La XV edizione della Coppa del mondo di calcio viene giocata negli Stati Uniti. La decisione della FIFA, nella quale la figura del Segretario Blatter è sempre più predominante, premia la candidatura USA rispetto a quelle di Marocco e Brasile. Una decisione che non sorprende, annunciata sei anni prima dall’ex Segretario di Stato Henry Kissinger. Si cerca di avvicinare l’immensa platea statunitense a uno sport che, a differenza di baseball, basket, football e hockey su ghiaccio, non è mai riuscito a entrare nel cuore dei tifosi americani.

Il calcio vero sbarca negli USA

L’anno del Mondiale statunitense è contrassegnato da importanti e spesso tragici avvenimenti extrasportivi. In Sudafrica, il 27 aprile, si svolgono le prime elezioni democratiche con suffragio esteso a tutte le razze. Nelson Mandela, dell’African National Congress, prevale su De Klerk, diventando il primo Presidente di colore e avviando la transizione dal vecchio regime repressivo basato sull’apartheid alla democrazia. In Messico, nei primi mesi dell’anno insorgono gli indios del Chiapas, regione di grande importanza strategica, ricca di materie prime e risorse naturali (petrolio, carbone, uranio) e corridoio naturale verso l’America Centrale. Fornisce oltre la metà del fabbisogno di energia elettrica della nazione ma, paradossalmente, molte comunità contadine della regione sono prive di elettricità, e il loro isolamento culturale e sociale rappresenta un’insopportabile emergenza sanitaria, educativa, oltre che economica. L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale occupa alcune città nella regione con l’obiettivo di far riconoscere i diritti delle popolazioni indigene nell’amministrazione del loro territorio. È l’inizio di un lungo percorso di dialogo con il governo messicano, che il M.Z.L.N. percorrerà in maniera pacifica.

 

Mentre nell’indifferenza diffusa serbi, croati e musulmani si uccidono in una guerra fratricida, in Ruanda, l’abbattimento dell’aereo su cui viaggia il Presidente Juvenal Habyarimana, di etnia Hutu, scatena un terribile massacro etnico nei confronti della minoranza Tutsi, (circa il 15% della popolazione, in prevalenza possidenti agricoli e proprietari di bestiame, che rappresentano l’aristocrazia del paese) da parte della maggioranza Hutu (circa l’85%, in prevalenza contadini). Il 21 aprile il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non riconosce il genocidio in atto, anche a causa del parere negativo espresso dagli Stati Uniti. Riconosce atti di genocidio solo il 10 giugno. Dopo il massacro di circa 27000 ruandesi, in agosto, un contingente dell’UNAMIR in forza all’ONU, finalmente raggiungerà il Ruanda per assistere le popolazioni oggetto di sterminio. Negli Stati Uniti, il 20 gennaio 1993, Bill Clinton diventa il nuovo ospite della Casa Bianca. Succede, come quarantaduesimo Presidente degli USA a George Bush, colui che scatenò la prima Guerra del Golfo durata dal 2 agosto 1990 al 28 febbraio 1991.

I militanti dell’esercito zapatista di liberazione nazionale armati

In Italia, a due anni dal terremoto politico di Mani Pulite, uno scandalo che sconvolge il mondo politico rivelando un ramificato sistema di corruzione che travolge buona parte della classe politica e imprenditoriale e che porta al tramonto della Prima Repubblica e dei partiti che ne hanno fatto la storia, la coalizione formata da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega, capeggiata da Silvio Berlusconi, vince le elezioni di marzo battendo lo schieramento progressista Pds, Prc, Psi, Verdi, Rete e Alleanza Democratica. Il 20 marzo la giornalista del Tg 3 Ilaria Alpi e il cameraman Miran Hrovatin sono uccisi in un agguato davanti all’ambasciata italiana a Mogadiscio. Da allora, alla luce di un movente accertato (le indagini delle vittime sul traffico d’armi) nella migliore tradizione dei misteri italiani si susseguiranno bugie, depistaggi, innocenti condannati, sussurri su oscuri mandanti, ma nessuna verità emergerà nelle aule dei tribunali.

 

Mentre a Seattle Jeff Bazos sta per fondare Amazon che, grazie a una impressionante catena logistica caposaldo di un modello di consegna flessibile e innovativo, diventerà la più grande internet company del mondo, alla fine dell’anno farà la sua comparsa sul mercato la prima Playstation. Dovranno trascorrere più di vent’anni prima di cercare Pokémon agli angoli delle strade o sulle spiagge, ma tutto inizia lì. L’Oscar del cinema è vinto da Schindler’s List, di Steven Spielberg, mentre il Nobel per la pace è assegnato al leader palestinese Yasser Arafat e ai leader israeliani Shimon Peres e Yitzhak Rabin, per gli sforzi prestati alla ricerca della pace fra le popolazioni dei Territori occupati e per garantire il riconoscimento di uno Stato palestinese.

Yasser Arafat, da giovane

Nel mondo dello spettacolo, il Festival di Sanremo è vinto da Aleandro Baldi, con Passerà. Se il malessere giovanile espresso dal grunge è imploso su se stesso con il tragico suicidio di Kurt Cobain, dopo aver perso la carica antisistema degli esordi, e l’indie rock diventa mainstream grazie al successo commerciale dei vari Oasis, Blur, Offspring, R.E.M. e Sonic Youth, è l’hip hop, nato nel Bronx negli anni Settanta, ad assurgere a fenomeno e tendenza culturale del periodo, diventando agli inizi dei Novanta una sorta di show business della nuova generazione afroamericana, capace di rappresentare la violenza del ghetto e il gangsta rap (di cui la cittadina di Compton, nella contea di Los Angeles, è l’epicentro) attraverso la voce dei vari Notorius B.I.G., Dr. Dree e Tupac. Il mondo della Formula Uno e dello sport è sconvolto per la morte del pilota brasiliano Ayrton Senna, tre volte Campione del mondo e considerato da molti il più forte pilota mai apparso sui circuiti di F.1, scomparso il primo maggio in un tragico incidente causato della rottura del piantone dello sterzo della sua Williams, mentre percorreva il settimo giro del circuito di Imola.

 

Al Mondiale statunitense partecipano ventiquattro Nazionali. A sorpresa, non riescono a qualificarsi per la fase finale la Danimarca Campione d’Europa, l’Inghilterra e la Francia. A causa del fuso orario, per esigenze televisive legate all’utenza europea, le partite si svolgono all’ora di pranzo e nel primo pomeriggio. Per la prima volta si assegnano tre punti per la vittoria durante la fase a gironi.

