Altri Sport
05 Luglio 2021

L’Italia del basket rinasce a Belgrado

Con una gara da consegnare ai posteri, gli azzurri di Meo Sacchetti conquistano l’accesso alle Olimpiadi di Tokyo.

Se il pianto greco fosse uno sport, probabilmente nel nostro Paese un buon talent scout riuscirebbe a trovare fior di talenti. Un esempio di questo malcostume? Alla vigilia di Italia-Serbia, finale del torneo preolimpico di basket, tanti (troppi) presunti tifosi davano la Nazionale per spacciata. Destinata a soccombere contro la fantasia di Teodosic, la stazza di Marjanovic e le triple di Micic. E invece si sono dovuti ricredere, in una serata che segna una pietra miliare della storia della pallacanestro italiana. Dopo 17 anni di bocconi amari, ritorniamo alle Olimpiadi.


La portata dell’impresa


Tutti i ragazzi con la canottiera azzurra sono entrati sul parquet di Belgrado con un unico pensiero in testa: fare la partita della vita. Pur privi di Nikola Jokic, MVP dell’ultima regular season di NBA, i padroni di casa avevano una squadra completa. Più smaliziata, ricca e famosa della banda di Meo Sacchetti. E con in più un intero palazzetto a tifare, fattore non indifferente. Ma dal momento della palla a due, ogni elucubrazione mentale si dissolve. La Nazionale mette subito sotto in serbi con Simone Fontecchio, che indosserà (idealmente) la mimetica di uno spietato cecchino per tutti e 40 i minuti. Achille Polonara spazia per il campo, andando a fare a sportellate in difesa e allo stesso tempo mettendo a referto punti su punti. Il suo omonimo dell’Iliade era invulnerabile, tolta quella piccola porzione di tallone: invece l’ala del Fenerbahçe non lascia intravedere punti deboli, cesellando ogni tripla come un orefice.

E poi, Nico Mannion: il rosso play, criticato alla sua prima stagione in NBA (“troppo magro, non ha tiro” e via dicendo) fa vedere a tutti perché i Golden State Warriors non si siano sbagliati a puntare su di lui. Quando Nico cambia passo, lascia sempre dietro di sé il marcatore e la sua penetrazione al ferro è una sentenza: due punti, a cui possono pure aggiungersene un paio grazie ai liberi che conquista. E poi, che lavoro in difesa! Sull’uomo, sul perimetro, sotto le plance. Solo i suoi 24 punti finali possono offuscare il mazzo che Nico si è fatto nella nostra metà campo.


Sempre più vicini ai Giochi. Fino al delirio


Forse sorpresa dall’avvio italico, la Serbia lancia Andjusic dal pino: mossa che paga, perché la guardia con due bombe firma il primo (e unico) sorpasso balcanico. L’Italia inizia il terzo quarto con dodici punti di vantaggio: un ottimo margine, ma non ancora sufficiente per rendere tangibile il biglietto per Tokyo. E allora allo spettacolo si aggiungono Alessandro Pajola, gelido nel prendersi (e realizzare) tiri che spaventerebbero gente più navigata di lui, e Stefano Tonut, MVP italiano in carica. I serbi accusano e vengono impallinati dalle triple di Polonara, che si concede il lusso di farne partire una in faccia al colosso Marjanovic. Mannion, dopo quattro tentativi andati male, si sblocca dai tre punti e con i suoi blitz sotto canestro completa la sua trasformazione (speriamo perenne) nel Russell Westbrook degli anni d’oro. Il succo: 102 a 95, l’abbraccio di un gruppo fantastico, il ‘vai a cagare’ di Sacchetti dopo che Kokoskov, rosicone, non gli dà la mano. Che meraviglia!

La speranza: vendicare i flop della generazione d’oro

All’epoca delle Olimpiadi di Atene – che gli azzurri conclusero con uno storico argento al collo – Polonara andava per i tredici anni, Fontecchio per i cinque mentre Mannion, tre anni, stava per essere ‘draftato’ all’asilo. Gli eroi di Belgrado hanno passato l’adolescenza ad ammirare quella generazione d’oro che ha deluso in ogni torneo disputato: i Belinelli, i Datome, i Bargnani e i Gallinari, pieni di talento ma mai capaci di raccogliere gioie con la canotta più preziosa addosso. L’augurio che tutti ci facciamo è che la Nazionale in procinto di volare a Tokyo cancelli le delusioni degli ultimi anni: basterebbe giocare sempre come contro la Serbia.

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