Da poco entrata a far parte della Nato, la Spagna ospita la XII edizione della Coppa del Mondo di calcio. Superata la fase dell’isolamento e dell’embargo contro il regime franchista da parte delle Nazioni Unite, e dopo il Patto di Madrid fra Dwight Eisenhower e Franco, a cui segue il Desarrollo iberico, il piccolo miracolo economico che permette alla Spagna di diventare nel 1973 la nona economia del pianeta lasciandosi alle spalle povertà e arretratezza, nella penisola è in corso la lenta transizione verso una stabilità democratica, che ha conosciuto una tappa fondamentale il 29 dicembre 1979, quando viene promulgata la Costituzione spagnola che istituisce le Cortes Generales, il Parlamento iberico, formato dal Congresso dei deputati e dal Senato. Nonostante la minaccia di attentati da parte dell’organizzazione separatista basca dell’ETA, e sebbene sia ancora recente il ricordo del tentativo di colpo di stato del colonnello Tejero che, il 23 febbraio 1981, in diretta tv, alla testa di un gruppo di militari, armi alla mano, fa irruzione al Congresso (il tutto abortisce nel volgere di poche ore grazie alla ferma presa di posizione di Re Juan Carlos), il clima sociale in cui si svolge il Campionato mondiale è apparentemente tranquillo.

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Mentre in Guatemala, con un golpe, il generale Efraín Ríos Montt sale al potere perpetrando durante i diciotto mesi della sua dittatura un ignobile genocidio ai danni della popolazione indigena di etnia Maya Ixil insediata nel dipartimento del Quiché, nel nord del Paese, in Polonia viene incarcerato il leader del sindacato operaio Lec Wałęsa, fondatore di Solidarność, prima organizzazione per la difesa dei diritti umani sorta nel blocco sovietico; l’anno successivo Walesa sarà insignito del Nobel per la pace. In Italia, il 4 aprile, a Comiso, centomila persone protestano contro l’arrivo dei missili Cruise nella base militare della Nato; in prima fila c’è Pio La Torre, segretario regionale del Partito Comunista. La Torre verrà ucciso dalla mafia il 30 aprile a Palermo. L’ex Presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, coinvolto nel crack dell’istituto di credito e scappato all’estero, viene rinvenuto cadavere a Londra, impiccato sotto il ponte dei Frati Neri; suicidio o macabra messinscena? Iscritto alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli, legato a filo doppio col Vaticano e la sua banca, lo Ior, e con Cosa nostra, la morte del cosiddetto “banchiere di Dio” rimarrà uno dei tanti misteri italiani irrisolti.

Lech walesa, fondatore di Solidarnosc

Sconvolto dall’escalation del fenomeno mafioso in Sicilia, il Paese si aggrappa a uno dei suoi eroi per contrastarne la recrudescenza; è il generale Carlo Alberto Della Chiesa, noto per le sue battaglie vincenti contro il terrorismo (cattura Renato Curcio e altri elementi di spicco delle Brigate Rosse). Dopo aver inviato una relazione al Presidente del Consiglio Spadolini in cui svela la presenza di infiltrazioni mafiose nella democrazia cristiana siciliana, Dalla Chiesa è nominato a sorpresa prefetto di Palermo. Abbandonato dallo Stato, di cui denuncia la latitanza in una famosa intervista a Giorgio Bocca, il 3 settembre sarà barbaramente ucciso a colpi di kalashnikov dal clan dei Corleonesi di Totò Riina insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, con la quale si è unito in matrimonio da soli 54 giorni.

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Mentre il mondo del cinema è scioccato dal suicidio dell’attrice quarantaquattrenne Romy Schneider, e dalla morte per overdose del trentasettenne regista Rainer Fassbinder, l’Oscar è vinto dal film Momenti di Gloria di Hugh Hudson. Il Nobel per la pace è assegnato al politico messicano Alfonso Garcia Robles e alla diplomatica e scrittrice svedese Arva Myrdal, per il loro impegno a favore del disarmo. Riccardo Fogli vince la 32° edizione del Festival di Sanremo con Storie di tutti i giorni, e mentre la Philips sta per produrre il primo cd musicale destinato alla vendita, The Visitors, degli Abba, è in fase di gestazione l’lp Thriller di Michael Jackson, che uscirà a fine anno e sarà in assoluto l’album più venduto al mondo.

 

Versione ridotta del singolo Thriller, dall’omonimo Ip

 

I rutilanti anni Ottanta stanno conoscendo l’esplosione di nuove tendenze musicali, ma se dance, house e techno music lasceranno tracce effimere, non così avverrà per l’heavy metal, evoluzione dell’hard rock e del punk rock. Gruppi come gli inglesi Iron Maiden, Saxon e Motorhead, o gli australiani AC/DC, o come i californiani Metallica e Mötley Crüe, accompagneranno gli appassionati verso quello che, insieme al Paisley Underground di Los Angeles, rappresenterà il principale fenomeno musicale del decennio: il grunge di Seattle, annunciato a metà degli anni ’80 dai Soundgarden di Chris Cornell. Lo sport piange la prematura morte di Gilles Villeneuve, scomparso l’8 maggio in un tragico incidente a Zolder, durante il Gran Premio del Belgio di Formula Uno.

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Le Nazionali che partecipano alla dodicesima edizione della Coppa del Mondo passano da sedici a ventiquattro. Si disputano complessivamente 52 partite e tornano le gare di semifinale a eliminazione diretta. Nel primo turno, le squadre sono divise in sei gironi; le prime due qualificate accedono ai successivi quattro mini gironi all’italiana formati da tre squadre ciascuno. Le prime classificate disputeranno le semifinali. Oltre alla Spagna, paese ospitante, e all’Argentina, detentrice del titolo, tredici compagini provengono dall’Europa, tre dall’America Latina, due dall’Africa, due dall’Asia e due dall’America Centrale. Assistiamo a risultati clamorosi, come la vittoria dell’Algeria sulla Germania Ovest, e a punteggi eclatanti, come il 10-1 inflitto dall’Ungheria ad El Salvador. Si gioca in ben diciassette stadi. La mascotte ufficiale del torneo è Il Naranjito, raffigurato vicino al pallone della manifestazione, il Tango, dell’Adidas.

