L’area residenziale di Gosforth, nel distretto di Newcastle Upon Tyne, presenta un paesaggio non molto diverso da quello della sua zona di appartenenza. Il nord est dell’Inghilterra, infatti, è uno dei centri nevralgici della working class nazionale, divenuto famoso per i floridi cantieri navali: un’infinita lingua di villette, alternate a graziosi parchi che riescono a donare un tocco di colore all’anonimato circostante. In una nazione in continuo divenire, con Londra centro indiscusso dello stile di vita cosmopolita contrapposta ad una periferia sempre più lontana e ignorata, queste zone così poco cool sembrano autoconservarsi e mantengono i segni, almeno esteriori, di una cultura tradizionale.

 

 

Spesso chi nasce in questi luoghi sviluppa un legame indissolubile, un senso di appartenenza che va oltre qualsiasi velleità di globalizzazione, e non è un caso che il più grande bomber di tutti i tempi del campionato inglese, originario proprio di Gosforth, abbia rifiutato più volte le avances di club assai blasonati pur di potersi affermare come idolo tra la propria gente. Stiamo parlando di Alan Shearer, centravanti classe 1970, autore di ben 260 reti in Premier e recordman di marcature nella storia del suo Newcastle.

 

“Le persone sono molto orgogliose di Newcastle, di venire da qui. Questa è una città della classe operaia e vogliono solo stare bene e vivere la vita al massimo. Lavorano tutta la settimana, raccolgono i loro stipendi alla fine e trascorrono il weekend godendosi del tempo di qualità e guardando il calcio. Questa è la nostra vita” (Alan Shearer).

 

Soprannominato “Smooky” per la smodata passione per le patatine al bacon, il centravanti inglese è passato alla storia per le eccezionali doti fisiche, il colpo di testa devastante ed una incredibile facilità nel calciare da fermo; il tutto abbinato a quella sua stempiatura così antiestetica ed old school e all’esultanza, classica quanto goffa, del braccio destro alzato a mo’ di vittoria. Ciò ha permesso a Shearer di entrare nel cuore dell’inglese medio diventando un vero e proprio simbolo dell’Inghilterra profonda, alla faccia dei belli e maledetti alla David Beckham o dei calciatori internazionali che iniziavano a popolare la Premier League.

 

Alan Shearer esultanza

Dimmi come esulti e ti dirò chi sei

 

PRIME ESPERIENZE

 

Per onorare fino in fondo questo specifico background, suo padre non poteva che essere un operaio (di fonderia) e la sua una famiglia umile. Ecco allora che Alan figlio di Alan – per preservare le radici e perché, come scrive Beppe Di Corrado sul Foglio, «negli operai d’Inghilterra si usava così negli anni Settanta: si scimmiottavano i nobili un po’ per sfregio un po’ per invidia» – crebbe in un piccolo appartamento della parte povera di Newcastle, quella pensata per l’edilizia popolare.

 

Spinto in un primo momento proprio dal padre verso il golf, ritenuto a casa lo sport più idoneo da praticare e forse ingenuamente anche il più remunerativo, poi fortunatamente a mazze e palline il piccolo Alan preferì il rettangolo verde del football, iniziando la carriera tra le fila del Wallasend Boys Club. Qui il ragazzo non impiegò molto a mettersi in mostra tra gli iconici campi di periferia, manifestando sin da subito un talento fuori dal comune e scommettendo con il padre su quanti gol avrebbe segnato la partita successiva (l’abitudine era nata proprio per convincere il vecchio delle sue potenzialità, ed avere una sorta di via libera).

 

Sui taccuini degli scout di tutto il paese già veniva segnato il suo nome, e sin da adolescente le pretendenti sgomitarono per accaparrarsi quel ragazzino così promettente. La scelta ricadde infine sul Southampton, una delle academy più floride del Paese, che nel corso degli anni era riuscita a sfornare talenti del calibro di Matt le Tissier e Peter Shilton (più recentemente anche Gareth Bale, per non parlare dei vari Walcott, Oxlade-Chamberlain, Shaw, Chambers etc). Cruciale fu l’incontro con Jack Hixon, osservatore del Southampton a cui Shearer rimase legato per tutta la vita e anche oltre; lo stesso Hixon che di Alan parlava così:

“Ha ottenuto così tanto e sono esploso di orgoglio per lui. Spesso sono stato nel posto giusto al momento giusto. Il Signore mi ha sorriso”.