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FRAMMENTI AMERICANI

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Un amore difficile

Quello fra il soccer e il Paese a stelle e strisce. Il soccer cerca di accattivarsi le simpatie dell’americano medio una prima volta negli anni Sessanta, con la Nacional Association Soccer League (NASL), nata all’indomani del successo ottenuto dal documentario “Goal”, che propone una sintesi dei Campionato del Mondo disputato in Inghilterra nel 1966. Nello stesso periodo un gruppo rivale organizza un’altra associazione, la National Professional Soccer League (NPSL), accordandosi per i diritti televisivi col network CBS. Forte di tale accordo, struttura in tutta fretta un piccolo campionato estivo in cui vengono letteralmente importate intere squadre dall’Inghilterra, dal Brasile e anche dall’Italia (partecipa il Cagliari di Manlio Scopigno, che perde tutte le partite disputate). L’insuccesso di pubblico e una certa approssimazione organizzativa causa il fallimento del progetto e della stessa NPSL.

 

Rimasta sola, la NASL lancia nel 1968 il primo campionato professionistico del Nord America, che si svolge da aprile a settembre; a esso se ne aggiunse uno indoor che si tiene nei mesi invernali. Nel 1975, l’ingaggio di Pelé da parte dei Cosmos di New York, e di George Best da parte dei Los Angeles Atzecs, sembra essere il preludio per l’atteso boom; nei Cosmos, alla stella brasiliana si aggiungono il connazionale Carlos Alberto, gli italiani Chinaglia e Wilson, lo jugoslavo Bogicevic e il tedesco Beckenbauer. Negli anni successivi vengono ingaggiati altri calciatori famosi, quali l’olandese Neeskens e il belga Van der Elst. Il Campionato si disputa con discreto successo fino al 1985, quando la mancanza di spettatori e motivi economici dovuti agli eccessivi costi di gestione conducono al fallimento la NASL.

Pelè, con la numero 10, a guidare i New York Cosmos

Si dovranno attendere altri nove anni per assistere a un altro tentativo di rilancio del soccer; parallelamente all’organizzazione dei Campionati mondiali, nasce infatti la Major Soccer League, con due raggruppamenti: la Eastern Conference e la Western Conference. Viene prevista una prima fase di Regular Season e una successiva di play-off, a cui accedono le prime quattro classificate di ogni Conference, sull’esempio del basket. Si spera di far breccia soprattutto nei gusti degli studenti più giovani, frequentanti le High School. Fin qui la grande platea ha sempre considerato il soccer sport prevalentemente femminile; durante il periodo delle Olimpiadi di Los Angeles, nel 1984, ci fu un notevole incremento di interesse, ma soprattutto da parte del gentil sesso, dato che in quegli anni la nazionale femminile USA si laurea per due volte Campione del mondo.

 

A partire dal 1994, non senza una certa sorpresa, il soccer riuscirà finalmente ad avere grande diffusione negli Stati Uniti, fino a superare i quattro milioni di tesserati e gli oltre venti milioni di praticanti, secondo solo al baseball, e quarto sport più praticato nelle High School. Questa espansione a macchia d’olio indurrà un gran giro d’affari, basti pensare agli investimenti della rete televisiva NBC per acquisire i diritti della Premier League. In questo impressionante sviluppo inciderà l’immigrazione dal Sudamerica; gli ispanici, tradizionalmente non amanti del football e del basket, ma invece appassionati di baseball e soccer, tra il 2000 ed il 2010 passeranno da 35 a 50 milioni, con la prospettiva di costituire il maggiore gruppo etnico nel 2040. I costi contenuti per l’acquisto del l’equipaggiamento, rispetto all’hockey e al football, oltre alla possibilità di poterlo praticare senza bisogno di particolari altezze o conformazioni fisiche, rappresenteranno ulteriori fattori che favoriranno il successo del soccer.

Il “soccer” negli Stati Uniti fin dal principio ha avuto una importante rappresentanza femminile

 

“El Diablo”

Marco Antonio Etcheverry, stella della Bolivia, soprannominato El Diablo per le sue diaboliche finte di corpo. Dopo aver giocato un anno in Spagna, nelle fila dell’Albacete, fa ritorno in Sudamerica, in Cile, nel Colo Colo. È suo uno dei due goal con il quale la Bolivia sconfigge il Brasile guadagnando una storica partecipazione al Mondiale americano. Attesissimo al debutto di Chicago contro la Germania, entra finalmente al 84’ al posto di Ramallo. La sua apparizione dura quattro minuti: un calcione a gioco ferma ai danni di Matthaus gli costa l’espulsione e la conseguente squalifica per due giornate. La Bolivia, sconfitta dalla Germania e dalla Spagna, finisce all’ultimo posto del gruppo C. El Diablo diventerà una stella americana nel DC United, entrando nella Hall Of Fame MLS. «Tengo más de ángel que de diablo», dirà a fine carriera, rivelando un’insospettabile fede religiosa.

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Tragedia

Andrés Escobar è un terzino ventisettenne del National di Medellin e colonna difensiva della Colombia. Nella notte fra l’1 e il 2 luglio è con la fidanzata e un amico in un ristorante di Medellin, l’Estedero Lindo. All’uscita dal ristorante è affrontato da un uomo che, dopo avergli urlato “Grazie per il goal”, lo fredda con diversi colpi di mitraglietta. La città è il cuore del narcotraffico colombiano e in quegli anni registra il triste primato degli omicidi: più di seimila all’anno. Il tristemente famoso Cartello di Medellin è stato sconfitto l’anno prima dalle forze governative colombiane coadiuvate dalla DEA, l’agenzia investigativa statunitense. Il fondatore dell’organizzazione criminale, Pablo Escobar, è stato arrestato con molti suoi complici.

 

Il calciatore omonimo, Andrés Escobar è stato lo sfortunato protagonista di una autorete contro gli Stati Uniti, decisiva per l’estromissione della Colombia dal Mondiale. La sua esecuzione desta raccapriccio. Futili motivi legati al calcio? Oppure eventuali compromissioni col mondo della malavita colombiana legata alle scommesse clandestine? Per l’omicidio viene arrestato Humberto Munoz, che confessa di aver sparato al difensore. Condannato a 43 anni di carcere, ne sconterà undici, e nel 2005 tornerà libero. Dopo 24 anni, arriva la verità. Nel gennaio 2018 viene infatti arrestato Santiago Gallon Henao, il narcotrafficante colombiano legato alle scommesse clandestine che viene riconosciuto come il mandante dell’omicidio del calciatore.

Andres Escobar, con la maglia (rossa per l’occasione) della Colombia

 

Il Platini del deserto

Super Sami; il Platini del deserto. Questi, alcuni dei soprannomi che accompagnano la stella dell’Arabia Saudita Sami Al-Jaber. Con un rigore segnato al Marocco, contribuisce alla storica qualificazione dell’Arabia Saudita (seconda compagine asiatica, dopo la Corea del Nord ai Mondiali inglesi del 1966) agli ottavi di finale, dove la sua Nazionale viene sconfitta dalla Svezia per 3-1. Giocherà in carriera 160 partite con l’Arabia Saudita; nel 2000 sarà ingaggiato dagli inglesi del Wolverhampton, ma la sua avventura in terra inglese finirà dopo pochi mesi. Nella memoria dei tifosi arabi rimarrà come il più forte calciatore apparso sulla scena calcistica saudita.