Mascotte fortunata

 

FRAMMENTI SPAGNOLI

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“Chiedetelo a Zoff”

La risposta data da Dossena ai giornalisti, che chiedono lumi sulla decisione presa dagli Azzurri di non rispondere più alle loro domande. In quel Mondiale il silenzio stampa irrompe fragorosamente nelle dinamiche relazionali fra calciatori e giornalisti. Il clima teso della vigilia, con il famoso schiaffo di Bearzot a una tifosa rea di averlo apostrofato “brutto scimmione” a causa della mancata convocazione fra i ventidue della spedizione azzurra del mancino dell’Inter Beccalossi, si inasprisce nel ritiro galiziano di Vigo. Diverse polemiche investono alcuni nostri giocatori a seguito di notizie riportate dagli organi di stampa ma prive di riscontri oggettivi; da Graziani, reo di aver perso una fortuna alla roulette, a Paolo Rossi e Cabrini. Il giornalista del Giorno Claudio Pea adombra perfino una presunta liaison particolare fra i due.

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Dopo le prime tre partite degli Azzurri, alquanto deludenti, gli attacchi da parte della carta stampata aumentano di intensità; il presidente federale, avvocato Sordillo, non perde occasione per pungere gli Azzurri prevedendo un esito infausto della spedizione. Trapela inoltre la notizia che il premio per la qualificazione al secondo turno ammonta a settanta milioni di lire a testa. Sull’aereo che porta la nazionale da Vigo all’hotel Castillo di Barcellona matura lo strappo: giocatori e staff nelle prime file, giornalisti sistemati molte file dietro. Prima di atterrare a Barcellona, spetta a Dossena avvicinarsi ai giornalisti e comunicare la decisione di non parlare più con la stampa, affidando a Zoff il ruolo di portavoce. Immediata la richiesta di spiegazioni: “Chiedetelo a Zoff”, la laconica risposta del centrocampista del Torino.

Paolo Rossi e Antonio Cabrini

Camera d’Albergo

Quella occupata da Enzo Bearzot alla Casa del Baron di Pontevedra, un palazzo del XVI secolo appartenente al conte Maceda ora trasformato nell’albergo che ospita il ritiro degli Azzurri; la stessa utilizzata da Juan Carlos di Borbone e dal Generalissimo Franco nelle loro visite ufficiali in Galizia. I tappeti pregiati e gli arazzi non riescono ad alleggerire il clima, visto che l’albergo è sorvegliato dai militari armati fino ai denti per paura degli attentati dell’Eta.

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Argentina-Inghilterra

Fra le due nazioni è in corso una contesa militare che ha per oggetto la sovranità di un arcipelago di isole situate nell’Oceano Atlantico, comprendente le Falkland/Malvinas, la Georgia del sud e le Sandwich Meridionali, di lingua anglofona e possedimenti della Corona britannica. Il Presidente argentino, generale Galtieri, in crisi di consenso con la sua Giunta Militare, il 4 aprile ne dichiara l’invasione. L’Inghilterra reagisce prontamente e Margareth Thatcher innesca l’operazione “Corporate”; unità navali e anfibie riconquistano in breve tempo il controllo delle isole e il mito della Lady di ferro ha inizio. I feroci generali argentini, che in sei anni di dittatura hanno umiliato migliaia di loro compatrioti, si arrendono mansueti. Il bilancio della breve guerra è di 650 morti argentini e 250 inglesi. Al giocatore argentino Osvaldo Ardiles, militante nelle fila del Tottenham, viene ritirato il permesso di soggiorno. Dovrà trasferirsi in prestito per un anno al Paris Saint-Germain.

Truppe britanniche durante la celebra guerra delle Falkland

Scaramanzie

Fra i giocatori dell’Honduras abbondano i riti scaramantici, come farsi benedire le scarpe di gioco prima di iniziare le partite. Non riescono però a influenzare la decisione dell’arbitro cileno Castro che, a tre minuti dalla fine dell’incontro che li vede protagonisti contro la Jugoslavia, decreta loro un rigore contro. Petrovic lo realizza, ponendo fine ai sogni di qualificazione della nazionale del centro-America. Il portiere dell’Honduras, Julio Arzu, uno dei migliori numeri uno della manifestazione, non riesce a trattenere un lungo pianto in diretta televisiva. Al ritorno in patria, cinquantamila persone accolgono i giocatori come eroi. Anche i giocatori del Camerun hanno la fama di farsi aiutare dalla magia e dagli stregoni. Al termine della partita Perù-Camerun, dopo essersi scambiati le maglie con gli avversari, i giocatori sudamericani scoprono, con loro sorpresa, che queste sono piene di amuleti, medagliette e santini. Scaramanzie a varie latitudini.

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Scarpe

Il 19 giugno, a La Coruña, si disputa Polonia-Camerun. A quindicesimo del primo tempo l’allenatore polacco invita l’attaccante Szarmach, lo stesso che aveva castigato gli Azzurri otto anni prima a Stoccarda, ad alzarsi dalla panchina per sostituire Iwan, infortunato. Szarmach si agita in panchina, sembra cercare qualcosa, non trova le scarpe che ha dimenticato in albergo. Passa il tempo, poi riesce a recuperarne un paio di fortuna e finalmente, quasi alla mezz’ora, può entrare in campo indossandone un paio di fortuna. Per il resto del match non tocca palla e sembra muoversi con un certo disagio, forse è una questione di scarpe…quelle che invece non mancheranno a Paolo Rossi; come premio speciale per le tre reti segnate al Brasile, un gruppo di industriali di Vigevano gliene fornirà gratis per tutta la vita.

