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9 Marzo

Karim Benzema è un’opera d’arte

Matteo Zega

3 articoli
Un irrecuperabile banlieusard, un affaire meraviglioso.

Degradata la funzione del Pallone d’oro da consacrazione sportiva a “buffonata marchettara”, come la definisce Jack O’Malley sul Foglio, per tentare di riconoscere gli ultimi barlumi di meritocrazia e i giusti onori sportivi non resta che affidarsi ai riconoscimenti informali, ben più attendibili di quelli ufficiali. Se le dichiarazioni a mezzo social lasciano il tempo che trovano, degna di nota è stata l’investitura di Ronaldo a Karim Benzema nell’ambito della corsa al Ballon d’or, con il Fenomeno che ne ha evidenziato il “livello devastante” delle prestazioni. Alla soglia dei quattrocento goal in carriera, Benzema è entrato di diritto nell’olimpo degli attaccanti del nuovo millennio e non solo.

Tuttavia, qualsiasi tentativo di definirne con esattezza l’attitudine risulta vano: non si tratta soltanto di un puro centravanti, né di un rapace d’area o numero 9. Benzema è al di là di ogni etichetta. Attaccante a tutto campo, elegante rifinitore dalla trequarti in poi e potente finalizzatore negli ultimi venti metri; tecnica deliziosa e fisico possente, velocità e robustezza, freddezza sottoporta e spirito di sacrificio. Caratterialmente sprezzante e impertinente ma anche generoso e altruista, punto di riferimento, capitano ma con incorreggibile attitudine al dissenso. 

Inutile descriverlo, Benzema è Benzema, in grado al contempo di appassionare e dividere compagni di squadra, allenatori, tifoserie e opinione pubblica: non è un giocatore, ma un vero e proprio affaire.

Quando esordisce con il Lione, nel 2005, è ancora un acerbo banlieusard, gracile, magrolino e piuttosto chiuso, imbrigliato dalla timidezza e da un’acuta introversione. Il passato è burrascoso, trascorso insieme ai genitori e agli otto fratelli a Terraillon, uno dei distretti di Bron, un sobborgo piuttosto “caldo” ai margini di Lione. Per preservare il talento del giovane Karim e allontanarlo dai disagi della periferia l’OL lo ospita nella propria struttura. Robert Valette, ex calciatore che ha seguito fin dalle giovanili Benzema, dichiara: «Era in grado di dire a un allenatore di andare a farsi fottere. Uno dei primi giorni dopo il suo arrivo all’Olympique Lyonnais ha litigato con un altro giocatore della sua squadra perché non capiva che non doveva parlare così alle persone. Quella era la sua vita di tutti i giorni».

Karim Benzema lione
Karim Benzema ai tempi del Lione

Benzema burbero, scontroso, non distingue campo e periferia. Il suo miglior amico è, allora come oggi, Karim Zenati, pluripregiudicato, arrestato per rapina a mano armata nel 2006 e poi, ancora, nel 2009 per traffico di droga. La sua testimonianza di fronte al giudice è utile però per capire la realtà delle banlieu:

«In quelle parti della città, la violenza è ovunque e non la vediamo». «Cresce dentro di noi», ha detto. «Non ci rendiamo conto di essere violenti».

Karim Benzema

Tuttavia, in campo, Benzema mette da parte i dolori adolescenziali e si trasforma in un turbinio incessante, è agilissimo e inarrestabile, una potenza graziosa ma indomita. Mette da subito in mostra i marchi di fabbrica: il controllo vellutato, il doppio passo letale, la sterzata, la croqueta fulminante nello stretto, il tiro a giro. Sfilargli il pallone da sotto i piedi è impossibile, così come fermarlo quando scappa in campo aperto. Nel Lione dei record vince quattro campionati consecutivi, tra il 2005 e il 2008, con l’ultima stagione che lo vede, ancora giovanissimo, capocannoniere del torneo con venti reti.