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Pubblicità ingannevole

Anni dopo il Mondiale, la Wind, azienda italiana di telecomunicazioni, decide di far girare uno spot pubblicitario evocativo del mondiale USA scegliendo come attori Roberto Baggio e Arrigo Sacchi. Nello spot, vediamo Roberto Baggio calciare l’ultimo e decisivo tiro dal dischetto; la palla, dopo aver colpito la traversa, entra in rete per l’esultanza dello stesso Baggio, di Arrigo Sacchi e di altre comparse. In sovraimpressione appare la scritta Unico Wind Ricaricabile, carta prepagata, e una voce femminile sentenzia: “Il mondo è cambiato con Wind”…

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Il cocktail

Quello a base di efedrina (che non è considerata una droga stimolante nello sport professionistico degli Stati Uniti), un alcaloide presente nelle piante del genere Ephedra, con struttura chimica simile alle anfetamine, utilizzata spesso per “coprire” la cocaina e per perdere peso, e che costa la squalifica di 15 mesi e mette la parola fine alla carriera calcistica di Diego Armando Maradona. Quella dei così detti “farmaci antifame” è una tentazione nella quale sono già caduti i nostri Andrea Carnevale e Angelo Peruzzi, pescati dall’antidoping dopo un Roma-Bari del primo ottobre 1990 (pasticche di Lipopill, contenente fentermina, assunte per smaltire una cena troppo abbondante). Dopo la squalifica per assunzione di cocaina, quello che sembra il Mondiale del riscatto per l’ex “Pibe de Oro” si arena su un banale stimolante dietetico. Da lì a poco, la Food and Drug Administration vieterà negli Stati Uniti la vendita di tutti i supplementi dietetici contenenti efedrina.

L’ultima occasione per Diego di aggiudicarsi il Mondiale fu Italia 90

 

Prima pagina

Ha del clamoroso l’errore della testata sportiva danese “B.T.”. All’indomani della semifinale fra Brasile e Svezia, in prima pagina assegna la vittoria agli svedesi, in realtà sconfitti 1-0 dai Verdeoro. Per guadagnare tempo, la redazione ha predisposto due versioni, una con la vittoria della Svezia e una con quella del Brasile. Per errore esce in prima pagina la versione sbagliata.

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La dedica

Lunedì 4 luglio, stadio “Stantford”. In un torrido pomeriggio, a San Francisco, il calciatore brasiliano Bebeto segna il goal decisivo del Brasile contro gli USA negli ottavi di finale. Lo si vede dirigersi verso la bandierina del calcio d’angolo e mimare con le braccia un dondolio, come per cullare un neonato. È la dedica al figlio appena nato, un gesto che nel serioso mondo del calcio stupisce e fa alzare più di un sopracciglio, inaugurando una serie di esultanze dal vago sapore libertario e liberatorio.

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Convalescenza

Mai convalescenza fu più breve. Franco Baresi si infortuna al ginocchio destro in occasione della partita disputata il 23 giugno contro la Norvegia, viene operato in artroscopia il 26 giugno, al Lennox Hill Hospital di New York, e il 17 luglio, ventitrè giorni dopo, è pronto per giocare la sua finalissima contro il Brasile, in quella che sembra un appuntamento col proprio destino calcistico.

Franco Baresi dopo quell’estenuante finale, sorretto da Pagliuca

 

Collezione

Quella di Romário de Souza Faria, per tutti Romário: duecentocinquanta paia di scarpe, pronte ad accogliere in abiti borghesi i piedi più rapidi che si siano visti calpestare il rettangolo dell’area di rigore di un campo di calcio, il suo regno. Di quel regno, l’ex bambino povero cresciuto nella favela di Jacarezinho è l’incontrastato sovrano.

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La ricerca delle stelle

Il significato dell’antica locuzione anglosassone The quest for the star, contratto in Questra, il nome del pallone dell’Adidas con cui si disputa il Mondiale. Un leggero strato di polietilene lo rende più leggero dei predecessori.

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Il rigore

Quello sbagliato da Diana Ross, durante la cerimonia d’apertura al “Soldier Fields” di Chicago. La regina della musica soul e star della Motown canta The Star-Spangled Banner, l’inno nazionale, e alla fine della cerimonia è costretta a concludere la sua esibizione con un calcio di rigore. Lo sbaglia goffamente, tirando la palla a lato. Triste presagio dell’atto conclusivo della manifestazione…

Il Questra, pallone ufficiale della competizione

 

IL CAMMINO DEGLI AZZURRI

L’Italia si presenta al Mondiale dopo un lungo tragitto segnato da una data: 13 novembre 1991. In quel giorno, allo stadio Ferraris di Genova, fa il suo debutto sulla panchina il nuovo Commissario Tecnico Arrigo Sacchi, dopo che il Consiglio Federale ha deciso la sua nomina il precedente mese di ottobre. È una novità assoluta, e porta a una rivoluzione nell’inner circle di Coverciano. Sacchi, se si esclude la parentesi di Edmondo Fabbri dal 1963 al 1966, e il breve interregno di Helenio Herrera in coabitazione con Ferruccio Valcareggi, introduce nell’austera e rigida famiglia calcistica della Federazione un ospite inatteso: l’allenatore professionista. Un ospite ben retribuito, che si differenza dalla covata dei coach fatti in casa che l’hanno preceduto sulla panchina azzurra, che pretende di essere considerato più allenatore che selezionatore e che vuole imporre frequenti stage e modelli lavorativi sconosciuti in quegli ambienti. Bene. Ma chi è Arrigo Sacchi, il profeta di Fusignano?

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Quarantotto anni, venditore di scarpe mancato, Sacchi coltiva fin dall’adolescenza una passione travolgente per il calcio. Tifoso in gioventù della “grande Inter”, in mancanza di doti calcistiche tali da fargli cullare ambizioni da professionista inizia ad allenare squadre di paese come il Fusignano e il Bellaria. Fin da quelle prime esperienze, dimostra idee nuove e concetti rivoluzionari per il tempo. Gli viene affidata la panchina del settore giovanile del Cesena, e dopo quella prima esperienza passa al Rimini, poi al settore giovanile della Fiorentina, e infine al Parma, dove rimane dal 1985 al 1987. Durante le sfide di Coppa Italia in cui il suo Parma mette in serio imbarazzo tattico il Milan di Nils Liedholm, viene adocchiato e contattato da Silvio Berlusconi, in cerca di una figura emergente ma, al contempo, carismatica, a cui affidare il sogno di un Milan di nuovo ai vertici, dopo anni di grigiore e due retrocessioni in serie B. Da quel momento inizia un rutilante cammino con il quale guida i rossoneri a vincere uno scudetto, due Coppe Campioni e due Coppe Intercontinentali. Ma, ancor più che le vittorie, è Il suo approccio calcistico tout court a stupire, e a fare di lui un rivoluzionario.