Dal mondiale 74, Szarmach sovrasta Romeo Benetti e punisce l’Italia

 

Bioritmi

È la nuova moda del periodo. La teoria dei bioritmi studia i diversi cicli dello stato dell’individuo: fisico, emotivo e intellettivo. Il bioritmo dell’attività fisica dura 23 giorni ed è suddiviso in tre fasi: la prima, ascendente, va dal primo al dodicesimo giorno; la seconda, discendente, arriva al ventitreesimo giorno; la terza è composta da tre momenti isolati: il primo, l’undicesimo e il tredicesimo giorno del ciclo, detti fasi critiche. Secondo una valutazione accurata del loro ciclo bioritmico, in occasione della finalissima con la Germania Ovest molti nostri calciatori sarebbero dovuti rimanere in albergo in quanto in piena fase critica…

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L’Ospite

La nazionale del Kuwait partecipa per la prima volta alla fase finale della Coppa del Mondo. I giocatori sono accompagnati dallo sceicco Fahad Al Ahmed, fratello dell’Emiro e, a sua volta, Presidente della federazione calcistica. Durante la partita Francia-Kuwait, valevole per la prima fase di qualificazione a gironi, assurge agli onori della cronaca scendendo in campo e minacciando di ritirare la squadra dopo un presunto gol irregolare siglato dal francese Giresse. Nei dintorni dell’albergo in cui alloggia la squadra araba si aggira, perplesso, un ospite insolito; è un cammello portafortuna, sceso dall’aereo Concorde insieme a tutta la delegazione asiatica per partecipare all’avventura spagnola.

L’invasione di campo dello sceicco

 

La Partita del Secolo

Polonia-URSS, prevista per domenica 4 luglio, nella definizione dei media polacchi. Il Primate polacco Josef Glemp è atteso il giorno seguente la partita dall’ex arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, ora Papa Giovanni Paolo II. Non vuole perdersi però l’incontro in televisione. Vanta trascorsi sportivi in atletica leggera. La partita, attesissima da tutta la nazione polacca, non fornisce grandi emozioni terminando 0-0, nonostante la presenza di grandi giocatori; fra i russi, l’ala sinistra della Dinamo Kiev Blochin (Pallone d’Oro nel 1975), il portiere dello Spartak Mosca Dasaev, e il centravanti della Dinamo Tbilisi Šengelija; fra i polacchi, l’ala del Lokeren Lato e la mezzala del Widzew Lodz Boniek, futuro juventino. Il Primate riesce a vedere il match e trova un volo nella notte che gli permette di presentarsi puntuale all’appuntamento con Papa Wojtyla.

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I Quattro Moschettieri

Oltre a quelli presenti sul terreno di gioco, l’Italia annovera altri fuoriclasse seduti in tribuna stampa. Fra di loro si distinguono i cosiddetti Quattro Moschettieri: Giovanni Arpino, Oreste Del Buono, Mario Soldati e Gianni Brera, scrittori che dànno lustro ai commenti calcistici per altrettante testate nazionali. Fra gli altri giornalisti a seguito, alcune grandi firme sportive: Franco Mentana, Vladimiro Caminiti, Lodovico Maradei, Italo Cucci, Candido Cannavò, Gianni De Felice, Roberto Beccantini, Maurizio Mosca, Gianni Mura, Gino Palumbo, Pier Cesare Baretti, Gian Paolo Ormezzano, Gian Maria Cazzaniga, Giorgio Tosatti e uno scalpitante Mario Sconcerti, soprannominato da Gianni Brera El Navarro.

Giovanni Arpino, giornalista e scrittore (1927-1987)

 

Pañolada a Gjion

L’Algeria è la sorpresa del gruppo B nel girone di qualificazione. Dopo aver battuto nella prima partita la Germania Ovest 2-1, prima squadra africana a vincere contro una squadra europea ai Mondiali, e aver perso contro l’Austria per 2-0, Belloumi, Madjer e compagni superano anche il Cile 3-2. L’ultima partita del girone si disputa a Gjion il 25 giugno e vede contrapposte Austria e Germania, che hanno l’agio di poter gestire l’incontro non essendo prevista la contemporaneità delle partite nell’ultima giornata. Si possono qualificare entrambe con una vittoria di misura dei tedeschi, che comporterebbe l’eliminazione dell’Algeria per differenza reti. All’11’ Hrubesch porta in vantaggio la Germania Ovest. Quello che segue è uno spettacolo indegno, con le compagini che hanno la sola preoccupazione di far trascorrere il tempo che le separa dal fischio finale dell’arbitro scozzese Valentine. Il pubblico esibisce la pañolada, il celebre sventolio di fazzoletti bianchi che in Spagna esprime lo sdegno e la protesta degli spettatori. Il telecronista della televisione austriaca, disgustato, invita a cambiare canale. Sarà l’ultima volta senza la contemporaneità degli incontri nell’ultima giornata dei gironi di qualificazione.

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Dimenticare il Totonero

È la parola d’ordine della Federazione e di tutto il movimento calcistico nazionale. Quando due anni prima, dai teleschermi della tv, durante la trasmissione 90° Minuto, milioni di italiani assistono allibiti all’irruzione delle camionette della Polizia e della Guardia di Finanza sui terreni di gioco, sono in molti a pensare che il calcio ha toccato il fondo, e che da quel momento sarà destinato a vivere come ai margini di un territorio di ampia vergogna. È il 23 marzo 1980, una data destinata a rimanere nella memoria degli eventi più tristi della storia calcistica e non. Vengono arrestati giocatori e dirigenti, con l’accusa di aver truccato partite del Campionato di serie A durante la stagione 1979/80, attraverso il sistema delle scommesse clandestine.

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La sentenza inappellabile della CAF porta, per la sola Serie A, alla retrocessione di Milan e Lazio, alla penalizzazione per Avellino, Bologna e Perugia e all’assoluzione per Juventus, Napoli e Pescara. Radiazione per il Presidente del Milan Colombo. Condannati diciotto calciatori, con pene che vanno da un minimo di 3 mesi a un massimo di sei anni. È soprattutto la squalifica di due anni inflitta a Paolo Rossi a scuotere l’opinione pubblica, mettendo in crisi tutto il movimento calcistico, mortalmente ferito nella sua credibilità. Pochi anni dopo Paolo Rossi sarà completamente scagionato dai due principali testimoni d’accusa, Trinca e Cruciani, che ammetteranno di averlo tirato in ballo perché simbolo del calcio italiano. “La verità ha fatto gol, ma a tempo scaduto”, scriverà Oliviero Beha su Epoca il 26 aprile 1985.

Il blitz sulla carta stampata dell’epoca


IL CAMMINO DEGLI AZZURRI


Lunedì 14 giugno ore 17,15 Vigo, stadio “Balaidos”.

Italia-Polonia 0-0. Italia: Zoff, Gentile, Cabrini, Marini, Collovati, Scirea, Conti B., Tardelli, Rossi P., Antognoni, Graziani.