 

Alan Shearer Southampton

Un giovanissimo Alan Shearer con la maglia del Southampton

 

La città distava quasi 300 miglia da casa, ma il trasferimento permise al giovane Shearer di imbattersi in un nuovo modo di intendere il calcio, determinante per il prosieguo della sua longeva carriera: non era tanto il metodo di allenamento, né qualche particolare concezione tattica, ma la mentalità che veniva trasmessa alle giovani leve. Il serio rischio quando si ha a che fare con degli adolescenti, d’altronde, è quello di creare un ingente danno psicologico alle loro ancora fragili personalità.

 

Il dettame principale, allora, era quello di tenerli con i piedi ben saldati a terra, obbligandoli per esempio a ripulire lo spogliatoio e a lucidare gli scarpini dei calciatori della prima squadra: prima si cresce come uomini e si impara a stare all’interno di un gruppo, solo successivamente ci si concentra sulla componente tecnica e tattica.

 

La legge, poi, era veramente uguale per tutti; prendiamo il 17enne Shearer, che all’esordio dal primo minuto in Premier sculacciò l’Arsenal con una incredibile e prorompente tripletta (tecnicamente aveva già debuttato, ma per una manciata di minuti contro il Chelsea). La mattina seguente si ritrovò con scopa e secchio in mano, pronto come sempre con i suoi compagni: da Highbury alle pulizie, fu letteralmente un attimo.

“Sono andato a Southampton a quindici anni ed era difficile, ma è una delle cose migliori che abbia mai fatto perché mi ha aiutato a crescere. Ho pulito gli scarpini dei miei compagni, gli spogliatoi, i bagni e tutto ciò ti insegna quel po’ di rispetto che credo non faccia male a nessuno. Allora non era una cosa piacevole, ma guardando indietro è stato importantissimo per me»

L’inserimento in prima squadra fu quindi graduale, sempre seguendo fedelmente la via della pazienza e della formazione personale. Come detto c’era la necessità di capire quale fosse effettivamente il margine di maturità dell’uomo, prima che dell’atleta: una concezione che oggi potrebbe apparire quantomeno singolare ma che allora, probabilmente, si rivelò fondamentale per la carriera del centravanti inglese.

 

L'esordio di Alan Shearer

La zuccata parte dell’ “hat-trick” in quel di Highbury: fuor di retorica, un esordio da predestinato

 

BLACKBURN ROVERS, IL “LEICESTER” DEGLI ANNI ‘90

 

Shearer militò nelle fila dei Saints per altre quattro stagioni, dimostrandosi un attaccante già maturo e sicuro dei propri mezzi, capace di segnare oltre una ventina di gol. Nell’estate del 1992 arrivò anche la convocazione all’Europeo di Svezia da parte dei Tre Leoni: la vetrina perfetta per un giovane in rampa di lancio, ed effettivamente in Scandinavia riuscì a collezionare una rete ma soprattutto prestazioni solide ed incoraggianti. L’indiscusso potenziale lo fece entrare al momento giusto nel mirino di Jack Walker, un ambizioso imprenditore che aveva appena rilevato il Blackburn Rovers e pianificava di riportarlo, dalla seconda serie, fin sul tetto d’Inghilterra.

 

Un sogno sulla carta un tantino ambizioso – considerando la situazione della squadra ed il fatto che il titolo mancava da quasi 80 anni – ma non per un magnate dell’acciaio un po’ megalomane che si presentò dal Southampton con le idee ben chiare, e munito della giusta pecunia per far capire che le intenzioni erano serie. Walker è la prima figura decisiva nella carriera di Smookycolui che, staccando un assegno di 3,6 milioni di sterline e mettendolo al centro di un progetto assai lungimirante, per primo crederà nelle sue potenzialità per grandi palcoscenici.

 

Ma questa non fu l’unica decisione inusuale e spiazzante che venne presa in quelle settimane. Shearer osò infatti rifiutare la corte di Sir Alex Ferguson che, proprio a quei tempi, stava allestendo la squadra che di lì a poco avrebbe dominato in tutta Europa. Qui infatti entra in scena un nuovo personaggio della storia, a cui va attribuito il merito del gran rifiuto: il manager scozzese Kenny Dalglish, allenatore del Blackburn Rovers. A differenza del suo collega quest’ultimo volle conoscere di persona l’attaccante, organizzando un fine settimana con le rispettive consorti nei dintorni di Southporth, e ciò si rivelò decisivo nel corteggiamento al centravanti.

