Calcio
30 Maggio 2026

Arsenal globale, Highbury reale

Fotoreportage dalla festa dei Gunners.

Sono arrivato a Highbury nel giorno in cui l’Arsenal stava per tornare ufficialmente campione d’Inghilterra dopo ventidue anni. La partita si giocava altrove, contro il Crystal Palace, ma il centro reale del racconto, per me, non era il campo. Era il quartiere. L’Arsenal nasce a Woolwich, ma diventa Arsenal a Highbury. È qui, dal 1913, che il club smette di essere soltanto una squadra e diventa territorio, rito, appartenenza. Per questo fotografare Highbury nel giorno del titolo significava tornare alla radice del mito, prima che il mito diventi contenuto globale.

Prima ancora di scendere in strada, avevo già visto la festa attraverso lo smartphone. Video ovunque, contenuti dei tifosi, immagini generate con l’intelligenza artificiale, montaggi epici, grafiche perfette, clip emozionali. La vittoria non era ancora del tutto compiuta e già veniva consumata come memoria. Il calcio di oggi funziona così: non aspetta più che l’evento accada, lo anticipa, lo confeziona, lo distribuisce, lo monetizza.

adesivo Arsenal
Londra e Arsenal, in pura essenza (foto di Noris Cocci)

È un sistema potentissimo. Ti fa sentire dentro qualcosa anche quando sei a migliaia di chilometri di distanza. Ti mostra Nairobi vestita di rosso come fosse Londra, ti restituisce l’idea di una comunità mondiale, ti fa credere che la distanza sia annullata. E in parte è vero. La forza del calcio sta anche lì: nella capacità di generare appartenenza oltre i confini. Ma il rischio è evidente. Più il mito diventa globale, più perde peso. Più viene condiviso, più rischia di diventare superficie.

Per questo ho scelto Highbury.

Non sono andato a cercare l’Arsenal ufficiale, quello dell’Emirates, dell’hospitality, dei tour, dello store, delle immagini controllate. Sono andato nel quartiere dove il club ha ancora un corpo. Volevo vedere cosa succede quando una squadra mondiale torna a essere una cosa semplice: case, finestre, pub, marciapiedi, bandiere, bambini, birre, sudore, attesa.

Lì ho trovato un’altra velocità. Mentre online tutto esplodeva, a Highbury tutto sembrava procedere con una lentezza quasi ostinata. Le persone stavano davanti alle case, appendevano maglie alle finestre, bevevano nei cortili, occupavano la strada senza trasformarla subito in spettacolo. Certo, c’erano telefoni, selfie, dirette, contenuti. Non esiste più una festa completamente fuori dalla rappresentazione. Ma la differenza era chiara: lì la rete arrivava dopo. Prima c’era il luogo.

Questa è, secondo me, la questione centrale del calcio contemporaneo. I grandi club parlano continuamente di community, ma spesso quella parola significa mercato. Significa fanbase, engagement, pubblico segmentato, pubblico da nutrire, da misurare, da convertire. La comunità, invece, è un’altra cosa. È una pratica. È una ripetizione di gesti. È sapere dove andare, dove sedersi, da quale finestra appendere una sciarpa, davanti a quale chiosco fermarsi, con chi bere, in quale strada aspettare.

A Highbury l’Arsenal non sembrava un brand. Sembrava una parentela.

Ho fotografato le maglie nelle finestre perché mi sembravano più importanti dei cori. Ho fotografato i bambini perché raccontavano la trasmissione del mito meglio di qualsiasi campagna pubblicitaria. Ho fotografato le case perché nel calcio moderno le case sono quasi scomparse dal racconto. Oggi vediamo stadi, store, pullman, tunnel, spogliatoi, grafiche, droni, rendering. Vediamo tutto ciò che è spettacolo. Ma raramente vediamo il posto da cui nasce il tifo.

C’è solo la maglia

foto di Noris Cocci

The Arsenal

foto di Noris Cocci

E invece il calcio nasce da lì. Da un quartiere. Da una strada. Da una prossimità. Prima di diventare prodotto globale, una squadra è un nome pronunciato dentro una geografia precisa. L’Arsenal non nasce come contenuto per milioni di follower. Nasce come appartenenza concreta, materiale, urbana. Poi diventa altro, certo. Diventa impresa, piattaforma, capitale simbolico, competizione finanziaria. Ma se perde del tutto il legame con il luogo, rischia di diventare soltanto un marchio ben raccontato.

Il mio reportage nasce da questa frizione. Da una parte il club globale, capace di produrre desiderio in ogni parte del mondo. Dall’altra Highbury, che non ha bisogno di produrre nulla perché sta ancora vivendo. Da una parte la festa trasformata in flusso. Dall’altra una festa che resta attaccata ai mattoni, ai marciapiedi, alle ringhiere, alle finestre. Da una parte l’immagine perfetta. Dall’altra la realtà sporca, affollata, stanca, bellissima.

Non voglio mitizzare il calcio popolare come se fosse puro. Sarebbe falso. Anche Highbury è dentro il mercato, dentro il turismo calcistico, dentro la nostalgia vendibile, dentro l’estetica vintage che il calcio contemporaneo sa usare benissimo. Ma proprio per questo mi interessava fotografarlo. Perché lì la contraddizione era visibile. Non era nascosta. Il mito era già prodotto, ma era ancora abitato.

Pensavo a Febbre a 90. Pensavo a quella forma di ossessione intima che Nick Hornby ha raccontato così bene: il calcio non come passatempo, ma come struttura emotiva della vita. Oggi quella febbre è diventata globale, amplificata, condivisa, commercializzata. Ma in mezzo a tutto questo resta una domanda: esiste ancora uno spazio in cui il tifo non sia soltanto consumo? A Highbury, per qualche ora, mi è sembrato di sì.

Non perché lì il capitalismo del calcio scompaia. Non scompare affatto. Ma perché viene rallentato. Viene riportato a terra. Viene costretto a passare attraverso i corpi. Un uomo che beve seduto su una sedia pieghevole, un bambino sul davanzale, un ragazzo con la maglia di Havertz che alza le braccia, una bandiera in una finestra: sono gesti minimi, ma hanno una forza che nessuna intelligenza artificiale può replicare davvero. Perché non sono soltanto immagini. Sono conseguenze di una vita comune.

The Arsenal Kiosk

foto di Noris Cocci

Simply the best

foto di Noris Cocci

Il calcio moderno vuole essere ovunque. Vuole parlare a tutti, in ogni lingua, su ogni piattaforma. È la sua forza e insieme la sua condanna. Highbury mi ha ricordato che prima di essere ovunque bisogna essere da qualche parte. E che quel “da qualche parte” non è un dettaglio romantico: è il fondamento.

Ho fotografato l’Arsenal non nel momento della sua massima potenza globale, ma nel luogo in cui quella potenza torna fragile, domestica, umana. Ho cercato la comunità dietro la fanbase, il quartiere dietro il brand, la lentezza dietro la viralità. Forse oggi la vera controcultura del tifo non è opporsi al calcio moderno con nostalgia sterile. È continuare ad abitare i suoi simboli. Restituire peso ai luoghi. Ricordare che una maglia, prima di essere venduta nel mondo, è stata appesa a una finestra. E che il calcio, prima di diventare contenuto, è ancora una strada piena di persone che aspettano insieme.


Le foto che trovi in questo articolo, così come il testo, sono di Noris Cocci. Questo è il suo portfolio.

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