Quel Real Madrid era una squadra di stelle, non c’è dubbio. Ma se c’era un calciatore capace di inventarsi un gol letteralmente da solo, quello era il Fenomeno. In questo derby di Madrid a battere il calcio d’inizio sono i padroni di casa del Real: Ronaldo tocca per Raul, palla a Beckham che la passa a Zidane sul centro-sinistra, il francese apre per Roberto Carlos che avanza fino alla trequarti e ripassa la palla in mezzo dove si è appostato, da solo, il Fenomeno. Qui entra in scena il brasiliano: con una sola finta di tiro salta in un colpo solo sia i due avversari che cercano di contrastarlo, sia l’intera linea difensiva; arrivato a tu per tu con il portiere esprime alla perfezione ciò che è il concetto di finalizzazione: inizialmente sembrerebbe fare un tocco di troppo che consentirebbe all’estremo difensore di portarsi proprio a ridosso della palla e quindi recuperarla ma, proprio all’ultimo momento, Ronaldo esegue un tocco sotto morbidissimo e il pallone finisce in rete. Un’azione aperta da Ronaldo e, appunto, finalizzata da Ronaldo in – dato non indifferente – appena quattordici secondi dall’inizio della partita.

L’intelligenza

Quando si parla di intelligenza rapportata al gioco del calcio bisogna intendere il concetto in un significato ampio. L’intelligenza può essere quella di un attaccante che fa un movimento per smarcarsi, un portiere che in uscita anticipa la punta, o un difensore che esegue una scivolata per prendere il tempo all’avversario. Con Ronaldo ci soffermeremo su una curiosità che è segno di profonda intelligenza calcistica. Il Fenomeno, tempo fa, rilasciò una dichiarazione in cui disse che per fare gol più facilmente conveniva saltare il portiere, in modo da poter depositare la palla a porta vuota. Ebbene, sembra che questa non fosse solo una dichiarazione campata in aria, ma un vero e proprio dato di fatto: in carriera, fra club e Nazionale, il Fenomeno ha segnato ben 47 gol dopo aver saltato l’estremo difensore. Il più bello è quello segnato alla Lazio nella stagione 1997/98 in finale di Coppa UEFA:

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Intelligenza e dribbling: docente Luis Nazario de Lima

Una delle migliori partite della sua carriera, in cui fece ammattire la difesa laziale capitanata da un giovanissimo Alessandro Nesta. Nel secondo tempo, ricevuta palla in profondità al limite del fuorigioco, Ronaldo partì indisturbato verso la porta avversaria: a tu per tu con il portiere, il brasiliano diede lustro alla sua estrema classe, esibendosi in una serie di finte di corpo che spiazzarono il povero Marchegiani, il quale, una volta saltato, non poté far altro che voltarsi all’indietro e recuperare la palla in fondo al sacco. Il modo in cui Ronaldo saltò l’estremo difensore biancoceleste potrebbe essere riguardato all’infinito, senza mai annoiarsi. Una vera e propria poesia in movimento.

Il dribbling

Qui ci saremmo potuti sbizzarrire, perché il dribbling è stata la vera specialità di Ronaldo. Doppi passi (come nel gol di cui sopra), elastici, colpi di tacco, tunnel, numeri di qualsiasi tipo. Non importa in che modo; se Ronaldo ti puntava, potevi solo fare il segno della croce e sperare. Il dribbling di Ronaldo è qualcosa di sovrumano, indicato da molti come uno dei più belli, eleganti ed efficaci nella storia del calcio.

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Palla c’è-palla non c’è. C’è qualcosa di mistico in questa giocata

Ronaldo si trova appena dentro all’area di rigore in una posizione defilatissima, è spalle alla porta e nel frattempo tiene a distanza un difensore. A tutta velocità arriva un secondo avversario a contrastarlo ma il Fenomeno decide che deve fare il Fenomeno e con un gioco di prestigio lo manda fuori causa; poi con due tocchi ravvicinati finta di andare verso l’interno dell’area, ma questo movimento provoca l’apertura delle gambe del difensore, che viene beffato con un tunnel dopo un secondo numero. Ronaldo non riesce a proseguire l’azione perché steso, ma l’arbitro non fischia. Il livello di difficoltà di questa giocata è elevatissimo, non sono umanamente concepibili (a velocità naturale) tutti quei tocchi, in un fazzoletto d’erba e ad una rapidità che ha del clamoroso. I frammenti di questo dribbling rappresentano al meglio la tecnica ultraterrena di questo formidabile calciatore. Ronaldo verrà ricordato in eterno come uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, nonostante una carriera costellata da eventi negativi: un rapporto difficile col padre dopo il divorzio dalla tanto cara donna Sonia, i numerosi interventi chirurgici e anche forti delusioni sportive come lo scudetto perso all’ultima giornata nel 2002 o la finale di Francia ’98. Ronaldo si è ritagliato un posto nella storia del calcio non solo come grande calciatore, ma anche, e soprattutto, come iniziatore di una vera e propria corrente di pensiero del calcio moderno, il famoso “Jogo bonito“: senza il modo di giocare del Fenomeno non ci sarebbero stati i Ronaldinho, gli Ibrahimovic, i Neymar; oppure ci sarebbero stati, ma non quelli che sono oggi (celebre la foto di Ibra, da ragazzo, con la stanza costellata di reliquie raffiguranti O Fenomeno). Senza Ronaldo migliaia di persone non amerebbero il calcio così come lo amano oggi. Ronaldo ha avuto numerosi problemi ma tutte le belle storie conservano sempre qualcosa di negativo, qualcosa di doloroso. Ed è proprio per questo che poi diventano meravigliose e vengono ricordate. Dopo un temporale c’è sempre il sereno, dopo la notte sorge sempre il Sole. I campi da calcio sono e saranno calpestati ancora da grandi giocatori, da leggende e da campioni: ma non ci sarà mai più un altro Fenomeno.