Arrigo Sacchi e Franco Baresi con la Coppa Intercontinentale (1989)

Ci sono stati altri allenatori innovatori, che hanno tentato esperimenti più o meno riusciti a livello nazionale per modificare la grammatica calcistica del “prima non prenderle”. Negli anni Sessanta, il furibondo taca la bala e l’anticipatore movimiento dei due Herrera; nei Settanta, l’applicazione del gioco a zona, prima nel Brindisi e poi nel Napoli, di Luis Vinicio; il pressing a tutto campo del Cesena e del Torino di Gigi Radice; le sovrapposizioni con scambi di ruolo e il training autogeno negli allenamenti di Pippo Marchioro, nel Como e nel Cesena; il “gioco corto”, con squadra compatta e fraseggi continui di Corrado Viciani, nella Ternana; certi atteggiamenti tattici del Foggia e della Lazio di Tommaso Maestrelli. Negli anni Ottanta, è poi soprattutto Nils Liedholm, il Barone, a proporre nella Fiorentina, nella Roma e poi nel Milan un modello tattico particolare e spregiudicato, privo dei riferimenti classici del calcio nostrano, come la marcatura a uomo, e che prevede lo sfruttamento costante delle corsie laterali con esterni di ruolo e non con centrocampisti adattati, come spesso si usava in quegli anni.

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Sacchi supera questi modelli e si pone come figura sia di svolta che di contraddizione, portatore sano delle stimmate della verginità calcistica, non godendo di un trascorso apprezzabile in maglietta e calzoncini («Non ho mai saputo che prima di essere un fantino bisogna essere stato un cavallo», risponde durante una conferenza a uno studente della Bocconi che gli chiede come può allenare campioni senza esserlo stato). Opera scelte di rupture, questo visionario con l’arguzia di un personaggio scespiriano, sorta di guru della postmodernità pallonara, capace di inculcare nei giocatori il suo vangelo cool fatto di preparazione atletica esasperata, cura maniacale e particolareggiata di precise situazioni tattiche, infinite ripetizioni di movimenti sincronici durante gli allenamenti e continue e sfibranti simulazioni di fasi di gioco. La teoria applicata la vediamo la domenica: squadra corta, racchiusa in trenta metri, pressing feroce fin nell’area di rigore avversaria, zona difensiva con il classico schieramento “a quattro” e applicazione ortodossa e ossessiva del fuorigioco; infine, rapide ripartenze ad aggredire la metà campo avversaria.

Arrigo Sacchi mentre catechizzava i calciatori del suo Milan

Ha poi del clamoroso il suo coaching mentale, che ha l’obiettivo di modificare l’atteggiamento attraverso un martellamento psicologico continuo sui giocatori per indurli a cambiare il modo di interpretare le partite, specie quelle giocate in trasferta; le sue squadre riescono a superare il condizionamento legato al campo avverso, affrontando l’impegno come se si trattasse di una partita giocata in campo amico. Aggredire lo spazio, appropriarsene e sottrarlo all’avversario e quindi, in definitiva, “abitare il campo” diventandone padroni. Padroni di quella casa che è il terreno di gioco, non importa se nello stadio amico o avverso. Paradigmatica e quintessenziale la famosa semifinale di Champions giocata il 5 aprile 1989, a Madrid, contro il Real, letteralmente annichilito al di là del risultato finale di 1-1; a memoria, non si ricorda una squadra intimidire in quel modo i blancos e imporre la sua legge al Bernabeu.

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Sacchi porta al Mondiale molti giocatori da lui allenati nel passato: sui ventidue della spedizione americana, ben undici sono suoi ex calciatori: sette del Milan, due del Parma, più Evani della Sampdoria e Mussi del Torino. La porta è difesa da Gianluca Pagliuca, della Sampdoria, in procinto di trasferirsi all’Inter. Da due anni ha avvicendato Zenga, disputando ottimi campionati nelle fila dei blucerchiati. Sicuro tra i pali, non sempre perfetto nelle uscite, ha un buon senso della posizione e una grande reattività negli arti inferiori. Si distingue anche per una certa abilità nel neutralizzare i rigori. La coppia di terzini presenta due alternative: quella più collaudata, composta dai milanisti Mauro Tassotti e Paolo Maldini, e quella formata da Antonio Benarrivo e Roberto Mussi, a lungo compagni di squadra nel Parma.

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Tassotti è un esempio di intelligenza e dedizione applicata al calcio. Chi se lo ricorda agli esordi, ruvidissimo difensore nelle fila della Lazio, fatica a capacitarsi degli incredibili progressi compiuti negli anni da quello che ora viene chiamato il “Djalma Santos” italiano, in onore del grande laterale destro della Selecao. Grande tecnica, padronanza assoluta dei movimenti di fascia, tempestività e acume negli inserimenti, Tassotti è elemento insostituibile del Milan stellare di quegli anni. Maldini, ventisei anni, con già più di cinquanta presenze in Nazionale, è nel pieno della maturità atletica; ha ulteriormente affinato tecnica e disciplina tattica ed è probabilmente il miglior difensore nel panorama calcistico intercontinentale.

Paolo Maldini strappa il pallone a Romario

Mussi, una sorta di scudiero dell’allenatore, nuota alla perfezione nel brodo di coltura rappresentato dal Parma sacchiano, una sorta di laboratorio che viene ereditato dall’ex mediano di assalto Nevio Scala, capace di continuare la sperimentazione dell’illustre predecessore fino a fare della squadra emiliana la provinciale italiana più vincente di sempre (in sei anni il Parma vince 1 Coppa delle Coppe, 1 Coppa UEFA, una Supercoppa italiana e una Coppa Italia, arrivando a sfiorare il titolo di Campione d’Italia). Di quella squadra, Benarrivo rappresenta una colonna insostituibile. Sono entrambi stantuffi inesauribili, Mussi e Benarrivo, conoscono tutti i segreti del gioco a zona e possono essere utilizzati con buoni risultati su entrambe le corsie laterali.

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La coppia centrale è composta da Alessandro Costacurta e Franco Baresi. Duo collaudatissimo nel Milan, si integra alla perfezione per caratteristiche tecniche offrendo le più ampie garanzie difensive. Baresi recita ormai il ruolo a memoria, e della mutazione tattica sacchiana è allo stesso tempo seme e frutto maturo; ha perso l’esuberanza degli anni Ottanta, quando i compagni lo avevano soprannominato “Ufo” per i folgoranti recuperi difensivi su avversari lanciati a rete, ma ha acquisito un assoluto controllo del reparto dall’alto della sua esperienza. Costacurta è giocatore intelligente; molto attento e concentrato in marcatura, sempre pronto ad “alzare la difesa” con il compagno di reparto in occasione dell’applicazione della tattica del fuori gioco.  L’alternativa ai titolari è Luigi Apolloni, del Parma, buon difensore, attento in marcatura e forte fisicamente.

