Il Madison Square Garden, rimodernato tre anni prima, era pieno come non mai. Più di ventimila persone gremivano l’arena. Nella prima fila vip, fra gli altri, si notavano Ted Kennedy, Aretha Franklin, Bing Crosby, Frank Sinatra ma non solo: anche le cinque famiglie che comandavano la malavita della città erano adeguatamente rappresentate, e i boss Carlo Gambino, Paul Sciacca, Philip Lombardo, Carmine Tramunti e Joe Colombo, sistemati con i rispettivi clan a opportuna distanza di sicurezza, aggiungevano ulteriore pepe all’avvenimento. La serata aveva avuto come antipasto cinque incontri fra pesi massimi, e in uno di questi era stato impegnato il fratello di Muhammad Alì, Rahman Alì, ancora imbattuto. Ma i pugili che tutti aspettavano di ammirare sul ring erano due “nigger” nati in due ex stati confederati. Da una parte Joe Frazier, il detentore del titolo, soprannominato “The Fighter” o “Smoking Joe”, ultimo di dodici figli di una coppia di contadini di Beaufort, Carolina del Sud; dall’altra l’ex campione mondiale Cassius Clay, ora Muhammad Alì dopo la conversione all’islam, da Louisville, Kentucky, da 43 mesi in esilio dal ring a causa del clamoroso rifiuto di prestare servizio militare a seguito di obiezione di coscienza per motivi religiosi. La FBA, la federazione pugilistica statunitense, gli aveva infatti ritirato la licenza privandolo del titolo di campione del mondo.

Muhammad Ali e le sue provocazioni a Joe Frazier prima dello scontro frontale del Madison

Muhammad Ali e le sue provocazioni a Joe Frazier prima dello scontro frontale del Madison Square Garden

Per tutta la gente di colore, la sfida del Madison rappresentava un avvenimento nell’avvenimento. Erano quelli i tempi del movimento Black Power, termine mutuato dall’omonimo libro di Richard Wright del 1954. Da Malcom X, che prima di essere ucciso aveva incitato a ritrovare l’identità black auspicando l’ “unbrainwash”, una sorta di rivoluzione culturale che doveva condurre a capovolgere il controllo mentale esercitato dei bianchi su un intero popolo, a Stokely Carmichael, che invitava a smettere di vergognarsi di avere un naso largo, labbra a pannolino e capelli folti, fino a James Brown, che spingeva la gente di colore a urlare “sono nero e me ne vanto”, il Black Power da slogan era diventato movimento culturale, trovando stimoli e riferimenti negli scritti anti apartheid del sudafricano Stephen Baku, e nell’opera del leader politico giamaicano Marcus Garvey, che, all’inizio del secolo, fu acceso sostenitore del nazionalismo nero e del movimento panafricano. L’indipendenza e il conseguente affrancamento dal colonialismo di alcuni stati africani alla fine degli anni Cinquanta, influenzò e diede coraggio al Movimento Afro-americano per i Diritti Civili che, nel decennio successivo, ottenne considerevoli successi legislativi.

 

Dal Civil Rights Act, anticipato dal famoso messaggio alla nazione di John Kennedy del 19 marzo 1963 e dalla marcia su Washington organizzata da Martin Luther King il 28 agosto 1963, che dichiarava illegale ogni pratica discriminatoria perpetrata nelle strutture pubbliche, a cominciare dalle scuole, all’Equal Pay Act, che vietava differenze salariali basate sul sesso; dal Vote Rights Act, del 1965, che impediva discriminazioni razziali nelle pratiche di voto da parte del governo federale e dei governi statali e locali, al Fair Housing Act, del 1968, che proibiva discriminazioni nell’acquisto e affitto di alloggi, la fase legislativa degli anni Sessanta rappresentò un considerevole passo in avanti nel lungo e difficile percorso di integrazione delle minoranze di colore. Gli assassini di Malcom X e Martin Luther King, evidenti spartiacque per il movimentismo black, diedero modo ai Black Panther di Huey P. Newton e Bobby Seale, e ai Black Muslims di Elijah Muhammed e Louis Farrakhan, di declinare l’attività di “self-defense”, la resistenza passiva, in una sempre più rigorosa azione antisistema. Muhammad Alì, che nel 1964 si era convertito alla fede islamica e iscritto alla “Nation of Islam” di Elijad Muhammad, grazie alla sua retorica incendiaria e all’abile dialettica con la stampa, era diventato la faccia pubblica del movimentismo afroamericano.

