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28 Febbraio

Il silenzio di Arshavin

L’amor perduto di Leningrado.

L’inizio vero e proprio della carriera di Andrey Arshavin arriva all’età di 28 anni. Corre l’anno 2009 e il folletto di San Pietroburgo è all’apice del suo calcio, esteticamente e concretamente parlando. Dopo 27 anni passati nella Madre Russia, tra Zenit e nazionale, la scena calcistica è costretta a conoscerlo nel grande palcoscenico della Premier League, quando Wenger e l’Arsenal lo acquistano per 15 milioni di sterline – prezzo record nella storia dei Gunners, almeno all’epoca. Veste la maglia numero 23, prima di lui passata per Sol Campbell. E’ un’ironia della sorte che merita di essere approfondita; non si riscontrano nella storia recente del club londinese due giocatori così opposti, per struttura fisica, attitudine calcistica e mentale. Soprattutto, per il loro percorso individuale; una delle più curiose divergenze dettate della Cabala. Campbell, da difensore impacciato a leggenda del calcio inglese; Arshavin, da leggenda in fasce ad amor perduto.

Classe 1981, il principe sovietico nasce nella “fu” Leningrado il 29 di maggio. La promessa che trascina avanti a sé trova il suo esordio con lo Zenit nel 2000, a 19 anni. Di lui, però, si sente parlare nel solo e poverissimo panorama del calcio russo, ancora sospinto verso la terra dalle stelle sovietiche del proprio passato. Lo stesso Arshavin non ha nulla a che spartire con un Lev Yashin – al di là delle ovvie differenze di ruolo.

Ciò che meno si confà ad Andrey è in effetti la russa propensione al sacrificio. Un ingenuo ed elegante viziato, questo è Arshavin. Non c’erano club migliori perché la sua meteora potesse illuminare e spegnersi dolcemente in poco tempo che quelli di Zenit e Arsenal. A farsi beffe della storia, Arshavin iniziò prestissimo. E non parliamo del suo modo di esultare, quando ci riferiamo alla linguaccia – alternativa goliardica al gesto dell’indice che zittisce il pubblico, anch’esso per lui in gran voga, specie al tempo dei Gunners –, ma ancor più al paradosso calcistico del suo transito dalle giovanili del Lokomotiv Mosca alla prima squadra di Pietroburgo, lo Zenit appunto. Il dominio moscovita in Premier League russa durava da quindici anni. Solo l’ingombrante presenza di un angelo decaduto poteva ribaltare l’ordine prestabilito.

Ed è così che Arshavin mostra la linguaccia al destino; è il 2007 e lo Zenit è campione di Russia. Sono passati due anni da quando la Gazprom, con una specie di colpo di stato calcistico, prende in mano le redini del club di Pietroburgo per inserirlo di prepotenza (economica) nel panorama non solo del grande calcio russo, ma di quello mondiale. Il resto è storia, e nella storia Arshavin ne perde. Ne vince, quasi da solo, nel 2008. Finale di Coppa Uefa tra Rangers e Zenit, al City of Manchester Stadium. Finisce 2-0 per i russi ed Arshavin disegna entrambi i gol.

Quello Zenit lì è perfettamente autoctono, assai diverso da quello cosmopolita che conosciamo oggi. È al ritorno in maglia celeste, nel 2013, che Arshavin assapora e rifiuta l’ambiente globalizzante della squadra allenata da Luciano Spalletti – teatro dell’assurdo, quello Zenit –, tutt’altro che felice, il nostro Andrey, di trovare in casa sua pepite d’oro, che d’oro valsero e oro non fecero (da Mimmo Criscito e Hulk a Witsel e Danny).

Lo Zenit del 2007, del primo Arshavin, è invece composto dalla spina dorsale russa protagonista all’Europeo del 2008. Suo grande amico è Kerzakov, che proprio nel 2007 andrà via dallo Zenit, per sciogliersi in Spagna (al Siviglia) e perdersi per sempre. Un destino nefasto e condiviso. Come Andrey e Aleksandr, almeno altri tre nomi: Yuri Zhirkov, Konstantin Zyryanov e Pavlyuchenko – qualcuno di voi si ricorderà di lui al Tottenham, controfigura londinese del nostro eroe. La Russia arriva fino alla semifinale, Arshavin è assoluto protagonista, e solo la Spagna poi campione d’Europa riesce nell’ardua impresa di eliminare la più grande sorpresa di quel torneo.

“Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse esistono soltanto quando si è giovani, mio caro lettore. Il cielo era così stellato, così luminoso che, guardandolo, ci si chiedeva istintivamente: è mai possibile che sotto un simile cielo vivano uomini collerici e capricciosi?”.

F. Dostoevskij, Le notti bianche, 1848

Le parole di Dostoevskij sembrano un omaggio alla carriera di Arshavin. Molti lo raccontano come un ragazzo d’oro, diretto e sfacciato ma sincero. Il suo problema con l’Arsenal è il problema che si trova ad affrontare con le pressioni mediatiche della stampa russa; è quell’essere-avanti-a-sé perpetuo, per il quale la fama che il Ci ha creato è un alone difforme dal proprio esser-se-stesso. Quando la Russia non riesce a qualificarsi per i mondiali del 2010, in seguito alla fatale sconfitta contro la Slovenia, questa è la risposta che dà ad un giornalista: «Quando si vince è la squadra a vincere, ma quando la squadra perde sono io il principale colpevole».

