Facciamo intanto una premessa di rito e di metodo, ché di questi tempi il dibattito è fin troppo monopolizzato da narrazioni partigiane e tifose: chi scrive tifa Roma, quella stessa Roma che il signor Andrea Agnelli vorrebbe spedire in Champions League per grazie ricevuta (e per i risultati degli anni scorsi, che hanno aiutato “il ranking” del Paese).

 

Ma può questo essere sufficiente per premiare una squadra – e soprattutto una società, nell’ottica di Agnelli – nonostante i risultati attuali? La faccenda in realtà non riguarda tanto il contributo alla graduatoria nazionale, quanto invece gli investimenti, i costi.

“Ho grande rispetto per quello che sta facendo l’Atalanta, ma senza storia internazionale e con una grande prestazione sportiva ha avuto accesso diretto alla massima competizione europea per club. È giusto o no? Poi penso alla Roma che ha contribuito negli ultimi anni a mantenere il ranking dell’Italia, ha avuto una brutta stagione ed è fuori, con quello che ne consegue a livello economico. Bisogna anche proteggere gli investimenti e i costi”.

Questo uno stralcio dell’intervento di Agnelli al FT Business of Football Summit, in quel di Londra. Che poi già i nomi di questi eventi sanno un po’ di Rotary club, di massoneria del calcio, di ricca oligarchia internazionale quanto mai lanciata e progredita, legittimata non si sa bene da chi a parlare di progresso del pallone; organizzato dal Financial Times, l’evento si presenta così:

Football is the world’s most popular sport, and, also, one of the most active sectors globally for deal-making. Whether it is M&A, private equity investment, stadium financing, media rights, sponsorship contracts, player transfers, or salary packages, the business of football has become a multi-billion dollar economy. And as with many other major asset classes, there are disruptive forces that are shifting the goalposts – challenging established systems and creating new opportunities for growth.

Si parla di negoziazione, investimenti, diritti televisivi e contratti di sponsorizzazione, insomma del “business del calcio che è diventato un’economia multi-miliardaria”. Beh come negarlo effettivamente ma, di nuovo, chi dà ai padroni del calcio l’autorizzazione o anche solo la pretesa di parlare delle regole del gioco? Utilizzando poi il loro stesso linguaggio, bisognerebbe analizzare tutto in termini prettamente economici, quasi marxiani. Ma allora perché Agnelli deve fare ricorso a nozioni come la giustizia?

 

Agnelli Ronaldo

Agnelli e Cristiano Ronaldo si lasciano alle spalle il calcio fino ad oggi conosciuto: all’orizzonte però il cielo è plumbeo (Foto Daniele Badolato – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

L’annata storta di cui parla circa la Roma, ad esempio, è nient’altro che la giustificazione retorica e dialettica da fornire all’opinione pubblica; come se poi fosse stata la sorte condannare i giallorossi, e non gli errori tecnici e soprattutto dirigenziali, che hanno smontato un’ottima rosa senza trovare sostituti all’altezza. In più trattare l’Atalanta come parvenu del grande calcio, espressione di “una grande prestazione sportiva”, significa fare un torto a Percassi e al progetto orobico: negli ultimi tre anni i bergamaschi si sono qualificati due volte alla Champions League e un’altra all’Europa League; un po’ tanto per considerarli degli imbucati.

 

D’altronde conosciamo da tempo la volontà di Agnelli: se non quella di creare una Superlega a tutti gli effetti, almeno disputare quante più partite possibili in ambito internazionale. E in questo contesto andrebbero ovviamente tutelate le squadre che investono di più, con marchi e brand maggiormente attrattivi: costi molto alti (e fissi) che a loro volta necessitano di entrate vertiginose (e sicure). La più spietata forma di oligarchia, di classismo o, per meglio dire ancora, di elitarismo.

 

Alla faccia dei bei discorsi sulla progettualità: qui gli unici progetti validi sono quelli economici e finanziari, che meritano di essere valorizzati ben prima di quelli tecnici. Alla faccia del merito, lo stesso che la Juventus si è riguadagnata sul campo: niente più che un criterio tra gli altri, forse il meno importante. Qui il possibile fallimento, anche di una singola stagione, non è contemplato, per la gioia di dirigenti e azionisti (alcune tra le migliori società del pianeta come la Juventus sono quotate in borsa, particolare da non sottovalutare).

 

L’Atalanta è un progetto che viene da lontano, il cui picco più alto – per adesso – è stata la straripante vittoria nell’andata degli ottavi di Champions 2019/20 (Foto Marco Luzzani/Getty Images)

 

Ma Agnelli non si è limitato a queste considerazioni interlocutorie, si è spinto più in là, sul terreno scivoloso della possibile attuazione pratica:

“Il punto è come bilanciare, quanto pesa il contributo al calcio europeo e quanto pesa la prestazione di un singolo anno. Quello che va capito è come assicurare ai club sani e a quelli che sono limitati dalla grandezza del loro mercato che possano lottare e non siano relegati a crescere i giocatori per le grandi società”.

Un giro di parole che non ha neppure il coraggio di essere diretto bensì lavora sottotraccia, per sottrarre merito e democrazia al pallone; bisogna trovare, in sostanza, un modo per dare le briciole ai club più meritevoli tutelando i grandi marchi. Allora qui la questione si fa cruciale, ed è una delle tante circostanze in cui rendersi conto del valore del riformismo: quando non si può fare la rivoluzione (eliminare la finanza e il business dal mondo del calcio, sarebbe un’utopia ma è purtroppo una prospettiva inimmaginabile) si deve lavorare per la soluzione migliore.

 

Appurato che il calcio è ormai terra di conquista per interessi globali, c’è modo e modo di gestire il business, come ci sono diverse opzioni per indirizzare un sistema economico. C’è il modello americano che tutto privatizza, comprese istruzione e sanità, sbilanciato totalmente sulle esigenze dei più ricchi, e quello più temperato, in cui alcuni diritti inalienabili (in teoria) sono uguali per tutti i cittadini. Così per il calcio: Agnelli e i suoi sognano un modello elitario a democrazia ridotta; noi ci accontentiamo di uno schema sostenibile che conceda ai tifosi premi e punizioni, in base a meriti e demeriti.

“Se non guardiamo avanti finiremo per proteggere un sistema che non esiste già più. Un sistema di partite domestiche che non interessano ai nostri figli” (Andrea Agnelli alla Leaders Week, sempre a Londra, nell’Ottobre 2019)

L’Agnelli pensiero è pericolosissimo per il calcio, se non addirittura esiziale: le élite calcistiche procedono convinte verso modelli di calcio esclusivi per i tifosi ma inclusivi per i grandi investitori. Piano piano, tournée per tournée, supercoppa per supercoppa, una trasferta asiatica/americana alla volta, sempre più partite e interessi saranno spostati sul piano internazionale, il tutto per andare incontro alle esigenze della cosmpolita “Generazione Z”. Bella giustificazione ideologica: lo fanno per noi, per i nostri figli.

 

E noi appunto, nel mentre, accettiamo passivamente la deriva come la rana di Chomsky, che non esce dall’acqua sempre più calda fin quando sarebbe ancora in tempo, per poi ritrovarsi bollita: anche per noi sarà l’abitudine – o l’assuefazione – a rivelarsi fatale.