Estero
20 Luglio 2026

Il Mondiale salvato

La forza gentile della Spagna ha spento ogni rumore.

I tantissimi italiani che ieri, ad esempio al centro di Roma, si sono riversati per le strade della capitale con indosso la maglia dell’Argentina e tutto l’armamentario di sciarpe, bandiere e pitture al seguito – ma siamo sicuri che questo strano fenomeno si sia verificato anche in altre parti d’Italia – non sono poi troppo differenti da Trump e Infantino che, «dandosi di gomito», hanno condotto la loro passerella al termine della finale travolti dai fischi del pubblico – nonostante l’altrettanto strano silenzio dei Pardo (Dazn) e dei Rimedio (Rai) nel commentare la pietosa scena.

Non sono diversi, dicevamo, perché entrambi rappresentano una delle molte facce del prodotto-calcio, sempre più secolarizzato, sempre meno religioso, sempre più clientelare, economico, traffichino. Ha scritto Alberto Caprotti su Avvenire che ieri sera ad aver vinto è stata soprattutto «un’idea di calcio che rifiuta di farsi ridurre a mero sottofondo per gli intervalli commerciali». Ha vinto «il calcio continentale a dispetto di una globalizzazione forzata che ha stravolto il torneo».

In fondo gli Italiani che, seguendo il Profeta Adani, hanno persino «tifato» Argentina – già ci sarebbe un grosso problema nel prenderne le parti sportive, ma addirittura esaltarsi per la squadra del nuovo potere globale (straniante il contrasto in cui Netanyahu e l’ultradestra israeliana si esponevano pubblicamente per l’Albiceleste, mentre per ciò che rimane delle strade di Gaza si tifava visceralmente Spagna), palesemente aiutata e tutelata fin dall’inizio del Mondiale alla finale (esclusa) – insomma, gli italiani-tifosi-argentini altro non sono che conseguenza di un calcio che ha dimenticato cosa significhino le radici, l’identità, l’orgoglio nazionale.

Direttamente da Campo de’ Fiori, nel cuore di Roma, nuova exclave argentina. La stragrande maggioranza, tuttavia, erano italiani vestiti di tutto punto in albiceleste, in un neo-conformismo a sfondo sportivo un po’ inquietante

Ad esempio quello che pensa, legittimamente, di non voler essere raggiunti a quota quattro titoli mondiali da un’altra nazionale; o quello che ritiene, ancor più legittimamente, che Rai non sia radio-Buenos-Aires, e che si sarebbe pure stancato di ascoltare un forzato misticismo, l’esaltazione di una retorica ormai consumata, esaurita, che ha terminato da tempo di fiorire in forme letterarie quando, soprattutto – Paolo Di Canio docet –, «noi siamo italiani».

E allora non vale neanche il discorso, prodotto dal nostro caro Lele, secondo cui «l’Italia deve imitare il modello spagnolo». Siamo alle solite. A parte che modello significa poco e nulla, detto così. Ma il punto è un altro: l’Italia deve ritrovare una propria identità, crederci e portarla avanti con forza, dalle giovanili(ssime) alla nazionale maggiore. Certo, il talento è spesso anche casuale: ma sicuramente qualcosa per favorirlo deve essere fatto. Come ha scritto Espedito sul Napolista,

«il problema italiano non è quindi copiare la Spagna. Copiare lo stile di chi vince significa quasi sempre arrivare quando quel vantaggio competitivo è già diventato patrimonio comune. La lezione da copiare è organizzativa. Bisogna decidere quali competenze debba produrre il calcio italiano».

Poi, al netto di tutti questi macro-discorsi, sempre ricordiamolo disamine del giorno dopo, sarebbe umiliante per De La Fuente, allenatore della Spagna (ed ex allenatore della U21 spagnola), come per i calciatori spagnoli campioni del mondo, «ridurre» questi straordinari successi – dal 2008 ad oggi 5 titoli, 2 mondiali e 3 europei – alla «programmazione», alle «idee». Ieri ciò che ha impressionato degli spagnoli è stata la qualita tecnica siderale: gli stop, i passaggi millimetrici, la sicurezza di calciatori (fortissimi) nei propri mezzi. Lo stesso gol di Ferrán Torres, con il piede non suo, in quel momento della partita, dimostra una qualità tecnica e un carattere straordinari.

Perché poi le partite vanno giocate e i titoli vanno vinti, sul campo. La Spagna, sul campo, è una squadra leggiadra e gentile. Non significa che non sia pure scaltra – perché quando Paredes entra in campo e dà il benvenuto a Rodri, Rodri sa benissimo ciò che deve fare: fingere lo svenimento e far pendere sul mediano argentino un giallo che peserà per il resto dell’incontro. Non significa che non sia agonisticamente forte: lo è, perché atleticamente ieri non c’è stata partita, anche in 11 contro 11 – fino alla giustissima espulsione di Enzo Fernandez, tutt’altro che intelligente e lucido nell’occasione.

Il punto però a nostro avviso è questa leggerezza gentile, scusate se ci ripetiamo. La Spagna non solo gioca un calcio bello da vedere, anche più del celebre tiki-taka degli anni d’oro, perché questa squadra spesso e volentieri verticalizza; il suo è anche un calcio puro calcio. Non la butta mai in caciara – come hanno sempre fatto in questo mondiale gli argentini (chi li avrebbe retti per altri 4 anni?!), e come ieri non hanno potuto, disinibiti dalla ragnatela roja –, sa gestire i tempi di gioco, non è esasperata neanche nelle esultanze.

Qualcuno ha notato un velo di tristezza nei festeggiamenti per il Mondiale vinto: ma le lacrime dei Rodri (calciatore che non si trova altrove nel pianeta), i sorrisoni di De La Fuente e il suo staff, la corsa sfrenata di Ferran Torres, spontanea e genuina, dicono molto più di quanto balli, canti, starnazzamenti e urla varie, possono raccontare. È la vittoria di un gruppo di uomini e calciatori di livello assoluto, come ha sottolineato il ct. Ed è la vittoria, oltre che della Nazionale, di una Nazione in grande crescita sotto tutti i punti di vista – sportivo, culturale, economico.

Una vittoria doppia per il primo ministro Sanchez, che si è gustato Donald Trump, col quale ha rapporti a dir poco burrascosi, consegnare la coppa alla squadra del suo Paese, sicuramente controvoglia. Perché il calcio, che piaccia o no, non è solo spettacolo: non è quell’orrendo show di metà primo tempo, non è Infantino né gli hydration break. O meglio, è purtroppo anche tutto questo, compresi gli italiani con la maglia dell’Argentina a Campo dei Fiori e Lele Adani tifoso in cabina di commento: ma è anche, ancora e sempre, cultura. E quindi radici, orgoglio, sangue. Vittoria di chi merita davvero, al di là di qualsiasi retorica.

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