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Il centrocampo prevede diversi interpreti per tre ruoli. Il centrale metodista è una figura che si è evoluta dall’originaria applicazione nel Metodo degli anni Trenta, ed è tornata prepotentemente di moda. Nel Mondiale se ne ammirano diverse interpretazioni: quella tutto stile dell’argentino Fernando Carlos Redondo, quella tutta sostanza del carioca Mauro Silva, e quelle più classiche dell’olandese Wim Jonk e del teutonico Stefan Effenberg. Albertini cerca di rappresentare una felice sintesi dei giocatori citati, seppur con meno esperienza. A soli ventitré anni Sacchi gli affida un ruolo delicato che il milanista svolge in modo egregio; d’altra parte, non gli fanno difetto personalità, visione di gioco, facilità nel raggiungere i compagni con lanci di lunga gittata, e un gran tiro col piede destro.

Un giovanissimo Demetrio Albertini, lanciato da Sacchi anche al Milan

La mezzala eclettica riveste un ruolo di equilibrio e, nella migliore interpretazione – alla Tardelli -, garantisce copertura alla difesa, freschezza e appoggio al centrocampo e sostegno all’attacco, in virtù di rapide proiezioni offensive effettuate con o senza palla. Vi concorrono due giocatori dalle caratteristiche simili: Dino Baggio, della Juventus, e Nicola Berti, dell’Inter. Il primo, ventitré anni, è un ex stopper dai piedi buoni proposto sulla linea di centrocampo, dove offre dinamismo, sostegno alla difesa e pericolosità in zona goal, grazie anche a un buon tiro e a una grande dimestichezza nel gioco aereo. Berti ha caratteristiche simili, potendo anche essere schierato sull’out destro, come ai suoi esordi nella Fiorentina.

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La mezzala d’attacco è invece un ruolo che si attaglia a un interprete designato: Roberto Baggio, della Juventus. Acquistato dai torinesi subito dopo il Mondiale italiano, riesce subito a imporsi nella squadra allenata da Maifredi segnando complessivamente 27 goal (di cui 14 in campionato). L’anno dopo, nella stagione calcistica 92/93, con il ritorno di Trapattoni sulla panchina bianconera, segna 22 goal (di cui 18 in campionato) e si laurea Campione d’Italia. Sempre in quella grande annata vince la Coppa UEFA ed è insignito del Pallone d’Oro. Segna 30 goal (di cui 21 in campionato) nella stagione 93/94, e 22 goal (di cui 17 in campionato) nella stagione che precede il Mondiale, nella quale alcuni leggeri infortuni ne condizionano il rendimento. Aedo della poesia applicata al calcio, in questi primi anni juventini Baggio non ha tradito le aspettative riuscendo anche a rivestire un ruolo di leadership all’interno dello spogliatoio, nonostante il carattere e il suo credo religioso non inclinino in tale direzione. Sacchi punta moltissimo nel talento del suo campione, riconoscendoli la capacità di poter indirizzare le sorti di una partita grazie alle immense doti tecniche.

Roberto Baggio ad insegnare calcio negli Stati Uniti

L’attacco azzurro è formato ai blocchi di partenza da Giuseppe Signori e Pier Luigi Casiraghi, con Daniele Massaro prima alternativa. Signori, con Ciccio Baiano e Roberto Rambaudi, compone il trio d’attacco del “Foggia meraviglia” di Zeman. Quest’ultimo, figlio di un primario d’ospedale di Praga e nipote dell’ex allenatore della Juventus Cestmir Vycpalek, è un personaggio particolare e carismatico che da cinque anni dà spettacolo adottando uno schema tattico spregiudicato e super offensivo, un 4-3-3 molto spinto e ortodosso, con una linea difensiva alta, ali d’attacco sempre pronte a partire dall’out per rapide conversioni centrali e incroci di posizione, a cui partecipa anche il centravanti, e uno dei due centrali di centrocampo a fungere sia da metodista che da incursore nell’area di rigore avversaria, dove spesso è pronto a concludere, di testa o di piede, l’azione d’attacco (Luigi Di Biagio interpreta alla perfezione questo duplice compito).

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Zemanlandia attrae l’attenzione di tutti gli addetti ai lavori e non può non incuriosire un tipo come Sacchi che, alla sua prima panchina azzurra, il 13 novembre 1991, avversaria la Norvegia, fa esordire proprio un giocatore del Foggia, Francesco ”Ciccio” Baiano. Dei tre attaccanti foggiani, il solo Signori sfonderà ad alti livelli. Mancino puro, molto tecnico, rapido e bravo nel triangolare con i compagni di reparto, negli anni della Lazio, dal 92 al 97, marca 105 reti in 146 presenze in Campionato, scoprendo una vena realizzativa che difficilmente poteva essere prevista così prolifica alla fine del periodo foggiano. Un lavoro selettivo svolto in palestra gli consentirà di irrobustirsi, riuscendo a reggere anche i più rudi contrasti dei difensori, mentre un costante allenamento sul campo lo farà diventare un fenomeno sui calci piazzati. L’altro attaccante è Casiraghi, della Lazio. “Puntero” potente e abile nel gioco aereo, sa compiere movimenti di grande intelligenza tattica per creare spazio ai compagni in area di rigore. Molto generoso e in possesso di una discreta tecnica, non dimostrerà negli anni una grande vena realizzativa anche per i costanti infortuni, l’ultimo dei quali, subito mentre milita nel Chelsea, con frattura multipla del ginocchio, lo costringerà a chiudere la carriera anzitempo all’età di soli 29 anni.

Di spalle, Signori e Casiraghi in biancoleste

L’alternativa ai due è rappresentata dal trentatreenne Massaro, del Milan, unico superstite dei campioni di Spagna del 1982. Nato mediano, prima nel Monza, poi nella Fiorentina, una volta arrivato al Milan, Sacchi, e soprattutto Capello, gli ritagliano un ruolo più avanzato, anche da unica punta, sfruttando le sue attitudini offensive, possedendo Massaro buon tiro e tempismo nei colpi di testa. Nell’ultimo Campionato vinto dal Milan i tifosi lo chiamano Provvidenza, per l’abilità di risolvere le partite anche nei minuti finali. È stato da poco protagonista con la sua squadra di club nella finale di Champions League disputata ad Atene, marcando una doppietta nel 4-0 finale con cui il Milan di Fabio Capello ha umiliato il Barcellona di Johann Cruijff e Romário.

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Qui occorre aprire una breve parentesi sull’allenatore friulano. Già regista moderno nella Roma herreriana e, soprattutto, nella Juventus della prima metà degli anni Settanta (suo il goal grazie il quale la Nazionale sbancò per la prima volta nella storia Wembley nel novembre del 1973), una volta appese le scarpette al classico chiodo, dopo aver terminato la carriera al Milan ed aver esaurito un breve passaggio nella Primavera rossonera, Capello intraprende una carriera da manager come direttore generale della Polisportiva Mediolanum per poi essere chiamato a guidare il Milan della transizione postsacchiana all’insegna dell’austerità. Nella veste di allenatore esordiente in Serie A, quello appena conquistato nella stagione 1993/94 è il suo terzo titolo consecutivo e quattordicesimo della storia milanista. L’assolutismo e l’intransigenza del suo predecessore ha trovato nel credo calcistico pragmatico dell’allenatore friulano un riflusso virtuoso, che ha permesso alla squadra di trovare un suo perfetto punto di equilibrio e, soprattutto, di continuare a vincere, seppur in altro modo e con interpreti diversi.

