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19 Agosto 2021

I talebani amano il cricket (e ora pure il calcio)

Il rapporto tra gli studenti del Corano e lo sport.

Che il calcio, parafrasando Marx, sia l’oppio dei popoli lo hanno infine capito anche gli integralisti islamici. Così il pallone – da retaggio dell’imperialismo coloniale, per di più inconciliabile con l’autentica religione islamica – è diventato un elemento di propaganda necessario per diffondere messaggi ed attirare giovani (lo stesso era capitato in Iran, laddove dopo la rivoluzione khomeinista il football era malvisto dalle alte sfere politiche, che poi dovettero ammorbidire la propria posizione). Ma torniamo all’Afghanistan, e partiamo da un po’ di contesto.

Negli ultimi giorni la questione afghana è tornata centrale nei salotti televisivi italiani ed europei, addirittura argomento d’apertura per giornali e telegiornali. I talebani come sappiamo hanno ripreso dopo vent’anni il controllo della maggior parte del Paese, e mentre l’opinione pubblica occidentale si è svegliata improvvisamente da un lungo sonno e divisa alla ricerca di colpevoli, migliaia di persone si sono riversate nell’aeroporto di Kabul alla ricerca di una via di fuga.

Tra i fuggitivi diversi sportivi, per lo più donne, che in questi anni proprio grazie allo sport hanno costruito le proprie vite. Ma nelle ultime ore è emersa anche la storia di Zaki Anwari, calciatore 19enne, che ha perso la vita proprio provando ad aggrapparsi ad un aereo americano.

Quasi tutti giovani, parte di una generazione (quella più occidentalizzata) sedotta dall’illusione di una democrazia per procura, imposta con le bombe e crollata un attimo dopo che i “liberatori” avevano ripreso la via di casa. Alle loro spalle le macerie di un fallimento: il re è nudo, ma forse all’Occidente poco importa. La lotta ai talebani ha rappresentato un oggettivo e dispendiosissimo fallimento: quasi confuciani, agli studenti del Corano è stato sufficiente aspettare in riva al fiume che il corpo del nemico fosse trascinato dalla corrente. O per dirla con le parole dello storico leader Mullah Omar: «voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo».



In questi giorni, anche gli alti funzionari della Federcalcio afghana hanno cercato rifugio in India. Secondo il numero uno del calcio indiano, i dirigenti temono un contraccolpo da parte dei talebani per via della promozione e della diffusione del calcio femminile nel paese: ad affermalo è lo stesso presidente della Federazione di calcio nonché ex capo regionale della FIFA Shaji Prabhakaran. Lo sport infatti è contemplato dagli integralisti islamici, ma solo a certe condizioni. Per le donne ad esempio non c’è mai stato spazio, ma non solo. Anche per molti fondamentalisti, soprattutto per i più ortodossi, alcune discipline come il calcio stesso rappresentano un problema: l’avversione affonda le radici nel gioco coloniale del quale il pallone era un sottoprodotto, una pratica occidentale inconciliabile con la dottrina islamica (o, per meglio dire, islamista).

Oggi però i talebani ne comprendono più che mai l’efficacia propagandistica: una dottrina laica che, con il suo unico e semplice linguaggio, riesce ad unire classi sociali e visioni del mondo differenti.

Così sono stati gli stessi talebani a mettere in scena dei tornei cittadini, nell’obiettivo di mostrare un volto meno duro e di reclutare nuove leve. Cercando su twitter è possibile trovarne delle istantanee, con campi di calcio improvvisati e trofei avvolti tra fiori e la bandiera bianca islamista. Le immagini ci arrivano dalla città di Zurmat, in provincia di Paktika, con decine di persone intente ad assistere a questo torneo e i miliziani a pochi metri per controllare la zona e respingere gli attacchi del gruppo islamista rivale – l’Isis-Khorasan (ISIS-K), che non vede di buon occhio simili attività sportive.