 

Alan Shearer e Kenny Daglish

Kenny Daglish taglia a metà il premio di giocatore del mese (alla sinistra di Daglish, tagliato, c’è l’altro artefice del miracolo dei Rovers)

 

Sono i primi mattoni, le solide fondamenta di uno dei miracoli sportivi più entusiasmanti degli ultimi decenni, quello che possiamo considerare il progenitore dell’impresa targata Leicester. Come la compagine di Ranieri, però, il processo di formazione richiese tempo e si potè realizzare solo con l’acquisto dell’ultima fondamentale pedina di questo scacchiere; proseguendo nell’analogia con il Leicester, come Vardy aveva avuto bisogno del suo Mahrez, anche la compagine del Lancashire necessitava di una coppia ben assortita che potesse guidare un manipolo di semisconosciuti “underdogs” alla vittoria del titolo.

 

 

Due stagioni dopo la firma del contratto da parte di Shearer venne allora prelevato dal Norwich Chris Sutton, un’ex mezz’ala che vide spostato il suo raggio d’azione di una ventina di metri per stare più vicino all’area avversaria. Affiancato allo spietato centravanti formò un tandem senza precedenti, e così nell’annata ‘94-’95 vide la luce la “SAS”, (acronimo di “Shearer And Sutton”), anch’essa antecedente alle più moderne e fortunate “MSN” o “BBC” ma considerabile come una delle intese più iconiche della storia di questo sport. Nella scalata al titolo sfornarono 49 reti in due (34 Shearer e 15 Sutton) senza considerare gli assist, divenendo il micidiale terminale offensivo di un compatto 4-4-2 molto british.

 

 

Come da copione, il finale di una storia simile doveva per forza rispettare le attese. Così l’ultima giornata prevedeva che i ragazzi di Dalglish, a più uno sullo United, si scontrassero con il Liverpool, mentre i rivali dovessero passare attraverso le insidie del compianto Upton Park. Il Blackburn visse il suo psicodramma in una rimonta subita (dopo il solito gol di Shearer) e concretizzatasi nel 2-1 al 90′ per i Reds, ma fortunatamente a Londra un’eroica battaglia degli Hammers fermò i Red Devils sull’1 a 1. Ci siamo, come aveva previsto Walker: il titolo era tornato nel Lanchashire, e l’attaccante più forte del paese vinse il suo primo titolo di squadra. Per Alan Shearer fu il trionfo della “scelta sbagliata”.

 

Alan Shearer e Chris Sutton

Il più bello dei lieto fine: Alan Shearer e Chris Sutton applauditi anche dal pubblico di casa (diciamo che i tifosi del Liverpool non erano così dispiaciuti per il titolo mancato dallo United…)

 

NEWCASTLE, SI TORNA A CASA

 

È anche per questo che dopo la stagione successiva, in cui non erano arrivati nuovi innesti – si narra che il chairman abbia scartato in fretta ed in furia un certo Zinedine Zidane sicuro di poter contare su Tim Sherwood -, Shearer decise che il suo tempo al Blackburn era terminato. L’estate del 1996 allora, quattro anni dopo quella del passaggio al Blackburn, fu altrettanto capace di destabilizzare le certezze del centravanti: fu infatti oggetto di una corte serratissima da parte dei migliori club del continente, con il calciomercato dell’epoca che lo presentava come il pezzo più pregiato della collezione.

 

Partecipò perfino l’avvocato Agnelli che, vista la predilezione del giocatore per i colori bianconeri dei “suoi” Magpies, sperava potesse optare per quelli della Vecchia Signora, pronta a ricoprirlo d’oro e di gloria. Come racconterà nella sua autobiografia, in quei giorni Shearer fu assalito da dubbi e tormenti.

“La mia mente spingeva verso United o Liverpool, ma il cuore mi indicava Newcastle”.

Come ogni amore mai sbocciato, c’è sempre una seconda possibilità che il partner meno innamorato prova a concedere all’altro, cercando di lasciarsi convincere pur sapendo, in cuor suo, che ciò non avverrà mai. È il caso di Shearer e del Manchester United, le cui strade si incrociarono nuovamente; stavolta il bomber si presentò a casa di Ferguson con cappellino da baseball in testa e occhiali da sole scuri per non dare troppo nell’occhio. La possibilità era tangibile, la chance venne concessa e valutata fino all’ultimo ma, anche a questo giro, la scintilla non scoccò: i Red Devils e soprattutto il manager scozzese ricevettero l’ennesimo due di picche.