 

Alì era l’eroe del “Black Power”, declinato al cinema dal fenomeno Blaxploitation che, enfatizzando sul grande schermo il riscatto dei protagonisti afroamericani, si faceva portavoce del black pride insieme alle poesie e alle canzoni di Gil Scott Heron, figlio di una cantante lirica e di Bobbie Scott Heron, chiamato la “freccia nera”, primo calciatore di colore a vestire la maglia della squadra di calcio del Celtic di Glasgow, che con la canzone “The Revolution will not be televised” rimproverava aspramente la sua gente, colpevole di annullarsi davanti alla televisione, invece di far valere con forza le proprie ragioni nelle strade. Alì era il portavoce del movimento pacifista, il campione del panafricanismo che si presentava come l’ideale liberatore di un intero continente; nei “Walls of Respect”, i murales del rispetto e dell’orgoglio nero che nelle città americane erano espressione del movimento delle arti visive e che rappresentavano gli eroi della cultura nera, Alì veniva raffigurato insieme Malcom X, John Coltraine, Marcus Garvey, Charlie Parker e James Brown. Le sue frequenti prese di posizione contro la guerra del Vietnam, come le sue apparizioni a vari incontri del “Peace Action Council”, ne avevano fatto la nuova icona della sinistra liberale statunitense. Di contro, Frazier, dopo aver smesso l’abito dei puri in seguito alle Olimpiadi di Tokyo, veniva rappresentato come il vessillo della tradizione conservatrice del paese, e il suo modo di combattere ben si prestava a rappresentare la simbolica prosecuzione sul ring dell’idea guerrafondaia di Nixon.

Due uomini consegnati alla storia

Muhammad Ali e Malcolm X: due uomini consegnati alla storia

La sfida fra i due contendenti fu l’ennesimo capitolo del romanzo sportivo americano, nel quale gli eventi agonistici sono spesso rappresentati in modo manicheo, con diversi possibili livelli di lettura. Alla vigilia del match i bookmakers davano favorito Frazier 7 a 6, e anche i campioni del passato, interpellati per l’occasione da “Boxing Illustrated”, si erano sbilanciati a favore di “Smoking Joe”. L’organizzatore, Jerry Perenchio, che aveva venduto a peso d’oro i diritti del match alle sale a circuito chiuso di New York, contava di introitare più di 13 miliardi di lire. Furono 37 le nazioni che trasmisero in diretta l’evento. Anche la Russia inoltrò la richiesta per avere la registrazione del match in ampex. Nominalmente Alì e Frazier avrebbero dovuto incassare una borsa di 1,5 miliardi di lire, ma a questi dovevano essere tolti 500 milioni di tasse ed altri 200 milioni che sarebbero andati nelle tasche dei manager dei rispettivi clan. Già si cominciava a parla della rivincita da disputarsi a Las Vegas, mentre molti sfidanti si candidavano per incontrare il futuro campione del mondo: da Buster Mathis a Jim Ellis, per finire all’anziano Floyd Patterson. Ma era soprattutto l’ultimo campione olimpico, George Foreman, il più interessato. “Io aspetto”, disse il fighter texano con la consueta sfrontataggine, “fra un anno il sottoscritto sarà veramente imbattibile e quei due, nel frattempo, avranno le ossa rotte”.