Una risposta “da schiaffi” che cela una mostruosa verità; Arshavin è stato il gioiello incompiuto di un movimento fallimentare, quello calcistico russo. In qualunque circolo calciofilo, quando si parla di Arshavin, il giudizio si pone sempre a metà tra l’accusa all’atteggiamento e la reverenza usuale che si deve a chi il calcio ha saputo giocarlo con enorme qualità. Ora, se è vero che i tifosi dell’Arsenal condividono più volti perduti all’amore di qualunque altro club al mondo, è vero però anche un fatto esplicativo sempre in seno al mondo Gunners; nessuna squadra come l’Arsenal, nessun allenatore come Arsène Wenger, hanno rappresentato negli ultimi decenni la tragedia dell’arte fine a se stessa.

Riecheggia come dal mito, perennemente, la celebre frase del più celebre tifoso Gunners, Nick Hornby: «C’è sempre un’altra stagione». Ma già non c’è più un Hleb, un Nasri, un Jack Wilshere, un Andrey Arshavin. Tutti giocatori maledettamente forti, ma indolenti fino al midollo. E che tutti siano caduti sotto la lente comune del decaduto maestro francese, è più un fatto storico, pregno di significato, che un semplice caso. Come a dire: il linguaggio informa (e forma) il pensiero, non viceversa.

Arshavin all’Arsenal dà dimostrazione di sé, ma non del per-sé. E’ esattamente come guardare un’opera d’arte; non ci si guadagna alcunché, se non in sospiri d’emozione. Come quando ad Anfield segna quattro gol in una sola partita, finita 4-4, e il suo bottino è raggiunto praticamente per tutta la stagione; dopo una partita così, dopo aver segnato quattro gol ad Anfield, contro il Liverpool, molti (se non tutti) avrebbero cambiato in positivo la propria carriera. Alla quarta rete, si rivolge follemente allo spicchio dei tifosi dell’Arsenal, azzittendoli (nel video si può notare il loro stupore; “Perché fa così? Cosa sta succedendo?”). Ma spiegare la follia sarebbe degradarla dal suo status di incomprensibile genialità. Quel giorno, 21 aprile 2009, Arshavin mette già la parola “fine” alla sua carriera. Cenere, in confronto a quello spettacolo, quel che verrà dopo lo storico 4-4. Una miseria, de facto. Se non che al Liverpool, sempre ad Anfield, segna un altro gol mostruoso, la stagione successiva. Quando Martin Tyler lo commenta in telecronaca è colto da un divino folgore; altro non sa rivolgere, alla propria musa, se non la sincera e lucidissima metrica: «Andrey Arshavin at Anfield again».

E’ un gol che ci piace ricordare, di Andrey Arshavin, tra i non molti ma splendidi gol che ha segnato in carriera. C’è tutto il talento russo in questa azione; una palla buttata un po’ a casaccio da Sagna, una fortuita deviazione aerea (forse la sfiora Walcott), un controllo di palla fulmineo e, cadendo, una conclusione di destro, secca e non ad incrociare – l’ironica astuzia del genio – ma a radere l’incrocio del palo tenuto sotto osservazione da Pepe Reina. Sotto osservazione, si fa per dire. Il tiro parte talmente forte, dal piede destro del principe russo, che Reina si accorge con un istante di ritardo di essere stato trafitto. Baricentro basso, fisico tutt’altro che atletico (celebre il rimprovero sul peso-forma fattogli da Arsène Wenger), piedi minuti e sopraffini. Voglia di esprimersi, sotto gli scarpini.

Prima ancora di perdere l’amore, Arshavin ha perduto l’amante: il pubblico. Prima allo Zenit, dove solo nel 2014, dopo il tutt’altro che rispettoso atteggiamento di Villas-Boas, viene a riappacificarsi con la piazza e la curva, che dedica a lui e all’amico Kerzakov, entrambi fuori dai piani del “nuovo Zenit”, uno striscione da ricordare: “I ragazzi del nostro cortile”; poi all’Arsenal, dove la gente continua ad amarlo, ma dove Andrey (non) sa di aver buttato al vento un’opportunità irripetibile. Infine, per chiudere il cerchio, con la Madre Russia, nazionale e nazione. Arshavin è stato, senza dubbio, il maggior fuoriclasse russo dalla fine dell’Unione Sovietica. La sua data di nascita lo collega a Leningrado, la sua storia a Pietroburgo (la differenza dell’identico). «Se non rispetto le aspettative, questo è un vostro problema», dichiara ad un gruppo di tifosi inferociti dopo la sconfitta della Russia contro la Grecia nell’ultima partita del girone ad Euro 2012. Sfacciato, ma sincero. Andrey Sergeevic Arshavin, attualmente in forza al Qayrat (squadra kazaka), ha di fatto dato l’addio al calcio nel 2013. In due anni (2007-2009) ha imposto il suo incredibile talento. In due anni (2010-2012) lo ha perduto. In un caso, come nell’altro, il genio lo ha guidato.

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