Il Novecento è finito (purtroppo).
È stata una serata gattopardesca, quella di ieri al Sinigaglia. L’atmosfera è forse manzoniana, dato il Lago di Como, ma nel poker servito dai comaschi allo United c’è tutta la perentorietà del tempo che fugge e muta, evolve, cambia i rapporti di forza della storia e ridefinisce canoni e miti del presente. Como contro Manchester United è uno scontro tra culture, calcistiche e non solo.
Da una parte il Como – non ironicamente il nuovo che avanza -, società ben più internazionale che italiana, solida, sapientemente guidata dal progressismo tattico di Cesc Fabregas. Un perfetto business plan a 360 gradi applicato al pallone. Dall’altro lato del campo (e del tempo) lo United: una squadra del tutto novecentesca per impostazione, tifo, simboli ed icone, e che dal ‘900 non è mai riuscita veramente ad uscire. Nella Manchester tutta operaia ed industriale degli slums, nei decenni passati l’Old Trafford ha infatti brillato grazie alle gesta, tra i tanti, di Roy Kean e Ryan Giggs, Paul Scholes e David Beckham, Eric Cantona e Wayne Rooney.
Abbiamo conosciuto il Manchester United come la squadra più tifata al mondo (primato che ancora oggi resiste, con 650 milioni di tifosi), guidata dal più vincente allenatore della storia.
Oggi, però, le ceneri dei Red Devils sono a ricordarci – tempus fugit – che nello stesso fiume non ci si può bagnare due volte. Dal 2013, infatti, lo United è una società smarrita, un’identità perduta, orfana di Sir Alex Ferguson ed ora alla continua e vuota ricerca di sé: l’Old Trafford è divenuto a tutti gli effetti un teatro degli incubi, più che dei sogni, nessun allenatore è riuscito ad impostare un nuovo corso e la stagione da poco iniziata sembra già irrimediabilmente compromessa, con un tredicesimo posto in Premier che è la peggior partenza degli ultimi quarant’anni.
La rappresentazione plastica di come una gestione dissennata possa devastare un club fino a eroderne le fondamenta e renderlo un buco nero da cui ogni giocatore, allenatore, direttore viene inesorabilmente risucchiato. Basta pensare che nel decennio 2015-2024 lo United ha il saldo di mercato più negativo al mondo, ovvero il rapporto fra entrate e uscite nelle campagne trasferimenti: -1.3 miliardi di euro, investendo circa 2 miliardi totali e ricavando 700 milioni – senza contare i pesantissimi ingaggi, una media annua di circa 200 milioni di euro, 2 miliardi anche qui in 10 anni.
Leggi, approfondisci, rifletti. Non perderti in un click, abbonati a ULTRA per ricevere il
meglio di Contrasti.
Abbonati
Se lo United appare una nobile decaduta, che insieme alla sua anima ha perso il suo status, il Como è lo Zeitgeist, lo spirito del tempo che incede inarrestabile: giovane e baldanzoso, sicuro di sé, spinto dal vento della storia, il suo valore è tutto negli occhi di Fabregas prima della partita. Lo sguardo ridente, fiero, pronto: giammai l’impressione timorosa di chi teme una partita in stile Davide contro Golia. E infatti.
Nico Paz diverte e si diverte, il Como affonda ad ogni azione come una lama nel burro e solo a tempo scaduto il Manchester riesce a siglare un’anonima e triste marcatura con Zirkzee. Il risultato, 4-1, è un tonfo che dà ragione a Cesc Fabregas. Che, insopportabilmente vincente e pieno di sfacciata presunzione, appare ora come Napoleone a cavallo verso Jena, pronto a rifare daccapo la storia.
«Mi piace pensare al nostro modello di business in modo simile a Disney. Il parallelismo è tra Disney e Como. Per Disney, Disneyland rappresenta la divisione dei parchi a tema; per noi, il club di calcio e l’esperienza del giorno della partita sono la nostra “divisione parchi a tema”» (Mirwan Suwarso a ‘Calcio e Finanza’).
Una storia, sia chiaro, sempre uguale a se stessa: Como e Manchester United rappresentano infatti, ad oggi, due identici e speculari prodotti in vitro del calcio contemporaneo. Due “modelli” economico-finanziari, anche se di natura differente (SENT Entertainment non è paragomabile alla compagine proprietaria dello United, rappresentata dalla famiglia Glazer + INEOS, con la divisione tra due grandi azionisti) per due identità artefatte – unica differenza gli attuali risultati sportivi – ed uno scarso contatto con il proprio territorio: non per nulla, zero italiani in campo tra i comaschi e un solo inglese titolare per lo United. Maguire, tra l’altro.
Comunque, al di là del risultato in campo e dell’insostenibile retorica sul calcio italiano che già si prefigura, l’impressione odierna è di aver potuto osservare ieri una serata generazionale, come uno scontro tra un Novecento imbolsito e il nuovo gagliardo millennio. Una sorta di contrasto tra boomer e Gen Z in versione Champions. A guardare il Manchester United oggi, sembra di leggere le righe finali dei Viceré, con Consalvo Uzeda che rassegnato e immalinconito sospira
“No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa”.
Como-Manchester United questo è stato, il Gattopardo ed Eraclito, i Viceré ed il tempo che cambia: i giochisti hanno ritrovato il loro Napoleone, i risultatisti – più o meno romantici – hanno un motivo in più per cedere alla nostalgia. E gli amanti del calcio, non necessariamente spettacolare ma necessariamente reale, immobili sul guado, a guardare un pallone sempre più in stile NBA, sempre più in stile entertainment, sempre più svincolato da tradizioni e territori. Como-Manchester United, il futuro è adesso: purtroppo, ci verrebbe da aggiungere.