Venerdì 18 giugno ore 17,15 Vigo, stadio “Balaidos”.

Italia-Perù 1-1. (19′ Conti, 85′ aut.Collovati). Italia: Zoff, Gentile, Cabrini, Marini, Collovati, Scirea, Conti B., Tardelli, Rossi P. (dal 46′ Causio), Antognoni, Graziani.


Mercoledì 23 giugno ore 17,15 Vigo, stadio “Balaidos”.

Italia-Camerum 1-1 (61′ Graziani, 62′ M’Bida). Italia: Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti B., Tardelli, Rossi P., Antognoni, Graziani.


Martedì 29 giugno ore 17,15 Barcellona, stadio “Sarrià”.

Italia-Argentina 2-1 (57′ Tardelli, 67′ Cabrini, 83′ Passerella). Italia: Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali (dal 75 Marini), Collovati, Scirea, Conti B., Tardelli, Rossi P., Antognoni, Graziani (dal 80′ Altobelli).


Lunedì 5 luglio ore 17,15 Barcellona, stadio “Sarrià”.

Italia-Brasile 3-2 (5′ Rossi P., 12′ Socrates, 25′ Rossi P., 68′ Falcao, 74′ Rossi P.). Italia: Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati (dal 34′ Bergomi), Scirea, Conti B., Tardelli (dal 75′ Marini), Rossi P., Antognoni, Graziani.


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La torcida brasileña piange

Un caldo pomeriggio catalano fa da cornice a una delle partite più memorabili della nostra Nazionale. Per qualificarsi alle semifinali al Brasile basta un pareggio, in virtù di una migliore differenza reti. Nella Selecao militano almeno cinque fuoriclasse indiscussi: Falcão, classe ed eleganza innata, cervello e leader della Roma, è un brasiliano atipico; giocatore universale, distribuisce il suo acume tattico in ogni zona del campo ponendosi sempre al servizio del compagno in possesso di palla. In Nazionale forma una diga di centrocampo con Cerezo, dell’Atletico Mineiro, un “volante” che unisce alla grande tecnica un encomiabile spirito di sacrificio. Poco più indietro, sulla fascia sinistra, agisce Junior, del Flamengo; mancino, perfetta tecnica di base e punto di riferimento costante per i difensori centrali, funge da centrocampista aggiunto nella fase di impostazione del gioco, zona del campo in cui finirà la carriera.

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Poco più avanti a questi tre giostrano Sócrates e Zico. Il primo, capitano del Corhintians, è la coscienza critica dell’intero complesso; impegnato in politica e nel sociale, oggi verrebbe definito il leader emotivo del gruppo; chiamato il Magrao per la struttura filiforme, ha appena vinto il campionato paulista con la sua squadra che, da sempre, rappresenta in Brasile il proletariato e che mai come in quel periodo è una sorta di manifesto politico. La scritta democracia corinthiana cucita sul retro delle maglie di gioco esprime sì il dissenso contro l’ormai ventennale dittatura che opprime il Paese, ma simboleggia anche uno dei più rivoluzionari esperimenti di democrazia applicata al calcio; nel Timão infatti tutto è frutto di decisioni collettive ampiamente discusse, dalla tattica di gioco al menù.

Un pezzo di storia del calcio

Sul terreno di gioco il giocatore filosofo esprime caratteristiche tecniche uniche, anche in virtù della sua particolare morfologia: corpo da airone, dribbling secco, grazie a una straordinaria propensione all’inserimento senza palla si fa spesso trovare in posizione favorevole per la battuta a rete, ed è famoso per il gioco di tacco, utilizzato non per finalità leziose ed estetiche ma come modalità rapida di prosecuzione dell’azione a favore dei compagni. Laureato in medicina, non sa contenersi nella vita privata: morirà a 57 anni per cirrosi epatica. 

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Infine Zico, el galinho, il galletto, stella del Flamengo, squadra che ha da pochi mesi surclassato per 3-0 il Liverpool nella finale di Coppa Intercontinentale e nella quale marcherà 370 gol in 534 partite; appena eletto miglior giocatore d’America, il Pelè bianco è il classico numero dieci di scuola brasiliana. Non molto alto, rapidissimo, tiro forte e preciso con entrambi i piedi, gravita nella trequarti avversaria impegnando sempre un paio di marcatori. Letale nei calci da fermo, è venerato in Brasile dove esiste una vera e propria Zicomania. Questi cinque campioni militano o militeranno nella nostra Serie A con alterne fortune. In quel Mondiale si presentano al massimo della condizione suscitando unanimi consensi.

Un talento d’altri tempi, conoscenza della nostra Serie A

Agli ordini dell’arbitro israeliano Klein, le squadre danno vita a un match di un’intensità rara, in cui Paolo Rossi diventa l’eroe della serata siglando una storica tripletta. Come in una sorta di catarsi, Rossi si scrolla di dosso l’aura di negatività degli ultimi anni e ritrova se stesso tornando a essere Pablito. In quel momento un intero Paese ritrova, per incanto, il bravo ragazzo della porta accanto, si aggrappa al suo eroe risorto e torna a credere nel miracolo; un miracolo che puntualmente si avvera, nonostante la strenua resistenza dei brasiliani che non ci stanno a perdere e a finire in anticipo il loro Mondiale. E quando negli Azzurri scemano gli additivi dell’attacco, ecco emergere gli ottani della resilienza; una grande difesa ferma gli attacchi furiosi dei vari Zico, Eder e Socrates, e quando un disperato colpo di testa di Oscar sembra già oltre la linea della porta, ci pensa un commovente Dino Zoff a stoppare il sogno dei Verdeoro: no, di qui non si passa, sembra dire il quarantenne portiere della Nazionale.

