Papelitos
19 Marzo 2017

Perché il Leicester dovrebbe vincere la Champions League

Il Leicester è l'ultima squadra inglese sopravvissuta in Champions League ed è anche la nostra unica speranza di veder trionfare il vero calcio inglese, quello delle vecchie abitudini, di una classe operaia ormai stuprata da soldi e idealisti del pallone.

Claudio Ranieri non c’è più e per noi italiani questa è una macchia, un’onta che ci ha trasformato in semplici spettatori di quella che l’anno scorso è stata la seconda squadra del cuore un po’ per tutti. Eppure dobbiamo scindere la nostra italianità – e il clamore dell’impresa – da quello che rappresenta ad oggi il Leicester in Champions League, soprattutto ora che il quadro delle otto più forti d’Europa si è delineato.

 

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Le otto pretendenti alla coppa dalle grandi orecchie

Quindi perché il Leicester dovrebbe vincere la Champions League?

Per dimostrare che il calcio inglese è da sempre uno dei più efficaci ed entusiasmanti, quello dei padri fondatori, non adatto a tutti i palati ma capace in patria di riunire donne, anziani e bambini. Il fallimento recente delle inglesi in Europa è legato proprio a questa globalizzazione sportiva sfrenata, nella quale a comandare sono i procuratori e le sperimentazioni tattiche si trasformano in vere e proprie contaminazioni culturali, poi velenose. Il Manchester City arabo, con allenatore catalano fondamentalista, viene buttato fuori dal piccolo Monaco pieno di giovani francesi scalmanati (Bakayoko, Mendy, Lemar, Mbappé), che non a caso occupa la testa della Ligue 1 davanti al Psg, finanziato dagli sceicchi e prigioniero di giocatori strapagati e inspiegabilmente incedibili. L’Arsenal degli americani, con questo eterno approccio da bohemien, fa una figuraccia clamorosa, mentre i cugini del Tottenham perdono ogni anno contro chiunque.

Il Leicester invece contro il Siviglia decide di impostare la partita su muscoli, lanci lunghi, seconde palle e vince con merito contro una squadra troppo sofisticata e spericolata per reggere una stagione sempre al massimo del rendimento. A questo punto ci si chiede cosa potrebbe accadere se le foxes incontrassero ad esempio il Barcellona; forse la risposta è semplice, o forse no.

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La sincera e ingenua passione dei tifosi delle Foxes è rimasta la stessa

Un Monaco farcito di giovani francesi, un Bayern quadrato e tutto spinta sulle fasce (alla tedesca), una Juventus catenacciara ma efficace, un Barcellona scuola catalana e un Madrid tipicamente spagnolo (tecnico, noioso, ma vincente). Chi rispetta la propria identità va avanti ed è proprio per questo che Il Leicester dovrebbe vincere la competizione, per salvare l’identità calcistica inglese, così amata da risultare inflazionata e diventare altro, diventare di altri. La storia ci dice che le ultime due inglesi ad aver vinto in Champions erano, seppur in maniera diversa, espressione di un calcio ben lontano dal tiqui-taca, dalle sperimentazioni e dai calciatori comprati a grappolo in base al proprio procuratore. Il Manchester United della stagione 07/08 con il suo tipico 4-4-2 riassumeva al meglio l’essenza del football: spettacolarità non nella forma ma nei contenuti, e soprattutto un agonismo che immancabilmente si percepiva nei momenti chiave, grazie ad una rosa con più di 20 calciatori britannici. Non a caso i Red Devils erano guidati dall’uomo che meglio di chiunque altro ha rappresentato il calcio nel Regno Unito: Sir Alex Ferguson.

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Alex Ferguson alza al cielo la sua seconda Champions League

Non cambia il risultato quando a guidare una grande d’Inghilterra c’è invece un giovane allenatore italiano come Roberto Di Matteo, cresciuto nel Regno Unito e stabilitosi lì sin dal 1996. Arrivato al Chelsea per sostituire il precisino e nobile Villas Boas, Roberto si ritrovò una squadra senza più grandi sogni, che però ebbe bisogno di pochi piccoli accorgimenti per vincere la Champions League a casa dell’invincibile Bayern Monaco. Principalmente Di Matteo decise che Il suo Chelsea doveva difendersi meglio, giocare più verticale – mettendo ad esempio Ramires sulla fascia sinistra (senza piede invertito) – e sfruttare ogni possibile contropiede. Un esempio lampante è il gol di Drogba nella semifinale contro il Barcellona. Nessun tiqui-taca ma un triangolo che porta dalla metà campo al gol in pochissimi secondi. Il calcio inglese è rimasto tale finché qualcuno non ha cercato di eliminare le vecchie abitudini della classe operaia britannica che appartenevano anche al calcio professionistico, fatto di diete completamente sbagliate (per uno sportivo) e di giorni di pausa dove dedicarsi non più al campo ma al pub e alla bottiglia. Impossibile vincere questa lotta di classe, o quantomeno uscirne indenni. Salviamo il calcio inglese, God save the Premier League.

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