Ci sono attese logoranti e attese elettrizzanti, spasmodiche, furiose. Come quella per Ascoli-Sambenedettese. Il derby marchigiano più sentito torna dopo quarant’anni ed è subito un ribollire di nostalgie, uno scontrarsi di fervori e campanilismi che i decenni non hanno sopito ma acuito. L’ultima volta era il 3 settembre 1986, 1-0 per l’Ascoli in Coppa Italia. Pochi mesi prima, nel campionato di B, uno 0-0 regalò all’Ascoli (del direttore tecnico Boskov) la promozione in Serie A e alla Samb l’agognata salvezza. Fu un risultato combinato, frutto di un accordo che emerse già nella settimana della gara, quando Boskov venne addirittura aggredito dai tifosi ascolani, smaniosi di spedire in Serie C i “pesciari”.
La testimonianza al Corriere Adriatico di Massimo Ubaldi, tifoso del Picchio, è folgorante: «Avevamo saputo dell’accordo e la domenica mattina partimmo in mille verso il pianoro di Colle San Marco, dove si era radunata la squadra, per sapere se quelle indiscrezioni erano vere. Ci fidavamo di Boskov e invece fu proprio lui a confessare che “forse un pareggio con la Samb non sarebbe un risultato da scartare”. Fui il primo a reagire malissimo, mi scagliai contro di lui e gli diedi due sberle». Nulla da fare però, perché la partita finì 0 a 0.
E, inevitabile conseguenza, nei pressi dello stadio fu guerriglia: Rozzi e Zoboletti si salvarono lasciando le tribune prima del triplice fischio, mentre il vicepresidente bianconero venne raggiunto da un pugno in faccia.
Ecco. Quel clima, quel calore, quella rivalità, sotto altre forme rivivono oggi. È per questo che tifosi, giocatori e appassionati di calcio ripetono come un mantra le parole di Mazzone “Chi ha giocato Ascoli Samb non ha paura di niente” – ed è sufficiente un giro in città, nelle piazze (anche virtuali) per capire il motivo. Tra minacce via social e scritte sulle mura cittadine, nonché goliardia tipica del tifo con un paio di tifosi ascolani vestiti da “pesciari”, aleggia nell’attesa di domenica lo spettro di una guerriglia urbana, che il prefetto prova a prevenire con le solite restrizioni.
Messaggi non certo concilianti: da una parte gli ascolani che paragonano lo stadio della Samb, “tempio del tifo”, a un noto campo di concentramento, facendo indossare ad Anna Frank il rosso e il blu; dall’altra le minacce sui muri e la “locandina” sullo stile Pompieri
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