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Oltre i dieci giocatori base, Sacchi sceglie l’undicesima variante tattica a seconda di come ritiene di interpretare l’incontro. Roberto Donadoni, del Milan, che funge allora da ala d’attacco, gli consente di allargare il fronte offensivo in caso di avversari disposti sulla difensiva; Alberigo Evani, della Sampdoria, terzino alle origini, trova invece spazio nel caso sia utile presidiare il centrocampo da pericoli individuati sul fronte destro rivale, cercando altresì il modo di offendere sempre da quel lato, grazie alla buona predisposizione offensiva dell’ex mancino milanista. Antonio Conte, della Juventus, o lo stesso Nicola Berti, servono infine per infoltire la zona di centrocampo, con l’intento di creare superiorità numerica e di mantenere un marcato possesso di palla, specie contro squadre provviste di veloci contropiedisti.

Donadoni inseguito da Bakero nella partita contro la Spagna


Sabato 18 giugno, ore 16,00, New York, “Giant Stadium”. Italia-Irlanda 0-1 (11’ Houghton)
Italia: Pagliuca, Tassotti, Maldini, Albertini, Costacurta, Baresi, Donadoni, D. Baggio, Signori (dal 84’ Berti), R. Baggio, Evani (dal 46’ Massaro).


Giovedì 23 giugno, ore 16,00, New York, “Giant Stadium”. Italia–Norvegia 1-0 (69’ D. Baggio)
Italia: Pagliuca, Benarrivo, Maldini, Albertini, Costacurta, Baresi (dal 49’ Apolloni), Berti, D. Baggio (dal 21’ Marchegiani), Casiraghi (dal 68’ Massaro), R. Baggio, Signori.


Martedì 28 giugno, ore 12.30, Washington, “R.F. Kennedy Memorial Stadium”. Italia– Messico 1-1 ( 48’ Massaro, 56’ Bernal)
Italia: Marchegiani, Benarrivo, Maldini, Albertini, Apolloni, Costacurta, Berti, D. Baggio (dal 65’ Donadoni), Casiraghi (dal 46’ Massaro), R. Baggio, Signori.


Martedì 5 luglio, ore 13,00, Boston, “Foxboro Stadium”. Italia–Nigeria 2-1 d.t.s. (26’ Amunike, 88’ R. Baggio, 102’ rig.R. Baggio)
Italia: Marchegiani, Mussi, Benarrivo, Albertini, Maldini, Costacurta, Berti (dal 46’ D. Baggio), Donadoni, Massaro, R. Baggio, Signori (dal 63’ Zola)


Sabato 9 luglio, ore 16,00, Boston, “Foxboro Stadium”. Italia –Spagna 2-1 (25’ R. Baggio, 58’ aut. Benarrivo, 88’ R. Baggio)
Italia: Pagliuca, Tassotti, Benarrivo, Albertini (dal 46’ Signori), Maldini, Costacurta, Conte (dal 68’ Berti), D. Baggio, Massaro, R. Baggio, Donadoni.


Mercoledì 13 luglio, ore 16,00, New York, “Giants Stadium”. Italia –Bulgaria 2-1 (21’ R. Baggio, 25’ R. Baggio, 44’ rig. Stoichkov)
Italia: Pagliuca, Mussi, Benarrivo, Albertini, Maldini, Costacurta, Berti, D. Baggio (dal 55’ Conte), Casiraghi, R. Baggio (dal 71’ Signori), Donadoni.


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L’Italia si presenta alla semifinale di un Campionato mondiale per la quinta volta nella sua storia, (la sesta, se si considera Italia-Olanda del 78’ alla stregua di una semifinale). Sacchi sostituisce lo squalificato Tassotti con Mussi, mentre Berti e Casiraghi rilevano Conte e Massaro. I nostri avversari guidati dal C.T. Penev, presentano la stella del Barcellona Hristo Stoichkov che, insieme al russo Oleg Salenko, sarà il capocannoniere della manifestazione con sei reti, oltre ad altri buoni elementi come Yordan Lechkov, dell’Amburgo, Emil Kostadinov, del Porto e Krasimir Belakov, dello Sporting Lisbona. Nel gruppo D sono stati sconfitti sonoramente dalla Nigeria, ma hanno battuto 2-0 l’Argentina di Simeone, Batistuta, Redondo e Balbo. Quest’ultima, sotto la guida del C.T. Basile, nelle prime due partite del gruppo D esprime un calcio spettacolare (paradigmatico lo splendido goal di Maradona contro la Grecia, preceduto da una doppia triangolazione al limite dell’aria di rigore) segnando sei reti grazie a un modulo tattico molto spregiudicato che prevede la presenza contemporanea di Batistuta, Caniggia, Balbo e Maradona, e viene pronosticata come favorita alla vittoria finale.

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La disavventura che coglie il suo capitano e uomo simbolo smonta invece la squadra, che perde il quarto di finale per 3-2 contro la Romania del bresciano Gheorghe Hagi. Negli ottavi, la Bulgaria si è sbarazzata ai rigori del Messico, mentre nei quarti ha sorprendentemente sconfitto per 2-1 la Germania guidata da Vogts. L’Italia parte come mai le è capitato e metà del primo tempo si trova già in duplice vantaggio grazie al suo uomo simbolo, Roberto Baggio, che timbra il cartellino al minuto ventuno e al minuto venticinque, siglando il suo ventiquattresimo goal in nazionale su quarantatre partite disputate. A questo punto, forte del doppio vantaggio l’Italia si limita a controllare il gioco permettendo però alla Bulgaria di farsi sotto e di accorciare le distanze all’ultimo minuto del primo tempo, grazie ad un calcio di rigore battuto da Stoichkov, per precedente fallo di Pagliuca su Sirakov. Nel secondo tempo i bulgari cercano di accentuare la pressione, ma Pagliuca non corre sostanziali rischi. Gli azzurri conducono in porto il preziosissimo risultato che permette all’Italia di andare a disputare a Los Angeles la sua quinta finale nella storia dei Mondiali di Calcio.

La sintesi della semifinale contro la rivelazione Bulgaria


Domenica 17 luglio, ore 12,30, Los Angeles, “Rose Bowl”. Italia –Brasile 2-3 d.t.s. e calci di rigore
Italia: Pagliuca, Mussi (dal 34’ Apolloni), Benarrivo, Albertini, Maldini, Baresi, Donadoni, D. Baggio (dal 95’ Evani), Massaro, R. Baggio, Berti.