A stupire non è tanto la quantità notevole dei gol, 66 in 148 presenze, ma la semplicità disarmante con cui si muove in ogni parte del rettangolo di gioco: Benzema è ovunque e segna da qualsiasi posizione. Incornate di giustezza, tap-in, bordate dai 30 metri – perché no, anche di sinistro – è rapido e imprendibile nel dribbling, i colpi di tacco sono all’ordine del giorno e mostrano tutta la gentilezza (spietata) della sua tecnica. Il Barcellona lo adocchia, ma ha paura del carattere e delle conseguenze che può avere nello spogliatoio; Florentino Pèrez invece non ha dubbi e si presenta di persona a casa sua.

Benzema in un’intervista ricostruisce la visita del presidente: «Mi chiamano e mi dicono che dovevo tornare a casa, per parlare di calcio e cose così… Io risposi “no, no,non ho tempo” e mi dissero che dovevo assolutamente andare, perché era urgente. Così dissi “va bene, ma solo due minuti”. Arrivo… e non riesco a credere all’idea che ci sia Florentino Perez. Di fatto, quando lo realizzo, dico tra me e me “cavolo, è quello che ha comprato Zizou, Ronaldo…”. Fu scioccante». Lo stesso presidente del Real spiega così l’iniziativa: «Beh, quando ti innamori di qualcuno, di una ragazza, la vai a prendere a casa. E così feci con Karim. Avevo molto interesse che venisse al Real Madrid».


Così nel 2009 Benzema arriva a Madrid dove, non senza alti e bassi, la sua carriera decolla definitivamente: è l’estate in cui Florentino Perez spende 257 milioni di euro per poter concorrere con il Barca di Guardiola, fresco vincitore del triplete. Tuttavia i blancos non vivono un momento storico propizio e la prima stagione trascorre senza coppe. Per Benzema, 10 reti in 38 partite tra campionato e Champions. Il 2010 è l’anno di Mourinho in panchina, personalità eccessivamente marcata per uno spogliatoio di galacticos: il bottino è magro, i titoli in tre anni sono solo tre, e le dichiarazioni del portoghese restituiscono la cifra delle incomprensioni interne.

Su Benzema, mister triplete chiosa: «se non hai un cane per andare a caccia con te, e hai un gatto, devi uscire con un gatto. Prenderai di meno, ma prenderai qualcosa lo stesso», mentre il compagno Kaka lo striglia invitandolo a fare di più. Benzema, che si guadagna in quest’occasione il soprannome di gato, scopre gli attacchi a mezzo stampa, una costante nella sua carriera, così come i numeri con cui li mette a tacere. Non a caso proprio a partire dalle dichiarazioni di Mourinho ha inizio la carriera del francoalgerino dai numeri vorticosi e, nonostante il periodo ben poco special, realizzerà 98 pesantissimi gol in 150 partite, umiliando anche uno come Puyol, elegantemente domato con un sombrero e messo a sedere.

In questi anni Benzema vive un percorso di crescita incredibile: irrobustisce la struttura fisica, quasi a dimostrare di voler “diventare grande”, mette da parte le insicurezze e matura sia tecnicamente che emotivamente. Sviluppa la duttilità che lo renderà un giocatore unico. Se a Lione ambiva al ruolo di protagonista assoluto, al Real deve convivere con CR7, un gigante più gigante di lui: così recita alla perfezione il ruolo di spalla, tra i due nasce un rapporto prolifico e i risultati si vedono. È Benzema stesso a spiegare il modo di giocare accanto al portoghese:

«Quando giocavo nel Lione ero il finalizzatore, a Madrid c’era Ronaldo e io facevo altro. Segnavo, ma ero più coinvolto nella costruzione della manovra, nei movimenti per aprire gli spazi. Non credo che solo perché indossi la maglia numero 9 tu debba essere il cannoniere della squadra».

Karim Benzema

Tuttavia, a fianco del portoghese, Benzema sarà protagonista della decima, affermandosi come cecchino anche in Europa (in quattro anni, 23 gol in 40 partite). 

