Critica
12 Febbraio 2026

È un (fanta)calcio malato!

Il duo De Siervo-Simonelli continua a stupire.

Se nel calcio, anche in quello moderno, era rimasto qualcosa di anti-istituzionale – era di certo il fantacalcio: folle, spietato con tutti e pietoso verso gli impulsi più assurdi di ognuno, elargitore democratico di imprevisti e soprattutto straordinariamente alla mercé del culo. E, malgrado la fungaia di espertoni di questi anni che fanno venire la nausea anche ai più indefessi giocatori dipendenti, in qualche modo, il fantacalcio ancora qualche tratto sovversivo anche nel calcio di oggi, quello post-moderno, lo conserva. O lo conservava.

Infatti, se dovesse andare in porto l’acquisizione da parte della Lega Serie A del 51% della S.r.l. che controlla il Fantacalcio, Quadronica, valutata 40 milioni, e quindi anche il fantacalcio dovesse entrare nel Palazzo – per il gioco più amato e odiato dagli italiani sarebbe la pietra tombale. Sembra strano dirlo nel momento più florido di questo benedetto e maledetto passatempo. Cercherò di spiegarmi su questo punto ma comunque, che la bolla fantacalcistica si sgonfi o meno, confermando o ribaltando il mio vaticinio – non è che me ne freghi poi molto.



Il punto è un altro: a che livelli sta arrivando la Lega della premiata ditta Simonelli/De Siervo se impiega del tempo a ragionare sull’acquisizione del Fantacalcio? Possibile che nel nostro calcio che, una volta nostra eccellenza, oggi è disastrato, ai minimi storici da tutti i punti di vista tranne quello delle prese per il culo intercontinentali che stiamo subendo (no, no: non parlo dei due Mondiali saltati, parlo di Milan – Como in Australia), surclassato per risultati da quasi tutti gli altri sport praticati nel paese, il che toglie l’eventuale scusa sulla bontà degli atleti italiani e sulla carenza di talenti, e superato per ricavi dal tennis – non ci sia niente di meglio che impiegare denaro, energie e tempo per questo progetto?

L’acquisizione della piattaforma Fantacalcio non sarebbe una scalata – sarebbe l’arrampicata sugli specchi della coppia di dirigenti più impreparata della nostra storia. Non si potrebbe, per esempio, con quei soldi, progettare il passaggio al professionismo della classe arbitrale?, costruire 500 campetti da calcetto della federazione in tutta Italia da affittare a prezzo simbolico per dare sollazzo a chi crede che il calcio di strada salverà il movimento?, creare un archivio di libero accesso a tutti i documenti del nostro calcio e una scuola di formazione per futuri dirigenti? Queste sono davvero le prime cose che mi vengono in mente – ma è evidente che, sforzandosi, con quel gruzzolo, si potrebbe fare moltissimo. Eppure no: è meglio aggrapparsi al Fantacalcio e, ovviamente, spolpare i fantallenatori. Perché quella è l’unica categoria che ora fa vivere il calcio – quei 3 milioni di giocatori abituali e gli altri 3 milioni di iscritti (più ancora che la decina di milioni di fatturato).



Ma perché la Lega si aggrappa al fantacalcio? Seguite il ragionamento. Il fantacalcio rende interessante una cosa che interessante non è: un Verona – Pisa, a febbraio, sotto un cielo grigio, di venerdì sera, con due compagini che riescono a speculare pure sulla loro posizione di classifica da quasi retrocesse – non è granché intrigante se non per i tifosi delle squadre interessate. Non è un grande spettacolo (nel senso proprio del termine: da latino spectàculum, dal tema spectàre, intensivo di spècere – cioè ‘guardare’). E infatti quasi nessuno se la guarda. Così, per la Lega il fantacalcio è stato un enorme volano economico in questi anni – perché con la sua irragionevolezza e la sua irrazionalità fa diventare quelle partite così prepotentemente noiose, un prodotto vendibile.

Insomma: il fantacalcio ha avuto il merito di rendere interessanti anche le partite più squallide. Ma quello che non si capisce è che il fantacalcio ha aggiunto sì qualcosa a quelle partite, certo, ma ha in fin dei conti aggiunto solo sé stesso – non ha migliorato il prodotto. Spesso è l’unico motivo per guardarle – diciamocelo chiaramente e senza vergogna. E non c’è niente di cui vergognarsi perché il tentativo di trasformare sempre, in qualsiasi caso, lo sport in spettacolo, e quindi preferire lo show-business allo sport-business, si sta dimostrando un fallimento.

Oggi diamo per scontato il teorema di equiparazione tra sport e spettacolo – ma sono due cose molto differenti e la prima non include affatto l’altra automaticamente. E non capire una banalità del genere è un problema di chi dirige (male) il nostro pallone – non un problema nostro. E una lega che si attacca al fantacalcio invece che al calcio non è altro un paziente che entra nella fase terminale della sua malattia. Come ho detto, non c’è niente di spettacolare in uno 0 a 0 da calcio di provincia. In compenso c’è molto altro: c’è strategia, tattica, disegno, pensiero, rodimento, rischio, tensione, furbizia e furberia, astuzia, a volte rimorso, a volte rimpianto – c’è, in fin dei conti, molta bellezza. Ed è su questo che una lega seria, non la Lega Serie A evidentemente, dovrebbe concentrarsi, lasciando stare gli orpelli.

Al contrario, la Lega pensa di prendere l’asset Fantacalcio perché magari stima sia capace di rendere ancor più vendibile l’invendibile – cioè il nostro prodotto calcistico, in queste dosi, con questo numero di squadre e di partite. Ma, ripeto, è un’illusione da sprovveduti. Come se non bastasse lo sfacelo in versa il calcio italiano – il fantacalcio è già al suo apice, sta già superando la sua vetta, il colmo, l’acme: il frutto è già stato spremuto, siamo alla buccia. Impensabile che renda più di così, che il sottobosco del giornalismo, per esempio, sia più permeabile di così a ondate ancora più violente di specialisti, veterani, maestri (sì, certo…) della materia.

Molti, oramai, anche tra chi ci gioca con passione – non ne possono più di fantaguru, di analisi ammantate di una scientificità che non esiste, di siti, profili, chiacchiericci inutili. Come ogni altra novità, anche la tecnologia applicata al fantacalcio che ha permesso la digitalizzazione del gioco, trasformato in una sorta di smart-fantacalcio, ci annoierà – e scemerà via in qualche tempo, molto più velocemente di quello che crediamo. Magari non ci sarà meno gente che gioca – ma di certo ci sarà sempre meno gente che, pur potendolo fare, guarderà le partite di cui sopra, così nobili proprio per la loro bruttezza. Che cos’altro si vuole vendere? Che cosa altro c’è da guadagnare? Niente, caro Simonelli. Niente, caro De Siervo.

In fin dei conti, se la Lega incorporerà il Fantacalcio semplicemente accelererà lo scoppio della sua bolla – perché questo perderà tutto il suo carattere ribelle, quasi rivoluzionario. Si vuole dare profitto alla vendita del prodotto-calcio? Si lasci stare il calcio fantastico e si pensi solo al calcio reale. La ricetta è facile: con una Serie A a 18 squadre, o ancor meglio a 16, e una Coppa Italia aperta ai tre gironi della terza divisione, con eliminazione diretta dai sessantaquattresimi di finale e soprattutto con un posto Champions League in palio – allora sì che tutto sarebbe più vendibile. Altrimenti è tutto inutile.

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