 

Alle operazioni di peso Muhammad Alì inscenò il solito folkloristico rituale, apostrofando con battute e insulti l’avversario, “zio Tom” e “sporco negro” gli epiteti più ricorrenti. Frazier aveva lo sguardo impassibile di chi, fissando dritto negli occhi il rivale, dimostrava di non temere niente e nessuno. Il clan di Alì pronosticò una facile vittoria per KO alla sesta ripresa. Finalmente, alle 22,20 i due pugili fecero il loro ingresso al Madison. Joe Frazier indossava un paio di vistosi pantaloncini verdi con bordi gialli, mentre Alì sfoggiava pantaloncini rossi con bordi bianchi. Mentre i flash dei fotografi a bordo ring abbagliavano la scena, i contendenti, al centro del quadrato, separati dall’arbitro Arthur Mercante, si guardarono negli occhi, scambiandosi alcune parole. Poi, finalmente, il “Big Fight” poté avere inizio. Il combattimento fu una sorta di duello all’Ok Corral. Da una parte un “pistolero”, Frazier, uno “strong man” che conosceva una sola tattica: l’attacco. Dall’altra un avversario che cercava di schivare e, per quanto possibile, ribattere alle raffiche che lo colpivano senza soluzione di continuità.

 

Quella notte Muhammad Alì, per molti il più forte peso massimo di ogni tempo, il pugile che colpiva con la forza di un massimo e si muoveva sul ring con la mobilità di un peso leggero, non riuscì a saltare come una farfalla e a pungere come un ape – “Float like a butterfly, sting like a bee”, fu un fortunata metafora che Alì, da consumato istrione, si sarebbe inventato prima del match di Kinshasa contro George Foreman. Il suo job sinistro non fu letale come in altre occasioni, e la lunga lontananza forzata dal quadrato a causa della squalifica dopo la condanna per renitenza alla leva si fece sentire. Joe Frazier, all’apice della sua straordinaria carriera, tempestò l’ex campione con delle terribili serie al corpo, e il suo famoso gancio sinistro scosse in più occasioni il volto di Alì. Alla quindicesima ripresa, un improvviso colpo di incontro di “Smoking Joe” mandò al tappeto lo sfidante, costringendo Arthur Mercante a contarlo per quattro secondi.

L'epilogo di una grande notte di boxe

L’epilogo di una grande notte di boxe

Il verdetto finale assegnò una netta vittoria ai punti per Frazier, con somma di cartellini inequivocabile: 28 a 16. Quel match inaugurò una trilogia di epici incontri fra i due pugili. La rivincita da venticinque milioni di dollari si disputò ancora al Madison, il 28 gennaio 1974, e fu vinta ai punti da Muhammed Alì, mentre la bella si svolse il 1 ottobre 1975 nelle Filippine. Soprannominata “Thrilla in Manilla” (brivido a Manila), si chiuse per abbandono di Frazier dopo quattordici riprese, fra le più dure che si ricordino nella storia della boxe. In quella notte dell’8 marzo 1971, per la prima volta la televisione italiana aprì le sue reti in piena notte; alle 04,20, in collegamento via satellite da New York, Paolo Rosi trasmise la telecronaca dell’incontro, mentre dagli studi di Roma Giorgio Martino era pronto a subentrare in caso di interruzioni del collegamento audio. Di programmi televisivi trasmessi a quell’ora c’era il solo precedente della notturna del 21 luglio 1969, in occasione del primo sbarco sulla luna di Armstrong e Aldrin, gli astronauti di Apollo 11, ma si trattava di un programma già in corso. Intorno alle 4 del mattino la Sip fece migliaia di chiamate prenotate per dare la sveglia sia ai tanti appassionati di boxe, sia a quegli italiani che volevano semplicemente assaporare l’ebbrezza di un avvenimento in diretta televisiva trasmesso poco prima del canto del gallo.

Erano i Settanta, anni iniziati con un cambio di marcia rispetto al decennio precedente; anni in cui il lungo processo di integrazione delle minoranze di colore negli Stati Uniti conobbe fasi di pausa e brusche frenate. Una nuova consapevolezza si stava però diffondendo, e se Pecola Breedlove, la ragazza protagonista del romanzo “The Bluest Eye” di Toni Morrison, doveva fuggire dalla realtà perché “non si può essere belle se non si hanno gli occhi azzurri”, ora centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze cominciavano a non vergognarsi del colore degli occhi e della pelle e, insieme a James Brown, potevano finalmente lanciare alto il loro urlo black pride: “sono nero e me ne vanto!”.