Karim Benzema e Cristiano Ronaldo con le rispettive nazionali

Nel 2013 l’affaire Benzema si fa politico, con l’attaccante a più riprese criticato per il rifiuto di cantare l’inno francese prima delle partite. Non vuole dirsi un enfant de la patrie, non è figlio di quella patria che aveva sottomesso la sua originaria; la “bandiera sanguinosa della tirannia”, contro cui l’inno invita alla rivolta, per lui è proprio il drapeau.  Minimizzerà dichiarando che «neanche Zidane (pure lui berbero, cabiliota, ndr) lo cantava». Aggrava la propria posizione nel 2015, quando al termine della Marsigliese, eseguita per commemorare le vittime del Bataclan, decide di sputare a terra: un gesto che non lascia spazio ad attenuanti o giustificazioni, che ovviamente gli costa l’unisona condanna della stampa.

D’altronde, dietro all’attaccante poderoso c’è una personalità non meno forte, su cui grava l’eredità di un conflitto secolare. In merito, Benzema dichiara «gioco con i Bleus per motivi sportivi, ma il mio paese è l‘Algeria». La questione, di per sé delicata, diventa ancor più ostica in virtù dell’indole ispida dell’attaccante, a fedele riprova della discendenza berbera, nello specifico cabiliota, popolo dalla storica vocazione insurrezionale.

Il 2015 è un annus horribilis dal punto di vista mediatico: a novembre viene accusato di “concorso in tentato ricatto”, orchestrato dall’amico Karim Zenati, ai danni del connazionale Valbuena e perciò escluso dai Blues. Stavolta lo scandalo ha portata ben maggiore, con la questione giudiziaria che si aggiunge a quella politica e le critiche che si moltiplicano esponenzialmente. Il primo ministro Valls gli ricorda che «un grande sportivo dev’essere esemplare. Se non lo è non c’è posto per lui in Equipe de France», mentre Marine Le Pen a mezzo Twitter tuona un più perentorio «che vada a giocare per il suo Paese se non è felice». Anche il mondo sportivo è diviso: persino Lilian Thuram, da sempre particolarmente sensibile alle questioni civili, striglia l’attaccante: «Dice che ama la nazionale, ma ho l’impressione che non la ami nella maniera giusta”.

«Valbuena è un uomo eccezionale», dichiara invece Noel Le Graet, presidente della Federcalcio francese (FFF). «Poi c’è Karim Benzema… È nato in un distretto difficile e non ha cambiato gli amici… Quello che è ovvio è che ha tenuto delle cattive compagnie».

Benzema si mostra indissolubilmente radicato alla difficile realtà d’origine, un irrecuperabile banlieusard che il suo quartiere non l’ha mai davvero lasciato. Tornerà in nazionale soltanto dopo cinque anni e un accesissimo dibattito sulla sua esclusione. 



Alla guida dei madrileni, dopo una triste parentesi con Rafa Benitez, nel 2016 arriva in punta di piedi Zizou Zidane, l’uomo che più di tutti esalterà Benzema e riporterà il dominio blanco sul calcio mondiale. Tra i due si crea un legame indissolubile, Zizou lo accoglie sotto la propria egida ed è sempre pronto a sbilanciarsi per difenderlo. Con lui i madrileni tornano galacticos vincendo, per la prima volta nella storia di un club, tre Champions League consecutive. Benzema è protagonista, ovviamente, con 14 gol in tre edizioni, ma non mancano le critiche. Gli viene rimproverato di non segnare abbastanza (sic!), soprattutto nella stagione 2017/2018, quando chiuderà la Liga con 5 gol e 11 assist.

Nel calcio dei data analysts è impensabile definire efficace un attaccante da cinque marcature in una stagione, poco importa se coinvolto in gran parte delle azioni decisive della squadra. La critica per i pochi gol è una costante, e giusto l’anno prima Benzema aveva dichiarato, specificando la sua natura di giocatore a 360 gradi: «un attaccante non è solo il gol, deve partecipare, creare gli spazi, fare assist». Sono compiti che svolge alla perfezione, ispirandosi stilisticamente a Ronaldo, il suo idolo di bambino che ora lo vorrebbe pallone d’oro, che come lui era attaccante completo e molto spesso si muoveva lontano dall’area. 

