Critica
03 Giugno 2026

Il calcio è (ancora) imprevedibile?

Un aspetto (essenziale) del gioco che oggi si vorrebbe eliminare.

Stando alla vulgata post-moderna, il miglior risultato possibile nel calcio deriva dal numero più elevato di interventi atti a programmarlo, favorendo la propria vittoria1. La programmazione è la quintessenza di qualsiasi fenomeno sportivo (e umano) di lungo corso. Si programma per non incappare nelle secche della crisi finanziaria o del fallimento tecnico. E si programma perché, in fondo, si vuole scovare il possibile nell’impossibile, procedendo un mattone per volta.

Per secoli, un’umanità avvolta dalle tenebre dell’Inspiegabile, tentò di districarsi e sopravvivere. Muovendosi a tentoni nella nebbia dell’Irrazionale, l’uomo avrebbe potuto soltanto incasellare il tutto entro l’esperibile o l’Eterno2. La ragione umana è in primo luogo meccanismo di sopravvivenza. Comprendere significa vivere, in origine. Ma il lungo processo di razionalizzazione vide emergere lungo il percorso, come inaspettate scogliere in una navigazione fino a quel momento sicura, gli spettri dell’incontrollabile. La storia dell’uomo è teatro tragico, non lineare3.

Tale tragedia, manifesta nel mito alle origini dell’uomo, è stata traslata in epoca moderna nell’invenzione dello sport. Fenomeno altolocato, elitario, destinato a fondersi con le viscere di una popolazione divenuta consapevole (casomai non lo fosse mai stata) della sua forza. Anticamera dei nuovi riti collettivi moderni.

Più ancora che come attività pensata in quanto palliativo e distrazione dalle condizioni lavorative di crescente alienazione operaia; e ancora più che semplice frutto dei primi studi di eugenetica, come contributo alla salute della specie umana cannibalizzata dalla vita industriale4, lo sport divenne catalizzatore di tendenze umane pre-esistenti. Specialmente nella propria declinazione calcistica.

Il calcio è vieppiù irriducibile a puro fenomeno sportivo, secondo le categorie moderne che lo vorrebbero assimilabile ad altri (pur nobilissimi) giochi. La sua natura collettiva, invero diffusa specialmente alle nostre latitudini, quasi assente tra la gran parte delle popolazioni della Terra, lo rende (o lo ha reso?) l’ultimo rito dell’Occidente5. In grado di trasmettersi e di fondersi con il locale, dovunque la presenza europea, traslata nel tramontante impero britannico, abbia saputo estendersi e prosperare.



Strumento di propaganda divenuto fine. Il calcio non si risolve nel singolo e neppure nel collettivo. Bensì, nel raccordo tra i due e nell’universo caleidoscopico ruotante intorno.

Raramente la pressione mediatica o il peso della tifoseria rivestono la medesima importanza in altri sport. Simili elementi trasformano il meraviglioso giuoco in fenomeno sociale, in grado di riflettere le complessità delle società. Quest’ultima, al tramonto dell’Ottocento, fu percepita come spaventosa. Necessitante di un controllo, in piena ubriacatura scientista.

Nel padre della sociologia, Auguste Comte, come anche nello storicismo tedesco, nel materialismo marxista e nel fordismo statunitense, era implicita la volontà di studiare e organizzare scientificamente la società. Il positivismo divenne il disperato tentativo umano di gestire una complessità ritenutafin troppo complessa. Le folle ondeggianti di migliaia e talvolta milioni di teste, fatte di popoli, ideologie, raggruppamenti più o meno evidenti, sarebbero in grado soltanto con la loro stazza di cambiare le sorti di una nazione o di un campionato6.

Soltanto una simile consapevolezza spiega, e in parte circoscrive, tanti e inutili tentativi di voler organizzare il calcio; come inutile è il tentativo di organizzare il reale, prescindendo una profondità psicologica e antropologica che esula da qualsiasi previsione. Guardando al Bel Paese, sorprende come l’esigenza di rendere controllabile l’incontrollabile, nel cuore di uno dei popoli più anarchici e individualisti al mondo, abbia finito per ottenere l’effetto opposto.



Al cuore della questione, gli italiani adorano legiferare su qualsiasi cosa7, inserendo, come negli ultimi tempi, la tecnologia come cura a tutti i mali del calcio (e dunque, a tutti i mali sociali). Tale approccio, lungi dal determinare il cambiamento auspicato, ha aumentato la confusione. Apparentemente attenuando lo spirito anarchico che aleggia in qualsiasi partita, che potrebbe, con un rigore contestato o un fallo non fischiato, scivolare in una direzione imprevedibile stante qualsiasi pronostico tecnico, esso si è riproposto nell’individualismo dell’opinabilità.

Nel frastuono mediatico. Nelle infinite discussioni sull’uso o meno del var8. L’italica polemica arbitrale ha assorbito, inglobato o (direbbe Dario Fabbri) assimilato l’elemento esogeno del Demiurgo tecnico, finendo per piegarlo alle proprie esigenze. Guardando al calcio, sembra che la coincidenza di reale e razionale di hegeliana memoria salti completamente. Semmai, nel calcio tutto ciò che è reale è irrazionale, tutto ciò che è irrazionale è reale.

L’inganno, come in qualsiasi analisi di scenario, è nella presunzione del controllo9. Più che nella meraviglia del mondo, l’uomo filosofo nasce nel terrore del mondo, nel terrore della morte.