Davanti a novantacinquemila spettatori si affrontano per la finale della XV Coppa del Mondo le eterne rivali, Italia e Brasile, vincitrici di tre edizioni ciascuna. È una giornata torrida, l’afa rende il clima insopportabile, soprattutto considerando l’ora inconsueta in cui è previsto l’inizio del match, le 12,30. I nostri avversari hanno vinto agevolmente il gruppo B davanti alla Svezia; hanno poi superato gli Stati Uniti padroni di casa per 1-0 negli ottavi, l’Olanda per 3-2 nei quarti e, infine, in semifinale, ancora la sorprendente Svezia di Henrik Larsson, Andreas Limpar e degli “italiani” Jonas Thern e Tomas Brolin, grazie a una prodezza di Romário a dieci minuti dal termine. Nell’Italia compie un piccolo miracolo il trentaquattrenne Baresi, rientrato dopo ventitré giorni dall’infortunio con la Norvegia. Sacchi decide di dar fiducia al “Divin Codino”, alle prese con una contrattura alla coscia destra. Per il resto largo alla coppia di terzini formata da Benarrivo e Mussi, e formazione votata alla prudenza con Massaro al posto di Casiraghi, e Berti al posto di Signori.

 

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Quella di Los Angeles si rivela una delle finali più noiose della storia anche a causa del clima, che condiziona molto gli atleti in campo. Nel primo tempo si registrano continui fraseggi a centrocampo e solo una occasione per parte; Bebeto sfiora il goal per il Brasile, mentre Massaro tira centralmente su Taffarel, dopo essersi liberato di Mauro Silva. Al 34’ Apolloni rileva l’infortunato Mussi, piazzandosi al centro della difesa e consentendo a Maldini di riprendersi il ruolo di terzino sinistro. Nella ripresa gli Azzurri evidenziano un calo fisico e i Verde-oro si fanno pericolosi in un paio di occasioni con Romário e Branco. Al 30’ Mauro Silva tira improvvisamente da fuori area; Pagliuca non trattiene la sfera che, dopo aver colpito il palo, ritorna docile nelle sue mani. Il portiere azzurro ringrazia, baciando il legno. La partita prosegue senza altre emozioni fino al fischio finale dell’arbitro ungherese Puhl.

Non ci poteva dire tutto bene quel giorno

Per la quarta volta, dopo Italia-Cecoslovacchia del ’34, Inghilterra-Germania del’66, Argentina-Olanda del’78, una finale di Coppa del Mondo si protrae ai tempi supplementari. Nel primo supplementare si registra un’occasione per parte: Roberto Baggio impegna Taffarel che devia in calcio d’angolo, mentre Pagliuca respinge una conclusione di Zinho. Nel secondo supplementare, al 109’, Romário ci grazia calciando fuori da pochi passi un pallone servitogli da Cafù. Gli azzurri, stremati dal caldo e dalla fatica, non riescono più a impensierire la retroguardia brasiliana. Gli ultimi minuti trascorrono in attesa del fischio conclusivo, che finalmente arriva. Per la prima volta, una finale di un Campionato del mondo sarà decisa dai rigori. I massaggiatori cercano di mettere i calciatori nelle migliori condizioni per poter tirare i penalty. Purtroppo, come diceva Vico, la storia si ripete e ancora una volta, come quattro anni prima, i rigori ci condannano a causa degli errori di Baresi, Massaro e Roberto Baggio, permettendo ai carioca di conquistare la tetra, la quarta Coppa del mondo. L’Italia va comunque ringraziata per essere riuscita a raggiungere la finalissima, dove non ha potuto disporre del miglior Roberto Baggio.

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La Partita

Sabato 9 luglio, allo stadio ”Cotton Bowl” di Dallas, si affrontano per i quarti di finale Brasile e Olanda. Queste due squadre si sono già incontrate nel 1974, in quello che poteva definirsi un simbolico passaggio di consegne fra calcio anni Sessanta e quello degli anni Settanta. L’Olanda, guidata dal C.T. Advocaat, deve rinunciare a due mostri sacri: Van Basten, operato per la quarta volta alla caviglia l’anno prima, è purtroppo prossimo a un precoce ritiro dal calcio giocato, e Gullit, che ha invece rinunciato a far parte della spedizione americana e ad agosto annuncerà il suo ritiro dalla Nazionale. La squadra, guidata dal veterano Frank Rijkaard, annuncia una nuova generazione di talenti, dopo quella dei Cruijff, dei Krol e dei Neskeens, e quella iper-vitaminica ma ormai declinante dei Gullit e dei Van Basten. La grande scuola dell’Ajax ha germogliato campioni che si stanno affermando sulla scena internazionale.

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Dennis Bergkamp, dell’Inter, è il talento più fulgido della nidiata, anche se nella nostra Serie A non mantiene le attese che lo hanno accolto come nuovo crack mondiale, in un rapporto mai interamente in squadra fra talento potenziale e talento applicato; ottima tecnica di base, Bergkamp ha tutte le caratteristiche del fuoriclasse: dal tiro, forte e preciso, al dribbling, secco e improvviso, fino all’ottimo gioco in acrobazia unito a una buona velocità; bravo anche nei tiri da fermo, difetta però in personalità, oltre a mostrare sul campo una pericolosa tendenza ad abbattersi dopo gli errori; non riesce a ripercorrere in Italia le orme del trio olandese del Milan. Ci riuscirà più avanti in carriera, nella Premier League, nelle fila dell’Arsenal.

Gli esordi nel grande calcio per Dennis Bergkamp

Altri campioncini in erba in quell’Olanda sono i gemelli De Boer, che ricevono un ideale testimone da un‘altra famosa coppia di gemelli, i Van de Kerkhof.  Specialmente Frank, il difensore centrale, è elemento di ottime prospettive, per la tranquillità e la sicurezza con le quali guida il reparto. A centrocampo opera Aaron Winter, della Lazio, mentre in attacco troviamo altri due giovani: Bryan Roy, del Foggia, buona ala ambidestra e, soprattutto, Marc Overmars, nuovo crack del vivaio dell’Ajax insieme ad Edgar Davids, Patrick Kluivert e Clarence Seedorf. L’olandese volante Overmars è un’ala molto tecnica che, come il veliero fantasma del folclore nordeuropeo, solca i tempestosi mari calcistici continentali con una velocità raramente vista prima di allora. Nella sua carriera, purtroppo spesso penalizzata da ricorrenti infortuni, delizierà le platee di Londra, sponda Arsenal, e Barcellona.

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Nel match di Dallas, dopo un primo tempo chiuso a reti inviolate, nella seconda parte dell’incontro si assiste a un continuo alternarsi di emozioni. In dieci minuti, dal 53’ al 63’, il Brasile si porta su un rassicurante 2-0. Prima Romário devia al volo in rete un cross dalla sinistra di Bebeto, poi, dopo pochi minuti, proprio quest’ultimo si invola da solo verso la porta, resiste ad un intervento di Valckx, supera in uscita De Goey, e appoggia comodamente nella porta rimasta sguarnita la rete del raddoppio. La reazione degli olandesi non si fa attendere; un minuto dopo il goal di Bebeto, Bergkamp entra in area sulla sinistra, approfitta di un rimpallo favorevole su Marcio Santos e di destro accorcia le distanze. Passano otto minuti e su calcio d’angolo battuto da Overmars Winter anticipa tutti e di testa sigla il pareggio. Le emozioni continuano e, a nove minuti dalla fine, il terzino Branco si procura una punizione sui venticinque metri che si incarica di tirare; lunga rincorsa e gran botta d’esterno sinistro che si infila all’angolo sinistro della porta difesa da De Goey. Non c’è più tempo per rimediare. L’Olanda saluta il Mondiale, mentre il Brasile prosegue la sua inarrestabile marcia.