Il football diventa dunque metafora del (presunto) cambiamento dei talebani, che dichiarano neanche troppo tra le righe di essersi modernizzati, di prevedere nuovi spazi di libertà soprattutto per le donne, e di avere sviluppato un atteggiamento più morbido e conciliante seppure “all’insegna della Sharia” (il loro portavoce è molto attivo su Twitter, e riassume il volto 2.0 dei taliban).

talebani calcio afghanistan soccer cricket
Il torneo di calcio organizzato dalle truppe afghane a Zurmat, in provincia di Paktika

A proposito di donne però, l’acme del paradosso calcio lo sta vivendo proprio il movimento femminile del Paese. A denunciare la difficile situazione è stata Khalida Popal, primo capitano della nazionale di calcio afghana, costretta a scappare in occidente già nel 2012 dopo aver denunciato il sistema di abusi sessuali all’interno della Federazione di calcio.

«Ho incoraggiato a rimuovere i propri profili dai social media, di rimuovere le proprie foto, ho detto loro di scappare e di nascondersi», ha detto Popal all’Associated Press. «Questo mi spezza il cuore perché in tutti questi anni abbiamo lavorato per aumentare la visibilità delle donne e ora sto dicendo alle mie donne in Afghanistan di stare zitte e scomparire. Le loro vite sono in pericolo. La mia generazione aveva la speranza di costruire il paese, di creare delle basi per le prossime generazioni di uomini e di donne nel Paese. Così ho iniziato, insieme ad altre colleghe, ad utilizzare il calcio come strumento per dare potere al genere femminile. Ci siamo sentite così orgogliose di indossare la maglia della nostra Nazionale. È stata la sensazione più bella di sempre».

Presidente associazione afghanistan cricket
Hamid Shinwari, amministratore delegato della Federazione di Cricket afghana, foto presa da: Afghanistan Cricket Board Twitter handle) 

Ma non tutti sembrano esser spaventati dall’arrivo del talebani, anzi. C’è anche si sente rassicurato, o comunque tranquillo, dopo i fatti di questi giorni. Hamid Shinwari, amministratore delegato della Federazione di Cricket afghana, ha affermato che

«i talebani amano il cricket. Ci hanno sostenuto fin dall’inizio. Non hanno interferito nelle nostre attività». Shinwari ha sottolineato quindi come i giocatori rimasti a Kabul non siano assolutamente in pericolo.

In effetti il legame dei talebani con il cricket non è nuovo. L’ascesa della disciplina nel Paese ha coinciso con il loro potere tra il 1996 e il 2001, con molti rifugiati afghani nel vicino Pakistan che hanno iniziato a praticarlo. Si può affermare quindi che il cricket sia fiorito durante l’era dei talebani in concomitanza con il declino di altri sport largamente diffusi. Per esempio? Le competizione con gli aquiloni, la lotta tra cani e il buzkashi, letteralmente tradotto in “acchiappa la pecora”, sport nazionale dell’Afghanistan e del vicino Kyrgyzstan secondo Wikipedia. Il cricket è stato introdotto tra gli afghani nei campi profughi del Pakistan, nei quali più di 3 milioni di persone sono fuggite dall’invasione sovietica e dalla guerra civile scoppiata tra gli anni ’80 e gli anni ’90: da allora si è diffuso in tutto il Paese, in particolare tra i pashtun.

All’inizio, negli anni ‘90, i talebani avevano vietato giochi come il cricket e il calcio perché li ritenevano responsabili di allontanare gli uomini dalla preghiera. Nonostante il sospetto iniziale però, molti tra gli stessi miliziani ne sono divenuti appassionati.

A differenza del calcio, che offende la sensibilità degli integralisti poiché si pratica in pantaloncini, il cricket si gioca a maniche lunghe e con i pantaloni, in linea con i codici di abbigliamento tradizionali; inoltre c’è anche un certa somiglianza con i tradizionali giochi per bambini afghani, i quali comportano il lancio di palline e l’uso di bastoni per colpirle. Gli ultimi successi della nazionale, non a caso, hanno creato un senso di forte appartenenza nella popolazione.

Se però il cricket si sente al sicuro tanti altri sport, soprattutto quelli femminili, hanno un futuro incerto ed in salita. A pagarne le conseguenze potrebbe essere una nuova generazione che, ancor prima degli sport, ha importato dall’Occidente un certo immaginario. Anche in Afghanistan lo sport sarà allora specchio fedele della società e dei suoi mutamenti: materia non solo per giornalisti o appassionati sportivi, ma ancor prima per sociologi e antropologi.

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