«Suvvia l’Arsenal ha perso; e che sarà mai? È solo un gioco!» dice la ragazza al protagonista del famoso romanzo di Nick Hornby Febbre a 90°. E lui, livido di rabbia, le urla: «Non dire così! Non è solo un gioco e questa è la peggiore stronzata (sic) che tu possa dire!». Cosa può spingere un animal rationale a reagire così? I due brevi saggi di Bernhard Welte, tradotti da Oreste Tolone e raccolti in questo agile volumetto, possono essere letti come il tentativo di rispondere alla domanda.

 

Tutto il testo è allora attraversato dalla stessa sproporzione: la volontà di chiarire in termini filosofici la passione incontrollata per un gioco condotto con i piedi, nel quale le pedate, persino dei campioni più rappresentativi, sono talvolta dirette consapevolmente più all’avversario che al pallone; e in cui i contendenti in «mutandoni» colorati si gettano anche nel fango, mentre una folla circense inneggia insensatamente alle loro gesta, arrivando fino alla assurda follia di picchiarsi ed uccidersi in nome di esse.

 

Così, se il titolo non può non suscitare un sorriso, i saggi prendono le mosse con il tentativo di giustificare la legittimità della trattazione e l’imbarazzo che ne deriva.

 

«È chiaro che il calcio è un gioco. Non rientra nel contesto della regolamentazione razionale e ragionevole della vita. Non è né una manifestazione politica, né una economica […] Chi nel contesto della vita razionale e ragionevole e dei suoi ordini viene sorpreso ad occuparsi di calcio, è facile che appaia un po’ ridicolo» (p. 32).

 

Perché occuparsene, allora? Davvero il calcio trascende in qualche modo la dimensione futile del gioco (ammesso che su di essa non sia opportuno soffermarsi)? Welte ha diverse frecce al proprio arco: egli constata come molti uomini anche autorevoli si interessino senza vergogna di calcio; e, più in generale, riporta gli enormi numeri – in termini di giocatori e di spettatori – che il calcio è in grado di raccogliere sul pianeta: numeri che, rispetto al momento in cui i saggi furono scritti – 1978 e 1982, significativamente gli anni in cui si disputarono due campionati del mondo – sono esponenzialmente cresciuti. Può allora il filosofo esimersi dall’analizzare questo fenomeno? Può ignorarlo l’allievo di Heidegger, notoriamente appassionato di pallone e teorico del Zuspiel?

 

Heidegger Welte

L’ultimo viaggio di Martin Heidegger, accompagnato dall’amico B. Welte (accanto a lui, Padre Heinrich Heidegger)

 

Può trascurarlo il tifoso tedesco, reduce dalla vittoria, nel 1974, appunto del campionato mondiale ospitato nel proprio paese? Può misconoscerlo il sacerdote cattolico, se ciascuno ha cominciato a tirare calci ad una palla negli oratori? Welte si getta dunque nell’impresa. D’altronde, egli è in buona compagnia: Tolone stesso, nella sua bella introduzione, restituisce alcune delle interpretazioni razionali più rilevanti del calcio, proposte tra gli altri da Elias, Bromberg, Sloterdijk, Morris, Auden, che vedono il calcio come processo civilizzatore, retaggio arcaico, o persino come crimine (nel senso di affrancamento dal determinismo): ma il nesso di questo gioco con la filosofia o la riflessione, in modo diretto o indiretto, si ripropone sempre di nuovo e a diversi livelli.

 

Può misconoscerlo il sacerdote cattolico, se ciascuno ha cominciato a tirare calci ad una palla negli oratori?

 

Pensiamo al simpatico e noto video dei Monty Pithon sulla sfida tra la nazionale dei filosofi greci e quella dei filosofi tedeschi (le formazioni sono memorabili!), dove sino all’irrompere di una luminosa idea tutti sono impegnati a pensare, e nessuno dà il calcio di avvio. Pensiamo ad un vasto universo di tifo «qualificato»: al Pasolini che affermava: «I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente […]) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita […] Allora, il Bologna era il Bologna più potente della sua storia […] Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone». Ma anche agli articoli di Gianni Brera, che per l’indimenticabile Italia-Germania dell’Azteca scrisse:

 

«Il vero calcio rientra nell’epica: la sonorità dell’esametro classico si ritrova intatta nel novenario italiano, i cui accenti si prestano ad esaltare la corsa, i salti, i tiri, i voli della palla secondo geometria e labile o costante».