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Finisce 3-2 per gli Azzurri, che alla fine si abbracciano rotolando sul terreno di gioco, felici come bambini. Hanno battuto i favoritissimi Canarinhos, in quella che il famoso giornalista del quotidiano O Tempo di Belo Horizonte, Chico Maia, al secolo Francisco Barbosa Duarte, definirà “la Tragedia del Sarrià”. Un episodio simile è accaduto il 16 luglio del 1950 quando, al “Maracana” di Rio de Janeiro, il Brasile viene sconfitto per 2-1 dall’Uruguay di Ghiggia, Schiaffino e del mitico capitano el Negro Jefe, il capo nero, al secolo Varela, in una epica finale di Coppa del Mondo, con susseguenti suicidi e lutto nazionale. La Selecao in quell’occasione decide di cambiare i colori della divisa: non più maglia bianca, ma largo ai colori della bandiera, base gialla con accanto il verde, il blu ed il bianco. “Nunca màs”, mai più, titolano i quotidiani brasiliani dell’epoca. Ci apprestiamo a disputare la semifinale che ci vedrà opposti alla Polonia, vincitrice del suo mini girone davanti a URSS e Belgio.

 

Una vittoria incisa nella memoria di un popolo intero

 


Giovedì 8 luglio ore 17,15 Barcellona, stadio “Nou Camp”.

Italia 2 – Polonia 0. Italia: Zoff, Bergomi, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti B., Tardelli, Rossi P, Antognoni (dal 28′ Marini), Graziani (dal 70′ Altobelli).


Ritroviamo la Polonia incontrata nella partita d’esordio a Vigo. I nostri avversari sono privi del loro elemento di spicco, Zbigniew Boniek, in procinto di trasferirsi alla Juventus, mentre gli Azzurri devono rinunciare a Gentile squalificato. A differenza del precedente incontro l’Italia ha un’altra consapevolezza dei propri mezzi, mentre la tattica attendista dei polacchi esprime un disagio che viene puntualmente punito da una doppietta dell’ormai incontenibile Paolo Rossi, autore di una rete per tempo. Dopo dodici anni l’Italia raggiunge la finale per la quarta volta nei cinquantaquattro anni di storia del Campionato mondiale di calcio. Ora alla Nazionale manca solo l’ultima tappa per completare lo scintillante cammino che l’ha vista protagonista fin qui. Gli Azzurri lasciano l’hotel Castillo di Barcellona e salgono sul Dc 8 dell’Aviaco che li porta a Madrid per vivere il loro sogno mondialeNel 1934 organizziamo la manifestazione e vinciamo la finale di Roma battendo la Cecoslovacchia 2-1. Ci ripetiamo quattro anni dopo a Parigi, sconfiggendo in finale l’Ungheria 4-2. Nei Mondiali messicani del 1970 perdiamo in finale contro il Brasile 4-1.

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I tedeschi hanno sempre sofferto gli Azzurri, riuscendo a vincere solo in due occasioni: il 26 novembre 1939 a Berlino per 5-2 e l’8 ottobre 1977 a Berlino Ovest per 2-1. I nostri avversari sono reduci dai supplementari disputati con la Francia e hanno il loro fuoriclasse Karl Heinz Rummenigge a mezzo servizio, a causa di uno leggero stiramento al bicipite femorale della gamba sinistra. Quella che si disputa a Siviglia l’8 luglio è la partita più spettacolare della manifestazione. Il calcio champagne dei transalpini che, insieme a quello del Brasile, presentano il centrocampo più forte del Mondiale, con il dinamismo di Alain Giresse, lo stile di Jean-Amadou Tigana e l’immensa classe del neoiuventino Michel Platini, mette in crisi i panzer teutonici che a un certo punto dei tempi supplementari, sotto di due reti, sembrano soccombere. Li salva Rummenigge che, leggermente infortunato, entra in campo al 97’ e, prima segna il 2-3, poi favorisce la rete del pareggio di Fischer al 108’. Poi, ai rigori, l’errore del terzino francese Bossis dà ai tedeschi l’accesso alla finalissima.

Germania contro Francia, Rummenigge contro Platini

 


Domenica 11 luglio ore 20,00 Madrid, stadio “Bernabeu”.

Italia 3 – Germania 1 (56′ Rossi P., 69′ Tardelli, 80′ Altobelli, 83′ Breitner). Italia: Zoff, Bergomi, Cabrini, Gentile, Collovati, Scirea, Conti B, Tardelli, Rossi P, Oriali, Graziani (dal 7′ Altobelli, dal 89′ Causio).


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LA PARTITA

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Italia uber alles

Novantamila spettatori gremiscono il mitico Santiago Bernabeu, tempio del Real Madrid. È una serata calda, ma senza l’afa dei pomeriggi catalani. Lo stadio è pieno di tifosi italiani e quelli spagnoli, da buoni latini, parteggiano per gli Azzurri. In tribuna d’onore, accanto a Re Juan Carlos e al Cancelliere tedesco Helmut Schmidt, con la sua immancabile pipa e con indosso un impeccabile abito in shantung azzurro, il nostro Presidente della Repubblica Sandro Pertini che, nella mattinata, si è materializzato all’Hotel Alameda, dove alloggia la nostra delegazione, per salutare e fare gli auguri ai nostri giocatori. Per tutta la giornata la radio e la tv spagnola trasmette l’inno del Mondiale cantato però non dalla gloria nazionale Placido Domingo ma da Claudio Villa. Buoni auspici?

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I tedeschi campioni d’Europa, allenati da Jupp Derwall, presentano una buona compagine che però non è all’altezza di quella vincitrice otto anni prima. In porta gioca l’istrionico numero uno del Colonia Harald Schumacher. Al centro della difesa troviamo il libero del Real Madrid Uli Stielike, già centrocampista ai tempi del Borussia Mönchengladbach, bravo nella fase di impostazione meno in quella difensiva dove, per arginare gli avversari, ricorre spesso alle maniere forti. Lo affianca una coppia di arcigni marcatori militanti nello Stoccarda: i fratelli Karlheinz e Bernd Förster, tipici mastini teutonici eredi della roccia Berti Vogts. Ai lati agiscono due formidabili terzini: Manfred Kaltz, dell’Amburgo, a destra, famoso per i suoi cross a “banana”, e Hans-Peter Briegel, del Kaiserlautern, a sinistra. Potenti, instancabili nel loro prodigarsi sulle fasce, rappresentano costanti punti di riferimento, facendosi spesso trovare nella metà campo avversaria per scorribande concluse con precisi cross per i compagni d’attacco.