 

Alan Shearer, più inglese non si può

Come poteva non piacere all’Inghilterra profonda? (Immagine del febbraio ’97 via Getty Images, Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport)

A questo punto emerse una nuova figura, ancora un allenatore, capace di sparigliare le carte e di sbloccare lo stallo. Fu la leggenda Kevin Keegan in persona a fare breccia nel suo cuore, promettendogli la maglia numero 9 della squadra per cui Alan tifava sin da bambino e che ammirava estasiato da raccattapalle. Bastò una sola serata spesa con la moglie Tanya al concerto di Bryan Adams per decidere che era l’ora di tornare a casa: in fondo questo era l’approdo naturale per uno come Alan Shearer.

 

 

Per la cifra monstre (per l’epoca) di 15 milioni di sterline il centravanti coronò il sogno di poter giocare tra le mura del mitologico St. James’ Park. L’abbraccio della comunità a questo punto non tardò a farsi sentire, e anzi fu immediato: in uno slancio di gratitudine e orgoglio, gli abbonamenti schizzarono fino alle 52mila tessere. In pratica, su un totale di 250mila abitanti, equivaleva a dire che un quinto della popolazione aveva deciso di riempire gli spalti ogni benedetta domenica.

 

 

La nuova avventura iniziò con un scopo ben preciso: superare il record di reti del club, da cinquant’anni in mano a tal Milburn. Le cose sembrarono prendere la piega giusta nei primi anni, fino a che Shearer incontrò sulla propria strada l’unica figura meritevole di una menzione nella sua lista dei cattivi. Ruud Gullit, la cui carriera in panchina fu breve ed impietosa rispetto a quella da calciatore, riuscì infatti a inserire nel suo curriculum manageriale anche uno scontro aperto con la stella e capitano della sua squadra, nonché totem del calcio inglese. Alla soglia dei 29 anni Alan pensò seriamente al trasferimento o anche al ritiro, scontento delle troppe panchina che gli erano state inferte.

“Il suo licenziamento fu una fortuna, perché se fosse rimasto io avrei dovuto andarmene. Mi si sarebbe spezzato il cuore, ma non avrei dato tutto me stesso per lui e sarebbe stato ingiusto per il club”

La statua di Alan Shearer a Newcastle

Invece la storia a Newcastle upon Tyne, Inghilterra, si concluse così (Foto di Stu Forster/Getty Images)

 

Si era arrivati a un bivio, o lui o io: fortunatamente per Newcastle fu Gullit a cedere e la spirale negativa (umana ancor prima che sportiva), si concluse con l’arrivo di Sir Bobby Robson. Suo grande ammiratore dai tempi di Barcellona, ma a cui Shearer aveva rifilato un altro sonoro due di picche, il manager inglese gli riaffidò la fascia di capitano usurpata precedentemente, donandogli una seconda giovinezza calcistica. Non fece in tempo a tornare titolare che, il 15 settembre del’99, segnò addirittura 5 gol al Sheffield Wednesday liberandosi da tutte le pressioni e i cattivi pensieri dei mesi precedenti.

 

Sollevato da questo fardello, Shearer marciò stagione dopo stagione fino alla tanto agognata 206esima rete che lo inserì nell’olimpo del club bianconero. Non fu una rovesciata o un gol da fuori, niente di troppo appariscente, come da suo stile. Un comune rigore contro il Sunderland – lì è pur sempre un derby -, siglato il 17 aprile 2006, lo stesso giorno in cui fu costretto al ritiro in seguito all’ennesimo infortunio. Una storia dall’andamento circolare che ha come protagonista un ragazzo come tanti, ma dotato di un talento da centravanti che l’Inghilterra non avrebbe più ammirato.

 

Un viaggio che lo ha visto partire da tifoso del Newcastle e adolescente di belle speranze per tornare a casa come un uomo, un eterno ritorno nei suoi luoghi che ha fatto di Alan Shearer non solo una bandiera ma ancor prima un simbolo, un rappresentante di certi valori. In una Premier League che diventava sempre più internazionale quella di Shearer è stata l’ultima grande narrazione dei dimenticati, della working class, degli inglesi fin nel midollo; di chi in definitiva, anche potendo scegliere le vittorie, la ribalta e la gloria del centro, ha pur sempre e ostinatamente preferito le radici della sua periferia.

“Quando ero un ragazzino volevo giocare per il Newcastle United, volevo indossare la maglia numero 9 e segnare al St James’ Park. Ho vissuto il mio sogno e mi rendo conto quanto sia stato fortunato ad averlo fatto”.