 

Il calcio come il teatro; e forse qualcosa di più. Così Pasolini, così Camus

 

Oppure al Toni Negri che, riprendendo proprio altre considerazioni teoriche di Brera sul «catenaccio», associa il «calcio all’italiana» alla lotta di classe degli sfruttati che resistono. O, per guardare più all’attualità, al Fedele Confalonieri che, in una recente intervista descrive il calcio come qualcosa di religioso che coinvolge totalmente e fa vergognare l’uomo di responsabilità che si abbandona a questa «mania».

 

Al Walter Veltroni – juventino e però capace di cogliere il potenziale politico del calcio e quindi di proporsi come molto vicino alle squadre romane e in particolare a Totti, nell’epoca dei suoi mandati da Sindaco – autore di un’opera teatrale sulla tragedia dello Stadio Heysel; e che offre questo ricordo dello stadio: «ci andavo da bambino. E quando salivo i gradini e vedevo quell’immenso prato verde, per me quello era il simbolo della libertà. La più piena, immensa delle libertà. Quella di correre in spazi aperti».

 

Ma tanti altri esempi si potrebbero citare, fino al Markus Enders, ultimo successore sulla cattedra di Welte nella facoltà teologica di Friburgo, che sullo Jahrbuch für Religionsphilosophie ha scritto da pochissimo un nuovo capitolo sull’argomento. Felicità, lotta e guerra, epica, bellezza, libertà: nei rapidissimi ed illustri esempi citati, il calcio è accostato a elementi fondamentali della natura e della vita umana.

 

Welte Heidegger Muller

Sulla sinistra Heidegger, sulla destra B. Welte

 

Cosa sostiene allora Welte, da parte sua, di «questo affascinante ed enigmatico fenomeno?» (p. 32). Nel primo dei due saggi, La partita come simbolo della vita. Riflessioni filosofico-teologiche sul gioco del calcio, egli propone il calcio come un archetipo della lotta che l’essere umano intraprende nella sua vita, e che tuttavia è regolato «da una grande regola gioco»: nell’essere quindi immagine di conflitto ricondotto entro limiti accettabili si trova, per Welte, la vera forza del calcio: «il gioco ben regolamentato della rivalità è l’auspicata e piacevole forma del gioco della vita – sebbene nella vita ciò sia piuttosto raro. Il gioco del calcio indica questo» (p. 39).

 

Il calcio quindi è non solo metafora della realtà della vita e della sua lotta, ma metafora della vita e della lotta ideali, come vorremmo che fossero: «non viene giocata semplicemente l’immagine mitico-archetipica della vita collettiva degli uomini così com’è, bensì l’immagine della vita come dovrebbe essere. Viene progettata un’immagine ideale o esemplare dei comportamenti umani. Potrebbe essere un disegno proveniente dalla profondità arcaica dell’uomo, che certamente tiene conto della realtà, ma allo stesso tempo guarda al di là di essa, prospettando così un criterio per gli avvenimenti reali della vita, che non è desunto dalla realtà e che essa tuttavia reclama» (pp. 57-8).

 

Perciò il calcio è per Welte addirittura figura escatologica, «anticipazione della vita sperata», mondo ideale in cui l’avversario non è veramente tale, ma piuttosto compagno di gioco. E proprio sul concetto di gioco insiste invece il secondo saggio, L’esistenza nel simbolo del gioco, che ancora un volta si apre con la contrapposizione tra la serietà delle occupazioni e la liberazione apportata dall’ambito ludico, che costituisce un «simbolo», privo però del peso e della fatica, della vita.

 

Il gol della vittoria non poteva che firmarlo Socrates

 

Welte quindi procede distinguendo il gioco di pura fortuna, in cui è centrale questo elemento che comunque larga parte ha anche nelle vicende esistenziali di ciascuno, la partita (Kampfspiel), il cui modello è il calcio (e qui sono riprese in larga misura le considerazioni del saggio precedente), e infine il gioco «puro». Paradigma di quest’ultimo ambito è per Welte la musica: il tedesco spielen, infatti, così come l’inglese to play, sono verbi che significano sì «giocare», ma che si applicano anche all’attività di «suonare» uno strumento o, più in generale, di produrre della musica.

 

La musica è dunque il fenomeno che per Welte simbolizza al meglio, ma senza peso, l’intera vita. Egli quindi ribadisce qui la prospettiva escatologica della dimensione del gioco in generale, contrapponendola alla serietà della vita. Ed in ciò probabilmente dipende dal Tommaso d’Aquino che proprio nel gioco vedeva l’attività più simile alla preghiera, nel loro essere praticati entrambi per se stessi, senza fini esteriori.