I fratelli Förster con la maglia dello Stoccarda

Il centrocampo è composto dalla coppia del Bayern Monaco Wolfgang Dremmler e Paul Breitner. Il primo è un discreto cursore senza particolari doti tecniche; il secondo è il capitano e leader indiscusso della squadra. Già campione del mondo a soli ventidue anni nel 1974, con tempo ha spostato il suo raggio d’azione nella fascia centrale del campo, garantendo regia e copertura difensiva. Dopo aver più volte litigato con la Federazione tedesca e aver saltato i Mondiali in Argentina, è tornato a vestire la maglia della Nazionale. Mancano alla squadra le grandi mezze ali del decennio precedente. Per la verità ci sono in rosa elementi più tecnici dei titolari, si pensi a Felix Magath dell’Amburgo, ad Hansi Muller dello Stoccarda e, in particolar modo, a Bernd Schuster, del Barcellona.

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Quest’ultimo a poco più di vent’anni è stato il grande protagonista due anni prima agli Europei giocati in Italia, arrivando a classificarsi secondo nella classifica del Pallone d’Oro di quell’annata. Erede designato di Netzer, lo ricorda sia nelle movenze che nel carattere ingovernabile e istintivo. In quel Mondiale non viene mai schierato: si parla di infortunio, di forma scadente. In realtà i vertici della Federazione e i compagni non gli hanno perdonato di essersi trasferito troppo presto in un campionato estero. L’anno dopo, con un clamoroso gesto polemico, prenderà la decisione di non vestire più la maglia della Nazionale del suo Paese, in aperto e palese dissidio con la Federazione. Vivrà la sua carriera calcistica in Spagna, alternandosi fra Barcellona, Real Madrid e Atletico Madrid, proseguendo poi come allenatore in vari club iberici.

Per i tedeschi o disciplina o morte (da thesefootballtimes.com)

Il fronte d’attacco vede giostrare all’ala destra il ventiduenne Pierre Littbarski, del Colonia. Elemento rapido e veloce, prosegue la grande tradizione delle ali di scuola tedesca, da Rahn a Hornig, da Held a Libuda, da Grabowski ad Holzembein fino a Rummenigge. La sua dote peculiare è il cross a rientrare che, dall’out, prende in controtempo la retroguardia avversaria; possiede inoltre una impressionante facilità di tiro. Il centravanti è Fischer, del Colonia, che si alterna nel ruolo con il gigantesco Horst Hrubesh dell’Amburgo. Gran realizzatore d’area il primo, potente e forte in acrobazia il secondo.

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All’ala sinistra, la stella della squadra: Karl-Heinz Rummenigge del Bayern Monaco. Erede di Uli Hoeness, sia nella squadra di club che in Nazionale, Rummenigge ha tutte le doti del campionissimo: grande velocità con e senza palla, ottima tecnica di base, potenza nel tiro, specialmente col piede destro, notevole elevazione e buon gioco in acrobazia. Unico neo, un carattere forse troppo passivo, non proprio da leader. In quella storica partita l’Italia invece, che deve rinunciare ad Antognoni, schiera in pratica sei terzini (Tardelli e Oriali sono due ex terzini riconsegnati con intuizione e ottimi risultati al ruolo di centrocampo), un battitore libero, un’ala e due centravanti.

Karl-Heinz Rummenigge e un giovanissimo Beppe Bergomi a contatto

Fervono gli ultimi preparativi; i bagarini riescono a piazzare gli ultimissimi biglietti ad ottocentomila lire. Alle 19.50 i giocatori entrano in campo agli ordini dell’arbitro brasiliano Arnaldo David Coelho. Più di trenta milioni di italiani sono incollati davanti ai teleschermi per seguire la telecronaca di Nando Martellini. Durante l’inno di Mameli il disco si blocca per un guasto alla centrale elettrica, ma ormai gli atleti sono pronti a dare inizio all’incontro. Le luci bianche del Bernabeu rendono l’atmosfera magica, e un po’ tutto quello che avviene nei successivi novanta minuti viene vissuto dal popolo italiano come una favola di cui si conosce in anticipo il lieto fine, e nemmeno il rigore fallito da Cabrini al 24’ del primo tempo è percepito come un cattivo auspicio, perché poi il secondo tempo riserva un condensato di emozioni di cui rimarrà traccia indelebile nella memoria condivisa di quanti assistono all’evento.

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Dal primo gol di Pablito, al raddoppio di Tardelli, con quell’urlo liberatorio che diventerà un topos della pedata italica e del costume nazionale, fino alla terza rete di Altobelli, con Sandro Pertini, in piedi nella tribuna d’onore, ad applaudire e a urlare: “Non ci riprendete, non ci riprendete!”. Insieme al nostro Presidente, tutto il Paese si è idealmente rialzato, in uno di quei soprassalti di orgoglio che, spesso, solo gli avvenimenti sportivi sanno suscitare. Il resto della partita è un’attesa del fischio finale di Coelho. Breitner riesce a marcare il punto della bandiera ma è irrilevante. E al il triplice fischio finale dell’arbitro, la triplice esultanza di Nando Martellini:

“Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!”

Il giorno dopo gli Azzurri tornano in Italia da trionfatori sull’aereo presidenziale, un DC 9 dell’Aeronautica Miitare, dove Pertini, Causio, Zoff e Bearzot si esibiscono nella partita a carte più mediatica della storia dello scopone scientifico. A Torino Mick Jagger canta davanti a sessantamila spettatori indossando la maglia azzurra numero 20 di Paolo Rossi.

Siamo pur sempre italiani

 

I CAMPIONI

Con molto coraggio, Enzo Bearzot convoca Paolo Rossi nei ventidue della spedizione spagnola, nonostante lo juventino abbia giocato solo le ultime due partite di campionato, essendo rientrato dalla squalifica il 29 aprile. La Juventus di Trapattoni si è aggiudicata il suo XX titolo al termine di un avvincente testa a testa con la sorprendente Fiorentina guidata da Giancarlo De Sisti. Il duello, protrattosi per tutto il girone di ritorno, con le due squadre spesso appaiate in vetta alla classifica, oppure staccate di un solo punto, si è risolto all’ultima giornata a favore dei torinesi, vincitori a Catanzaro grazie ad un rigore dell’irlandese Liam Brady, mentre la squadra viola non va oltre il pareggio a reti inviolate a Cagliari, reclamando invano per due rigori non concessi dall’arbitro Mattei. Retrocedono in serie B Milan (questa volta per demeriti sportivi), Bologna e Como.