E dunque, l’uomo calcistico è oggi attanagliato dal medesimo terrore della sconfitta. Nel campo, come nella vita, si può lavorare sulla massima riduzione delle variabili, con il risultato che oggi il gioco è traslato perlopiù in analisi dei dati. Traduzione sportiva di quanto avviene anche nelle analisi di scenario, in contesti bellici, o per prevedere azioni e reazioni di potenze grandi e piccole. Culmine di questo processo è il proliferare ormai incontrollato delle statistiche10.

In (abusata) terminologia anglosassone, il data analyst guarda agli expected goals (xG)egli expected assist (xA). Questi raccolgono e incrociano diverse componenti, dalla posizione del tiro, al tipo di assist, fino alla pressione avversaria.

La precisione statistica di cui sembrano necessitare imprenditori o strateghi, si dipana anche nel calcio, che lavorando parimenti con l’imprevedibile, tenta di scardinare l’orrore del Nulla mediante la potenza della tecnica. La statistica però rifugge il fattore umano11. Talvolta dimenticandola completamente. In geopolitica ne sanno qualcosa gli strateghi (o presunti tali) che vorrebbero catalogare in numeri le mortali incongruenze dell’umano, venendo colti di sorpresa. Per informazioni, citofonare alla Casa Bianca.

E se nel calcio è sacrosanto tentare di volgere a proprio favore tutte le variabili in gioco, di campo e non solo, sorprende come nel dato statistico, nella percentuale di precisione nei passaggi, nei tiri, fuori o nel dischetto, nei falli laterali, nei calci d’angolo, in cui tanto si gozzoviglia il tifoso-consumatore, si insinui la malcelata speranza del tifoso-umano di trovare una qualche forma di conforto.

Resta illusorio pensare che un xG favorevole conduca inevitabilmente alla vittoria. Valga, come clamoroso esempio, l’andata degli ottavi di finale di Champions League, Inter-Bodø Glimt. Caratterizzata dal totale dominio nerazzurro nella produzione offensiva, stante un xG di 1.35, si è conclusa con una sconfitta per 3-1 a favore dei norvegesi. Una finalizzazione imprecisa e dei clamorosi errori difensivi (ecco, ancora una volta, l’imprevedibile), hanno sancito la sconfitta degli attuali campioni d’Italia12. Oppure, la sconfitta per 2-1 della Germania contro il Giappone, nella partita inaugurale del Mondiale 2022 in Qatar. I tedeschi allora maturarono un xG vicino a 3.00, contro meno dell’1.50 nipponico, ma le innumerevoli palle gol sprecate dalla Germania favorirono l’inaspettato trionfo giapponese. La previsione sarà sempre inferiore alla realtà.

D’altra parte è sicuramente più semplice e rassicurante riconoscere che statisticamente risulterà molto improbabile assistere a una sconfitta dei propri beniamini, anziché appellarsi a qualche miracoloso intervento dall’Alto.

L’invocazione divina è stata sostituita dall’invocazione agli xG. Una religione, sostituita da un’altra, in salsa tecnico-scientifica. La volontà di controllo è tale per cui il monitoraggio continuo delle mosse e contromosse della propria e delle altrui squadre, dei bilanci, dei dati tecnici e mentali, rende tutto apparentemente decifrabile13.

Apparentemente già deciso. Con il risultato che l’analisi si sostituisce alla vita. Laddove quest’ultima, alla fine, è l’unica a decidere per sé stessa. Caso esemplare è l’Arsenal di Mikel Arteta, macchina di indubbia efficacia. Devota, in modo umanamente ossessivo, alla perfezione.

Stando al The Guardian, l’allenatore spagnolo controllerebbe talmente tanto ogni singolo movimento dei propri giocatori da averne sfibrato la libertà creativa. Mentre all’Emirates qualcuno è impegnato a calcolare al millimetro le posizioni sui calci piazzati dei propri giocatori, più a Nord, sponda Manchester City, l’antico Vate del controllo, Pep Guardiola, ha rischiato di spezzare il sogno dei londinesi. Perché a volte organizzare tutto è impossibile, se non a rischio di uccidere la vita. E anche sé stessi.



Riducendosi a comparazione statistica, persino il calcio parlato diviene o previsione o constatazione della previsione precedente. Qualsiasi dato può essere, invero, piegato alla propria personalissima lettura del reale. La presunta neutralità non esiste, neppure nelle statistiche. Il giornalismo sportivo, che come ogni prodotto della scrittura e dell’immaginario umano nacque come gemmazione della poesia, titanico tentativo di spiegare l’inspiegabile, oggi vorrebbe ridursi a interpretare razionalmente e analiticamente il reale14.

Il miracoloso puro non è più contemplato. Il nuovo tempio della letteratura sportiva si chiama data room. Per la gioia dei ludopatici, non certo dei tifosi. D’altronde, il fine della tecnica è condurre il tutto alla ragionevolezza. Il principio di realtà (se di realtà si tratta) a tutti costi, contro a millantata irragionevolezza umana.

Ma il calcio, come la vita, non ha bisogno di tali e simili spiegazioni. Come insegna Nick Hornby, il calcio necessita soltanto di essere vissuto nella sua opacità. Tra un gol non previsto e un rigore non dato. L’amore, altro modo per definire il tifo, non è razionalizzabile. E l’unico compito dell’homo ludens15 calcistico, semmai ve ne fosse uno, è (ancora una volta) contemplare hegelianamente e raccontare quanto è già avvenuto. Come la nottola di Minerva, che intona canti per la propria squadra sul far della sera, dinanzi all’imprevedibilità del gioco del calcio.


Note


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