A che punto (e livello) è lo sport in Arabia Saudita?
Novembre 2022, Mondiali in Qatar. Ottantamila spettatori riempiono il maestoso stadio di Lusail per l’esordio mondiale dell’Argentina, una delle favorite assolute del torneo, reduce da trentasei partite consecutive senza sconfitte. Lionel Messi, al suo quinto e ultimo Mondiale, cerca l’unico trofeo che ancora gli manca per completare una carriera leggendaria. Di fronte a lui c’è l’Arabia Saudita: cinquantunesima nel ranking FIFA, considerata una delle nazionali di calcio più deboli del torneo.
Dopo appena dieci minuti, Messi trasforma un rigore e porta in vantaggio l’Albiceleste. Tutto sembra scorrere secondo copione. L’Argentina continua ad attaccare con ferocia e segna altri tre gol, tutti annullati per fuorigioco millimetrico a Messi e Lautaro Martinez. I tifosi sauditi assistono impotenti, la vittoria pare una formalità da sbrigare.
Ma nel calcio, come nella vita, le certezze possono crollare in un istante. E anche se le grandi storie di sport sembrano appartenere più al nostro calcio, anche il Medio Oriente quel giorno riesce a scriverne una.
La ripresa inizia e in cinque minuti folgoranti tutto si ribalta: al terzo minuto Saleh Al Shehri anticipa Romero e pareggia. Passano cinque minuti e Salem Al Dawsari compie una magia. Un gol pazzesco in cui l’attaccante saudita controlla il pallone, si gira su sé stesso evitando due difensori argentini e fa partire un destro a giro che si infila all’incrocio dei pali. Al Dawsari ha appena firmato uno dei momenti più iconici nella storia dei Mondiali.
L’Argentina si squaglia, stordita, incapace di reagire. Al 90°, Otamendi sfiora il pareggio di testa ma un miracoloso salvataggio sulla linea nega il pareggio alla squadra futura campione del torneo. Fischio finale: 2-1. Secondo l’agenzia di dati sportivi Gracenote, è la più grande sorpresa nella storia della Coppa del Mondo.
I tifosi sauditi, estasiati, esplodono in una celebrazione quasi incredula, mentre Messi resta immobile a centrocampo, le mani sui fianchi, lo sguardo perso nel vuoto. È la prima vittoria di una nazionale mediorientale nella storia del Mondiale, in un torneo ospitato per la prima volta in quella regione (Qatar).
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Quel pomeriggio del 22 novembre sembrava l’inizio di qualcosa. Un’impresa sportiva che avrebbe potuto segnare il punto di svolta per il calcio saudita, la prova tangibile che gli investimenti miliardari stavano dando i loro frutti, che il sogno di Vision 2030 stava prendendo forma sul campo. Il mondo guardava l’Arabia Saudita con occhi diversi: non più solo petrodollari e promesse, ma risultati concreti e un buon livello calcistico.
Ma, come vedremo, sarà solo un miraggio nel deserto. Quello che sembrava un nuovo inizio era in realtà l’ennesimo capitolo di una strategia ben più cinica, con il calcio a fare da sottile (ma illusorio) strumento di soft-power. Incapace, alla lunga, di attrarre a sé il grande pubblico, nonostante gli sforzi (economici) profusi.
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