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Gli Azzurri esibiscono una delle migliori Nazionali di sempre. Il portiere è il quasi quarantenne Dino Zoff, al sua quarto Mondiale, che nella partita di debutto contro la Polonia festeggia le cento presenze in maglia azzurra. Gloria della Juventus, in cui milita da dieci stagioni, riesce a dare tranquillità e sicurezza al reparto difensivo. Portiere essenziale, non lascia spazio alla spettacolarizzazione tipica del ruolo. A volte si lascia sorprendere da tiri da lunga gittata, come è avvenuto con l’Olanda nei Mondiali argentini, e come avverrà l’anno successivo nella finale di Coppa Campioni con la sua squadra di club.

Maradona guarda Dino Zoff mentre agguanta il pallone (29 Giugno 1982, Italia 2-1 Argentina, foto di Bongarts/Getty Images)

I due terzini, entrambi della Juventus, sono Claudio Gentile e Antonio Cabrini. Il primo, ruvido difensore agli esordi, è andato via via perfezionando i fondamentali diminuendo al contempo l’irruenza degli interventi difensivi. Destro naturale, sa disimpegnarsi sia sull’out opposto che da stopper. Chiamato Gheddafi per le origini libiche, punto di riferimento sulla fascia destra, è capace di concludere le sue percussioni con felici cross per i compagni d’attacco, come accaduto in occasione del primo gol di Rossi nella finale di Madrid. In quel Mondiale rimangono storiche le due inflessibili marcature ai danni di Zico e Maradona, che riescono nell’intento di limitare i due fuoriclasse fino al punto di annullarne l’estro. Antonio Cabrini, per tutti il bell’Antonio per la sua avvenenza, è l’erede di Giacinto Facchetti sulla fascia sinistra, che ricopre con grande naturalezza essendo, a differenza dell’interista, un mancino naturale. Dotato di una ottima tecnica di base e di un buon tiro, la notevole facilità di corsa lo porta ad appoggiare con disinvoltura l’azione dei centrocampisti. Lo juventino è un terzino moderno, precursore dei successivi esterni di fascia, adattabile sia in un modulo difensivo a quattro, sia come esterno puro in un modulo a cinque.

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La coppia difensiva centrale è composta dallo stopper del Milan Fulvio Collovati e da Gaetano Scirea, della Juventus. Il milanista, in procinto di trasferirsi ai cugini dell’Inter, è un difensore implacabile in marcatura e molto forte negli stacchi aerei. Non molto veloce, sa sopperire a questo limite con un grandissimo senso dell’anticipo, evitando in questo modo all’attaccante di girarsi e posizionarsi in un duello uno contro uno frontale che gli potrebbe risultare esiziale. Gaetano Scirea è un centrocampista retrocesso sulla linea dei difensori. Persona dal carattere mite, molto serio, mentre i compagni fanno baldoria nell’albergo del ritiro dopo la vittoria sui tedeschi lui preferisce rilassarsi nella sua camera leggendo un libro. In possesso di uno stile innato, sa districarsi nelle più arroventati fasi difensive uscendo spesso palla al piede per servire il compagno meglio piazzato. Punto di riferimento costante per i centrocampisti, spesso paragonato al tedesco Beckenbauer, Scirea è un perfetto regista arretrato. Scomparirà a soli trentasei anni in un tragico incidente stradale, il 3 dicembre 1989, in Polonia, dove si era recato a visionare una squadra polacca, prossima avversaria dei bianconeri, per conto dell’ex compagno e allenatore della Juventus Dino Zoff.

Un signore del calcio italiano, rispettato e benvoluto anche dagli avversari

In quel Mondiale fa il suo esordio giocando le ultime tre decisive partite il diciottenne difensore dell’Inter Giuseppe Bergomi, lo Zio, soprannome affibbiatogli dai compagni per la maturità che dimostra a dispetto della giovanissima età. Riesce a contrarre con successo nella finalissima la stella Karl Heinz Rummenigge, suo futuro compagno in maglia nerazzurra. Attenzione in marcatura, facilità nello sganciamento offensivo e disciplina tattica, le sue doti peculiari. Il centrocampo azzurro si avvale di un mediano incontrista, di una mezzala universale e di una mezzala di regia. Oriali e Marini, entrambi dell’Inter, si alternano nel ruolo di primo mediano. Giampiero Marini è un giocatore dotato di grande spirito di sacrificio, sempre votato al servizio della squadra e per questo apprezzato da Bearzot e dai compagni. In possesso di una discreta tecnica, si rende spesso protagonista di forti conclusioni da fuori area. Gabriele Piper Oriali è un ex terzino marcatore (famoso il suo duello con Cruijff, nella finale di Coppa Campioni di dieci anni prima) reimpostato col tempo nelle vesti di mediano incursore. Recupero della palla, costante pressing sugli avversari, corsa e grande abilità nell’inserimento offensivo senza palla, le sue caratteristiche. In quel Mondiale disputa, specialmente nella finale di Madrid, le sue migliori prestazioni in maglia azzurra.

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Marco Tardelli è la mezzala tuttofare del centrocampo. Spostato in quel ruolo dall’originaria posizione di terzino, lo juventino abbina lotta, dinamismo e quella carica nervosa che rende la sua azione sul terreno di gioco come percorsa da una scossa di elettricità. In possesso di una sana cattiveria agonistica, lo si trova in ogni zona del campo per dar manforte ai compagni e poi ripartire palla al piede per vorticose scorribande offensive. Il terzetto di centrocampo è completato da Giancarlo Antognoni, della Fiorentina. Potenzialmente il più forte della fortunata generazione dei giocatori nati a metà degli anni Cinquanta, Antognoni non riuscirà mai a esprimere compiutamente il suo talento, forse anche per non essersi mai deciso a giocare le sue chance di carriera in uno squadrone metropolitano del nord, se non addirittura in un grande team estero. Destro naturale, gran tiro e ottima visione di gioco, a volte si assenta dallo stesso per alcuni tratti della partita, riuscendo a colmare questa lacuna solo negli ultimi anni di carriera, quando il suo rendimento diventerà più costante. Disputa comunque un buon Mondiale, anche se non partecipa, causa un infortunio, alla finalissima di Madrid.