La stagione 2017/2018 è anche quella del suo gesto preferito. Nel ritorno della semifinale di Champions, in casa dell’Atletico, si trova circondato da tre difensori sulla linea di fondo; quando il massimo che riesce ad ottenere sembrerebbe un calcio d’angolo, con la solita, devastante croqueta li supera tutti, mette la palla al centro e da quella palla nascerà il gol di Isco. È emblematico, per il suo modo di intendere il calcio, che un attaccante non scelga un gol come momento preferito ma un movimento decisivo per l’intera squadra: «per me è stato più di un gol, è la cosa più bella che ho fatto in Champions» una dichiarazione che spiega l’attitudine non solo alla rete ma ad un compito ben più complesso, quello di far funzionare un ingranaggio delicato come il tridente Bale-Benzema-Ronaldo.

D’altronde, le cifre sono da capogiro anche per quanto riguarda gli assist, che sono 153 e lo rendono il miglior assistman della storia del Real.

A riprova della tensione mediatica che grava su Karim Benzema, l’azione simbolo della sua carriera è riportata in chiave satirica da un meme rilanciato su Instagram dal suo amico rapper Booba: qui, nella giocata con l’Atletico, i volti dei colchoneros sono sostituiti da quelli del ct Deschamps, che lo aveva escluso dando ascolto «a parti razziste della Francia», di Manuel Valls e Olivier Giroud, suo sostituto e concorrente nell’attacco dei blues. Il like al post di Karim fa esplodere le polemiche, con lo stesso Deschamps che in conferenza stampa lo definisce “penoso”.

La croqueta con l’Atletico nella versione originale, che porterà poi al gol di Isco

Nel 2018 Cristiano Ronaldo sceglie la via di Torino e Benzema diventa finalmente terminale offensivo e riferimento: dopo due stagioni con soli 16 gol nella Liga (ma ben 9 in 22 gare di Champions, lo ricordiamo ai data analysts), è giunto il momento di mettere a tacere anche i detrattori più ostinati. L’autonomia conquistata a partire dal trasferimento di CR7 ne esalta le doti realizzative, tanto da fargli guadagnare gli elogi di ESPN: «È migliorato in tutti gli aspetti statistici ma anche tecnico-tattici: oggi Karim Benzema non è più un calciatore, ma un’opera d’arte. Che, grazie alla sua bellezza, cancella i difetti del Real Madrid, e per questo dovrebbe avere un proprio spazio dedicato nella galleria del Museo do Prado di Madrid, ma anche nel Louvre di Parigi».

Ne frattempo, per non farsi mancare nulla, è accusato di coinvolgimento in un tentato sequestro di persona ai danni del suo ex procuratore De Souza, che denuncia di esser stato avvicinato e aggredito da amici del suo ex assistito: Benzema, che sembra proprio non riuscire a smorzare le polemiche, non nega l’avvenuto, ma alimenta i sospetti sdrammatizzando solo sul rapimento, e twitta: «un parente di Benzema tocca il braccio a De Souza ed è rapimento. De Souza viene picchiato, ma non manca neanche un giorno al lavoro. De Souza dice che nel furgone c’era Benzema, ma gli investigatori smentiscono questa idea. Ma questo mondo fa sul serio?»

Nelle stagioni 18/19 e 19/20, giocando da prima punta, realizza 57 gol in 94 partite. Ancora una volta, oltre alla quantità risalta la qualità. Se l’assist di tacco a Casemiro, stile Guti ma con aggiunta di tunnel (ah!), è un gesto da far impallidire gli avversari, non mancano prodezze di ogni genere. Il movimento-tipo prevede taglio in diagonale verso sinistra, ricezione e poi tre tocchi, ravvicinatissimi e letali: stop, controllo, sguardo alla porta e conclusione. Semplice e cinico, il colpo è sentenza. Benzema è sempre più imprescindibile per il Real, nonostante il ciclo di vittorie sia andato sfumando, come dimostrano le scialbe parentesi di Lopetegui e Solari, prima del ritorno di Zizou, che riporta la Liga in casa madrilena con l’attaccante ancora protagonista, con 23 reti in 34 partite di campionato. 

