Interviste
10 Settembre 2025

Andare controcorrente rimanendo in equilibrio

Intervista ad Alessia Tarquinio.

Di Alessia Tarquinio si sa poco e niente. Di lei si sa che è una (preparatissima e brillante) giornalista sportiva, da anni specializzata nel mestiere dell’inviata – prima per Sky Sport, oggi per Amazon Prime. Le sue interviste ai protagonisti del gioco non sono mai banali, meno ancora le opinioni sul ruolo delle donne tanto giornaliste quanto calciatrici professioniste (temi sui quali l’abbiamo incalzata).

Quando le abbiamo scritto per intervistarla, ci ha risposto con una disponibilità straordinaria, nonostante stesse facendo l’ennesimo trasloco, tutta tesa tra Milano e la Repubblica Dominicana, patria non d’elezione ma di scelta, insieme alla tavola da surf e agli spazi infiniti che dal mare si trasferiscono alla mente.

Mettetevi comodi, perché state per leggere una delle interviste più interessanti uscite su Contrasti.

Il primo tema al quale vorremmo sottoporre la tua attenzione è quello relativo alle “giornaliste” nel nostro Paese. In un’intervista Michele Criscitiello, direttore di Sportitalia, ha detto: «ci sono arrivato dieci anni prima. Oggi Diletta Leotta, che conduce in campo e non in studio televisivo, va bene. Sono un tifoso di calcio, sono uomo, mi piace vedere il calcio, e mi piace abbinarlo a una bella donna». E ancora: «La ragazza deve essere bella perché cattura l’occhio. La devi istruire». Cosa pensi di questo discorso?

Sinceramente: non voglio più affrontare questo tema. Ne abbiamo parlato all’infinito. Credo sia un discorso appartenente al passato e che non meriti più spazio e attenzione. Parlare ancora e sempre di bellezza significa nutrire il solito cliché. Ed io odio i cliché. Penso sia arrivato il momento di guardare avanti, smettendola di tornare sempre sugli stessi luoghi comuni, e iniziare a concentrarci su professionalità, qualità del racconto, nuove generazioni e sul ruolo culturale ed educativo che il giornalismo sportivo può avere. Il futuro del nostro mestiere passa dai contenuti, dalle opportunità che sappiamo creare e dal contributo intellettuale che diamo.

Si dice spesso: “il pubblico calcistico è prettamente maschile: il maschio medio vuole vedere le cosce, ecco perché tutte queste avvenenti giornaliste alla ribalta”. Ma non è un po’ troppo facile ragionare così? È un po’ come chiedersi: nasce prima l’uovo o la gallina? È il pubblico ad aver bisogno di vedere una bella presenza femminile per seguire più volentieri un programma sportivo, o sono i produttori a convincersi (e a convincerli) che sia così?

È un discorso che parte da un presupposto sbagliato e cioè che il pubblico del calcio sia solo maschile. Un ragionamento semplicistico. Il pubblico del calcio è molto più vario e complesso di come viene descritto e ridurlo al “maschio medio che vuole vedere le cosce” è offensivo per chi il calcio lo segue ed anche per chi lo racconta.

(mi domando quanti siano felici di essere trattati da morti di f**a. L’ho detto in francese).

La realtà e che lo sport è seguito da donne e uomini, di tutte le età, che vogliono passione, emozioni, storie ed approfondimento. Quelli che ancora sostengono che basti una bella presenza femminile per aumentare l’audience (che cringe direbbe mio figlio) non stanno capendo che il pubblico è cambiato. Anzi. È in continuo cambiamento. La differenza la fanno i contenuti, la credibilità di chi li racconta, il sapere dialogare con un pubblico sempre più ampio e consapevole.

Sul campo, da sempre (foto di Alessia Tarquinio)

Non credi che questo genere di “giornaliste” sia un danno per chi, come te e tante altre, ha una gavetta alle spalle, uno studio approfondito delle dinamiche sportive, una preparazione specifica, un curriculum di un certo tipo?

A queste non servono le virgolette: Roberta Noè, Vanessa Leonardi, Valentina Forlin, Giulia Mizzoni, Eleonora serra, Silvia Vallini, Giorgia cenni, Elena pero, Francesca Benvenuti, Chiara Zucchelli, Chiara Icardi, Giulia Zonca, Silvia scotti, Alessandra D’Angiò, Cristina Fantoni, Sara Meini, Lia Capizzi, Lucilla Granata. Sono solo alcuni nomi. E ho scelto apposta colleghe delle quali non si parla quasi mai ma che fanno da anni un ottimo lavoro. È su queste figure che dovremmo concentrare l’attenzione anche per dare un segnale alle nuove generazioni.

Nel corso degli anni, hai notato un deterioramento della professione giornalistica? Credi, come sostengono molti, che sia un ambito in crisi? O comunque un mondo che ha perso preparazione e indipendenza?

Ho visto questo mestiere trasformarsi nel tempo. La cosa positiva è che il giornalista sportivo non viene più considerato un giornalista di serie b. Ed un giornalista sportivo che lavora in TV, di serie c. Negli anni però ho notato un po’ di superficialità, una tendenza alla retorica e soprattutto alla vanità che non è che mi piaccia molto. Diffido sempre da chi è egoriferito, in generale. Il giornalista per me e sempre stato una sorta di messaggero: ti porto la notizia, ti faccio scoprire cose, ti racconto l’evento perché ho l’enorme fortuna di poter essere su un campo, in un palazzetto, in una arena. Paradossalmente sono i colleghi con più anzianità professionale, alcuni dei quali vivono di rendita e ripetono le stesse cose allo stesso modo.

Nello stesso tempo c’è anche la velocità dei social, la logica della notizia data per primi, o della non notizia in alcuni casi, la morbosità su certi temi che hanno abbassato il livello complessivo. C’è anche un aspetto che va chiarito: i content creator non sono giornalisti. Possono avere creatività e gran talento comunicativo ma non hanno – nella maggior parte dei casi – il metodo e in generale gli strumenti per gestire le notizie, verificare le fonti o condurre una intervista complessa. Fare giornalismo significa avere etica, regole e responsabilità nei confronti di chi ti guarda o legge. Quindi non parlerei di crisi ma di trasformazione: dobbiamo essere noi a cogliere l’occasione per fare un giornalismo più vivo, vivace, preparato e indipendente.

Per quanto riguarda il calcio invece, in particolare quello delle leghe maggiori, come vedi questa continua narrazione spettacolarizzata, per cui il football diventa uno show sul modello degli sport americani? Non rischia di intaccarne l’essenza di fenomeno sociale e identitario?

Io so che può sembrare paradossale detto da una che lavora da anni per grandi broadcaster internazionali ma . . .

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