Estero
14 Giugno 2026

Brasile, evangelismo militante

Speciale Mondiali: Gruppo C.

Il calcio brasiliano nacque come fenomeno d’élite e prodotto coloniale. Nel cuore dell’America divenuta indipendente dopo il tramonto dei grandi imperi di Lisbona e Madrid, flotte commerciali britanniche si impadronirono dei suoi mercati, portando con sé i simboli del proprio impero. Il football d’Oltremanica, costituente assieme al rugby e al cricket espressione ludica dell’estensione per terra e per mare dell’impero di Sua Maestà, traslò nell’identità dei giovani Stati della fu America ispano-portoghese. Trovando, nello specifico contesto lusitano del Brasile, frutto di un accordo e non di una guerra di liberazione, un elemento di forte radicamento.

Il Brasile nacque come filiazione della monarchia portoghese. Non per opposizione, motore primo di qualsiasi identità, bensì per assorbimento. Il calcio importato dai navigli inglesi plasmò le coscienze collettive fondendosi con l’elemento autoctono e discendendo dalle élite urbane alla variopinta popolazione verdeoro. Orgoglio traslato in follia, pensando al Maracanazo. La storia brasiliana si sostanzia nell’incompiutezza. E proprio l’incompiutezza di una tecnica sopraffina, impossibile da definire in una forma, ha reso il gigante in grado di dettare i ritmi di un continente ispanofono, nonostante il passato lusitano, e di imporsi nel calcio pur privo di una cifra tattica realmente distintiva. Fino alla sua radicale trasformazione.

Per un caso solo apparentemente fortuito, il tramonto dello joga bonito si è affiancato al graduale sommovimento identitario che nel giro di qualche decennio potrebbe portare la nazione attualmente con più cattolici sul pianeta a traslare in evangelica.

Ovvero, abbracciando lo stile e il modo di pensare del presunto rivale (e modello) statunitense. Dov’è finita l’anima carioca, mentre si dissolvono in un colpo solo i due pilastri del suo orgoglio nazionale (oltre alla sempre più devastata foresta amazzonica)?

Per più di un secolo, il Brasile ha rappresentato l’alterità perfetta degli Stati Uniti nel continente americano. Nazione multietnica, contrapposta all’identità razziale (e razzista) di Washington. Il sogno brasiliano, antitesi di quello americano, è sogno calcistico; nasce nelle favelas, si alimenta degli apporti culturali di europei, africani e indigeni. Sbocciando nell’imprevedibile. Perché il calcio brasiliano, come la vita, è assimilazione. La fantasia nasce dalla miseria.



Divenuto il più grande Stato cattolico del pianeta, il Brasile produsse in realtà un cattolicesimo tutto proprio. Convergenza di culti locali, di missioni europee e di tradizioni africane. La miseria della popolazione avrebbe trovato da quel momento minuscoli granelli di speranza nella promessa invisibile della Chiesa di Roma, dell’Universale fattosi particolare. Il cattolicesimo non prometteva apparentemente la ricchezza terrena, rimandando alla Salvezza eterna.

Nulla più di un dribbling o di un doppio passo, intrisi nel simbolismo calcistico verdeoro, produce la medesima sensazione.

Alla concretezza del passaggio tattico, l’indefinito del rischio tecnico. Con annessa la speranza della salvezza. Quanto di più lontano da chi, nell’America anglofona, fondava (e fonda) sul successo terreno il segno della benevolenza divina. Il cristianesimo evangelico promette la felicità sulla terra, prima ancora che nell’Aldilà. Eppure la cifra antropologica, materia prima dei popoli (e dunque anche del loro calcio), divenne oggetto di interesse per una delle più controverse operazioni di intelligence nella storia del dominio imperiale statunitense nelle Americhe.

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