Che Eupalla benedica Karim Benzema: anzi, l’ha già benedetto.

A coronamento dei progressi esponenziali, nel 2020 Benzema rientra in nazionale per l’Europeo, con la situazione che sembra appianata, se non per una stoccata – immancabile – al suo Olivier Giroud, definito un «kart a confronto con una Ferrari» (stavolta difficile dargli torto): il gol alla Svizzera è un colpo di spugna alle polemiche e dimostra ancora una volta le surreali qualità di controllo nello stretto dell’attaccante. Così anche la rete al Belgio, con controllo e girata in mezzo a due difensori, dimostra la capacità di smorzare la forza bruta e accarezzare delicatamente la palla quando necessario. Il gol che vale il pareggio in finale di Nations League contro la Spagna è la quintessenza del suo modo di giocare: taglio in diagonale verso sinistra, stop, controllo, parabola sul palo lungo e palla all’incrocio, inesorabile.  

Ad oggi, la situazione in nazionale sembra risolta, il Real di Ancelotti è primo in classifica a +4 dalla seconda ed è capitanata da un battagliero francoalgerino dall’iconico mignolo fasciato che, irrefrenabile in campo e fuori, non risparmia critiche al mondo del calcio. Un mondo ridotto a flusso mediatico continuo, in cui il gesto tecnico si riduce a dato da computare e al sentimento si preferisce la spettacolarizzazione (ergo, lucro): «Non mi piace questo calcio – afferma il numero 9, come sempre lontano da mezze misure – è diventato uno sport in cui guardiamo solo i numeri e le statistiche. […] Il consumo di calcio non è più come una volta. Non stiamo più davanti a una partita per novanta minuti. Ci sono i social network, puoi seguire tutto al telefono, guardi chi ha segnato

… Non ci preoccupiamo più di guardare cosa sta facendo un calciatore in campo, ma solo chi ha segnato. E il giorno dopo consideriamo quest’ultimo il migliore».

È un’analisi che mostra come di pari passo con la crescita dell’atleta si sia sviluppato un senso critico su una realtà – quella calcistica – in cui i riflettori diventano spesso specchietti per allodole, facendo brillare per oro anche le più basse contraddizioni. Poche parole, decise e semplici, perché, per Benzema «il gioco dev’essere bello ed elegante». Come il suo, d’altronde.

Trentaquattrenne, all’apice della carriera, con 17 gol in 20 partite di campionato e 5 reti in altrettante gare di Champions non smette di scardinare record e pregiudizi sul suo conto, con una parabola sportiva che sembra tendere all’infinito. Se i fenomeni mediatici più mainstream ne hanno per troppo tempo relegato in secondo piano i gesti surreali (dapprima il Barcellona di Guardiola, Messi e il tiki taka, poi CR7 e i Blancos), ora anche lo spettatore più distratto può focalizzarsi su uno dei giocatori più devastanti, brutali e allo stesso tempo eleganti del calcio moderno. Finalmente Karim Benzema ha la notorietà che merita ed ESPN, su YouTube, si chiede se non sia il giocatore più sottovalutato della storia del Real. 

Le emozioni che riesce a suscitare si riassumono nel “non ci stupisci più!”, urlato da un più che stupito Federico Balzaretti ai microfoni di DAZN dopo uno spettacolare taconazo nel Clasico dello scorso aprile. Un grido di sconcerto e meraviglia per l’atleta che quel colpo l’aveva fatto con naturalezza destabilizzante. Perché Benzema è talmente forte, deciso, irruente, che in campo e fuori destabilizza. Karim Benzema, prendere o lasciare, rappresenta la tirannia del talento e il dispotismo della bellezza. Con buona pace della razzumaglia di statisti e accademici, Karim, satrapo del gioco del pallone, è un affaire meraviglioso. 

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