Un classico della storia dei mondiali (FIFATV)

 

I Campioni

Il Brasile si è qualificato ai Mondiali dopo un serrato duello con l’Uruguay nel girone di qualificazione sudamericano. Commissario Tecnico è Carlos Parreira, che dopo un lungo peregrinare nei paesi arabi, come C.T. del Kuwait, Emirati Arabi ed Arabia Saudita, imposta la Selecao su parametri tattici improntati a un sano pragmatismo, lasciando poco spazio al tipico futbol bailado, e venendo molto criticato per questo motivo dalla stampa del suo Paese. Sono lontani i tempi dello spettacolo e della poesia, e forse quel calcio ha concluso la sua splendida serie con i Mondiali del 1970, con la compagine del Mondiale spagnolo del 1982 a rappresentare l’ultimo sequel. Erano d’altra parte quelle di Garrincha e Pelé formazioni interamente composte da giocatori militanti in squadre brasiliane, avulse dai tatticismi imperanti nel Vecchio Continente, mentre nei Verde-oro di Perreira ben otto undicesimi militano in squadre europee.

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Il Brasile schiera fra i pali un buon portiere, Taffarel, della Reggiana. Terzini sono Jorginho, del Bayern Monaco, e Branco, della Fluminense. Entrambi collaudati trentenni, sono degli ottimi interpreti del ruolo. Il primo continua nel solco tracciato dei grandi laterali destri del passato; da Djalma Santos a Carlos Alberto per finire a Nelinho. Il secondo sostituisce il titolare designato, Leonardo, del San Paolo, fermato da una squalifica di quattro giornate comminata per un fallo di reazione commesso durante il quarto di finale giocato contro i padroni di casa statunitensi. Branco, dopo sette anni trascorsi con profitto nella Serie A, prima nel Brescia, poi nel Genoa, è tornato in patria e ora milita nella Fluminense. Sua caratteristica peculiare sono le cicloniche punizioni calciate alla “brasiliana”, di esterno sinistro, colpendo la sfera con tre dita del piede. Nel 1990 procurò un trauma cranico al giocatore scozzese Mac Leod che, piazzato in barriera, fu colpito da un tiro violentissimo del brasiliano.

Taffarel, Jorginho, Aldaír, Mauro Silva, Márcio Santos and Branco. Bended: Mazinho, Romário, Dunga, Bebeto and Zinho

La coppia centrale è composta da Aldair, della Roma, e da Marcio Santos, del Bordeaux. Giocatore esperto il primo, attento in marcatura e in possesso di un gran senso dell’anticipo, da buon brasiliano è anche bravo nell’impostare l’azione. Pluto, come viene chiamato dai tifosi romanisti, ha la tecnica di un centrocampista ed è un punto di riferimento essenziale per i compagni. L’altro difensore è Marcio Santos, forte in acrobazia sia in fase difensiva che offensiva. Il centrocampo presenta una coppia molto solida composta dal capitano, Carlos Dunga, dello Stoccarda, e da Mauro Silva, del Deportivo La Coruna. Sono entrambi dei “volanti”, secondo la migliore tradizione carioca.

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Più regista il primo, in possesso di un ottimo tiro dalla distanza, più incontrista il secondo, in assoluto uno dei più grandi recuperatori di pallone mai apparsi sui terreni di gioco, capace all’occorrenza di affiancare i due centrali difensivi modificando il modulo tattico della sua squadra, trasformandosi in una sorta di barriera invalicabile per gli avversari. Il centrocampo è completato da due giocatori del Palmeiras: l’interno Zinho e il laterale Mazinho, già visto in Italia nelle fila di Lecce e Fiorentina. Entrambi sono giocatori versatili, di buona tecnica e propensi al sacrificio individuale nel rispetto delle superiori esigenze di squadra.

Carlos Dunga con la coppa del mondo (Foto di Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

In attacco brillano le stelle di Bebeto, del Deportivo La Coruna, e di Romário, del Barcellona. Il primo è un giocatore brevilineo, molto rapido e tecnico, con un gran senso dello smarcamento e della rete. Negli ultimi due campionati della Liga spagnola ha segnato quarantacinque reti in settantuno presenze. Si integra perfettamente con il compagno di reparto, Romário.

“Romário è il calcio, perché il calcio è soprattutto inganno e nessuno inganna meglio di Romário”.

Parole e dedica di Jorge Valdano. Sì, perché il Baixinho è un grandissimo incantatore. Gli basta pochissimo spazio per concludere a rete con entrambi i piedi, approfittando di una rara rapidità nei primi metri di corsa e di uno straordinario controllo di palla. Dopo averlo marcato, i difensori devono smaltire una sorta di hangover, letteralmente ubriacati per novanta minuti dalle finte dell’incantatore carioca. Lo si vede caracollare fuori dall’area di rigore con atteggiamento pigro, per poi svegliarsi come un serpente non appena si trova all’interno del rettangolo e lì colpire, non importa come: di potenza, in acrobazia, a volo, di punta, di tacco, di testa, e tutti i modi saranno buoni per marcare in più di vent’anni di carriera 691 reti in 888 partite giocate nelle squadre di club e 55 reti in 70 presenze in Nazionale. È eletto miglior giocatore del Mondiale e nel corso dell’anno otterrà il FIFA World Player. Altri giocatori della Nazionale di Parreira sono Cafù, del San Paulo, Muller, sempre del San Paulo, Evair, del Palmeiras e Rai, del Paris Saint-Germain. I primi tre li vedremo nel Campionato italiano e, soprattutto Cafù, con ottimo profitto.

Romario, non solo un cannoniere (Foto di Michael Kunkel/Bongarts/Getty Images)

 

Istantanee

Il pianto disperato e solitario di capitan Baresi, dopo la finale persa col Brasile. Con quelle lacrime, il guerriero azzurro depone l’armatura e mette a nudo l’anima, usando il linguaggio del cuore. “Il paese delle lacrime è così misterioso”, fa dire Antoine de Saint-Exupery al suo Piccolo Principe. Anche il nostro grande capitano piange. Dopo mille battaglie, sa che l’ultima occasione per diventare Campione del mondo è volata via. Piange, capitan Baresi, perché poi, come scrive Hemingway:

“il valore definitivo della nostra vita non sarà determinato da come avremo vinto, ma da come avremo perso”.

E allora il nostro piccolo principe in maglia azzurra lo salutiamo così: con il rispetto che si deve ai vinti e con l’amore che si regala ai soli.

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