Un talento giocato dal calcio.
Parafrasando l’autore dell’Ecclesiaste, «sotto il sole della Serie A non accade nulla di nuovo». Non ci riferiamo ai due zero a zero del sabato pomeriggio, che nella totale assenza di spettacolo – se con spettacolo s’intende un 4-4 pirotecnico naturalmente – hanno comunque scardinato le logiche fantacalcistiche dei drogati del multigol (e per questo non possiamo che gioirne: davvero, pensate a quei matti che hanno speso il sabato pomeriggio a vedere Lecce-Sassuolo e Pisa-Verona). Pensiamo invece agli equilibri del campionato, dove l’assenza di un vero padrone in queste prime sette giornate più che arricchire la contesa sembra depauperarne il significato. In Serie A non accade mai davvero nulla di nuovo.
Conte, con il Napoli forse più forte degli ultimi trent’anni per rosa, status e qualità di soluzioni possibili, perde 1-0 col piccolo Toro di Marco Baroni e nel post-partita si mette a parlare di statistiche mirabolanti che parlerebbero a favore del suo Napoli. Allegri, a cui vogliamo un bene dell’anima, ormai si toglie la giacca per qualsiasi cosa. Padre Pioli gode d’immunità infinita, Sarri non molla di un centimetro sulle battaglie di principio – certo però appare stanco.
I giornali, dopo due gol peraltro a porta vuota, cantano le lodi dell’Espositiade, terzogenito di una stirpe d’oro. Cosa non si fa per vendere (le ultime) due copie. Ecco allora che nell’eterno ritorno dell’uguale del nostro calcio vecchio e trasandato, i calciatori che sospendono il tempo sono quelli con più anni di contributi sulle spalle. Modric giganteggia, ridicolizzando l’asfissia tecnica di chi lo circonda. Matic, da solo, ha sistemato il centrocampo del Sassuolo, che da squadra di Serie B certa è presto diventata, con l’ex Rennes al timone, squadra da salvezza tranquilla. L’Inter ha preso Susic ma Mkhitaryan fa ancora un altro sport.
Ecco perché, nel piattume generale, un calciatore come Nico Paz fa brillare gli occhi.
La Serie A è senz’altro cresciuta sotto il piano fisico, negli ultimi anni. Ci sono squadre, come Udinese e Torino, per dirne due a caso, che con la loro fisicità possono mettere in difficoltà chiunque. Ma è proprio in virtù di questa ossessione atletica che chi ha la fortuna di pescare – o comprare – giocatori pensanti avrà un vantaggio enorme sulle concorrenti.
Tralasciando i numeri del fantasista del Como (4 gol e 4 assist in 7 partite disputate), quello che impressiona è la differenza da chi lo circonda in campo – compagni e avversari, allo stesso modo. Nico Paz il pallone non lo tocca, ci danza intorno. Le sue piroette sono come quelle di una ginnasta: ritmiche ma decise, folgoranti e insieme dolci.
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Il suo tiro comprende una vasta gamma cromatica: dal purpureo di un mancino secco (vedi il gol contro il Genoa) al celeste di un piatto panoramico (v Lazio e ieri, contro la Juventus). Nico Paz è un calciatore fenomenale perché si diverte mentre gioca, e divertendo fa pure vincere la sua squadra (ora a 12 punti, -3 dal secondo posto). È un concetto che in toni polemici aveva già espresso Luis Alberto due anni fa (a proposito di quei calciatori qualitativamente superiori):
“Il controllo, l’abilità si possono allenare ma chi nasce con il talento è diverso dagli altri. Bisogna che i ragazzi tornino a giocare in strada, non all’allenamento e poi a casa a far cazzate o a giocare alla Play. Non soltanto i tifosi: anche noi giocatori ci stiamo un po’ annoiando del calcio attuale. Oggi tanti giocatori sembrano robot“.
Il discorso è tutto qui. Per Luis Alberto il piano era quello ludico, del divertimento tanto dei tifosi quanto dei calciatori – in un’osmosi che, come abbiamo scritto altrove, è vera causa dell’innamoramento nei confronti del gioco. Per noi è competitivo.
Abbiamo citato Modric, Mkhitaryan, potremmo citare pure Soule o Dybala. Ma Nico Paz ha qualcosa in più di tutti questi: ha una gioia nel gioco, una sinuosità tale che in campo sembra levitare più che correre. L’immagine che lo riguarda è di piuma. Giocatori come Nico Paz scrivono la storia dello sport perché divincolandosi dai rigidi schemi predefiniti inventano cose mai viste o forse, con Carmelo Bene, dimostrano a chi si sforza di giocare a calcio di esserne piuttosto giocati.
Foto: Nicolò Campo Insidefoto