 

Il cogliere questo aspetto di «eccesso» che si rivela nel calcio, a nostro giudizio, rappresenta il punto di forza della visione di Welte, e che non a caso lo colloca in continuità con le testimonianze cui si è fatto rapido cenno, tutte rinvianti a elementi «metafisici» o «trascendenti»; e lo stesso dicasi per l’evidente aspetto simbolico che esso contiene.

 

Il calcio è certo simbolo di un eccesso: ma di quale?

 

Siamo sicuri che la rozzezza del fenomeno, tendente come detto a scadere spesso nella brutalità, sia davvero icona della vita beata? Sulla scorta della sua idea del gioco – che emerge in modo specifico nel secondo saggio – Welte non sta forse riconducendo troppo semplicisticamente il calcio in una visione irenica? Davvero l’avversario, nel calcio, si trasforma in un compagno di gioco? Non tende invece, nella maggior parte dei casi, a diventare un vero e proprio nemico?

 

In effetti, come ricordato in apertura, chi si lascia travolgere dalla passione calcistica non riesce a confinare il fenomeno nei limiti del gioco. L’eccesso, quindi, sembra essere tale proprio nei confronti del gioco come sfera circoscritta e limitata, che in maniera ordinata e regolamentata si affianca alla serietà delle abitudini principali della vita. L’opposizione serietà-gioco non è dunque sufficiente a spiegare. Perché il calcio, appunto, non è solo un gioco. Mentre Welte sembra cercare a tutti i costi una conciliazione teorica che riconduca la vergogna ad un ordine razionale. Tuttavia evidentemente anche l’aspetto della regola, del limite, ha un valore decisivo, e il calcio non è semplicemente riproposizione della brutalità del conflitto tout court.

 

Churchill

«Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio». Sir Winston Leonard Spencer Churchill (1874 – 1965) (foto di Topical Press Agency/Getty Images)

 

Secondo quella che può essere una sintesi felice delle varie interpretazioni cui rapidamente si è fatto cenno, il calcio sembra proprio simboleggiare al meglio – in modo cioè estremamente realistico, e tuttavia controllato, dunque metaforico – l’irrazionale eccesso che nella lotta spinge l’uomo fuori di sé. Il calcio è la migliore metafora della guerra, con tutto ciò che di epico, ma anche di selvaggio essa porta con sé: con i riti, le bandiere, magari gli inni, le regole e la possibilità di violarle al solo fine di ottenere la vittoria.

 

Ma non nel mero senso di residuo arcaico che ripropone uno Urmann cacciatore e difensore del proprio territorio, come nelle interpretazioni cui si accennava e che sono riassunte da Tolone. Si riproporrebbe altrimenti la contrapposizione tra serietà della vita ordinata e imbarazzo della «mania» – da dover poi eventualmente «redimere» nel gioco o nella regola, o da considerare appunto un «retaggio» di un’epoca barbarica, superata nel progresso storico. È invece un «rinnovamento incruento» (non a caso usiamo un’espressione del lessico religioso): mantiene felicemente in sé entrambi gli aspetti di nobiltà e violenza dello scontro armato, e proprio e solo per questo è veramente liberante.

 

Solo così, a nostro giudizio, si spiega il paradosso per cui appare così significativo e al contempo così degno di riprovazione: fenomeno attraente e repellente. Solo così si chiarisce sino in fondo il suo toccare queste corde così diverse e così profonde. Solo così si porta alla luce tutta la sua fenomenologia di passione. Solo così – secondo un aspetto che scandalizzerebbe Welte e tutti i benpensanti – si capisce perché il tifoso gioisce spesso più alla sconfitta dell’avversario detestato, che alla propria vittoria: ed esulta (anzi «gode», secondo il gergo tecnico del tifo) del successo a discapito altrui, anche laddove questo è immeritato. E solo così si può comprendere come sia naturale rimpiangere tuttora un vincente, sia pur apparentemente sleale, come Luciano Moggi, capace ripetutamente di surclassare gli avversari in ogni aspetto di quell’arte della guerra, in cui, come in amore, tutto è lecito.

 


 

Ringraziamo il professore Francesco V. Tommasi, insegnante di Storia della filosofia all’Università di Roma La Sapienza, per averci gentilmente concesso di pubblicare sul nostro sito la recensione di “Filosofia del calcio” di B. Welte, già apparsa presso «ParadoXa» 1/2011, pp. 124-128, 2011.