 

Tardelli narratore in prima persona

 

L’attacco vede giostrare Bruno Conti, Francesco Graziani e Paolo Rossi. L’attaccante della Roma è un’ala ambidestra rapida e molto tecnica che fa del dinamismo la sua arma principale. Erede di Causio, si integra alla perfezione con i compagni di reparto; bravo nei ripiegamenti difensivi, è sempre pronto a ribaltare il fronte d’attacco con veloci ripartenze su entrambe le fasce, conclusi con perfetti cross per gli attaccanti. Protagonista di un Mondiale da copertina, suscita l’ammirazione generale guadagnandosi gli elogi di Pelé.

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Graziani, della Fiorentina, è l’attaccante di movimento; da classico centravanti d’area ai tempi del Torino, fortissimo in acrobazia e in possesso di un gran destro, nel corso degli anni ha allargato il raggio d’azione e questa generosità è andata a discapito di una certa lucidità nelle conclusioni. Disputa un buon Mondiale sostituendo fra i titolari Bettega, che non riesce a recuperare in tempo dopo un grave infortunio rimediato ai legamenti del ginocchio in uno scontro col portiere Munaron dell’Anderlecht, in una gara di Coppa dei Campioni.

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Alessandro Spillo Altobelli, dell’Inter, avvicenda Graziani in alcune fasi degli incontri e per quasi tutta la finale contro la Germania. Giocatore dalle leve lunghe ma sorprendentemente agile, possiede buona tecnica, grande elevazione e discreta potenza di tiro con entrambi i piedi. Spesso si allarga sulla fascia mancina per poi accentrarsi pericolosamente con dribbling stretti e ubriacanti. Altri giocatori di quella rosa sono: Franco Causio, dell’Udinese, Giuseppe Dossena, centrocampista del Torino, Franco Selvaggi, attaccante del Cagliari, Daniele Massaro, centrocampista della Fiorentina e Ivano Bordon, portiere dell’Inter.

Un giovane Bruno Conti con la maglia della Roma, che nel Mondiale 82 si consacrò definitivamente

Infine lui, Paolo Rossi, centravanti della Juventus. In quel Mondiale diventa l’icona nazionale ed è capocannoniere del torneo con sei reti. La sua vita è come un romanzo. Penalizzato da tre interventi al menisco subiti fra i sedici e i diciassette anni quando milita nel settore giovanile della Juventus, Paolo Rossi si afferma nel piccolo Lanerossi Vicenza ed esplode a Baires durante i Mondiali argentini, quando nasce la leggenda di Pablito. Una leggenda che sembra morire calcisticamente nelle aule dei tribunali durante il Totonero, lo scandalo del calcio scommesse, ma capace di risorgere come l’araba fenice dalle sue ceneri proprio alla vigilia del Mondiale spagnolo, dopo la squalifica di due anni inflittagli dalla Caf, giusto in tempo per diventare il rappresentante al tempo stesso reale e metaforico di un Paese troppo spesso prigioniero delle sue contraddizioni. Alla fine di quell’annata si aggiudicherà il Pallone d’Oro. Concluderà la carriera a soli trentuno anni, quando le sue ginocchia martoriate non riusciranno più a reggere gli scontri rudi con i difensori.

“Guardavo la folla, i compagni, le bandiere dell’Italia sventolare ovunque, e dentro sentivo un fondo di amarezza. Adesso dovete fermare il tempo, mi dicevo. Non avrei più vissuto un momento del genere. Mai più in tutta la mia vita. E me lo sentivo scivolare via. Ecco: era già finito…” (Paolo Rossi)

La gioia di Pablito, eroe nazionale

L’allenatore della Nazionale è Enzo Bearzot, premiato in quell’anno con Il Seminatore d’oro. Dopo la beffa ai Campionati europei organizzati in casa due anni prima, con gli Azzurri quarti dopo essere stati a un passo dalla finale negataci dal Belgio qualificato per la migliore differenza reti, il nostro Commissario Tecnico ha l’intuito di puntare con ostinazione sugli stessi giocatori che, da circa un lustro, costituiscono l’intelaiatura della squadra. Durante la fase finale del Campionato mondiale riesce a isolare i calciatori dalle critiche usando sapientemente il silenzio stampa. Allenatore prima degli uomini e poi dei giocatori, severo, a volte rude, ma in possesso di un’invidiabile calma interiore, forse derivatagli dalla passione per Orazio e per letteratura classica, Il vecio, come lo definisce il suo grande ammiratore Giovanni Arpino in “Azzurro Tenebra”, riesce a motivare e incoraggiare i suoi ragazzi instradandoli verso un’inclinazione all’aiuto reciproco così pronunciato da funzionare come identità unificante. Miscelando sapientemente pragmatismo e senso dello spettacolo, la sua impronta tattica presenta una squadra eclettica, capace di interpretare moduli diversi nel corso della stessa partita e in grado di costruire gioco in ogni settore del campo, sfruttandolo in tutta la sua latitudine; le veloci ripartenze simultanee di tre o quattro Azzurri diventano il marchio di fabbrica della Nazionale. Dirà Bearzot:

“La squadra è come un’orchestra jazz, ci sta bene un assolo, ma lo spartito devono conoscerlo tutti. A me tocca fare il direttore”.

 

Il vecio con la sua immancabile pipa (Foto di Duncan Raban/Allsport/Getty Images)

 

Istantanee

Domenica 11 luglio, ore ventitré circa. Sei uscito a festeggiare, ti trovi in macchina. Osservi le bandiere tricolori sventolare da balconi e terrazze. Tutt’intorno un delirio di urla, lacrime, risate. I clacson fendono l’aria, soundtrack improvvisato del film di una notte magica. In un impeto di irrefrenabile felicità collettiva un popolo si è riversato per le strade ritrovando, per incanto, un’identità nazionale. Osservi la felicità nei sorrisi, la fierezza negli sguardi, e pensi che uno stato di grazia si è impossessato di un Paese. E quando compare, a uno stato di grazia ci si affida. Anche se può non aver niente a che vedere con la realtà. Perché forse è solo un’illusione. E le illusioni non sono la realtà. Ma a quei momenti si rimane disperatamente aggrappati. E si vorrebbe che non svanissero mai. O non tanto presto, almeno. “Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!”, urli.

 


Copertina a cura di Breccia Vignettista