L’estate 2019 passerà alla storia del calcio italiano come quella in cui (tra le varie trattative) l’ex juventino Antonio Conte è approdato sulla panchina dell’Inter, mentre l’ex napoletano Maurizio Sarri è andato alla Juventus. C’è chi ha ricordato che Antonio Conte, leccese d’origine, ha allenato anche il Bari e chi tende a sminuire i clamori notando come storicamente certi movimenti ci siano sempre stati e che non è una novità il passaggio da una sponda a un’altra avversa. In tema Juve-Inter c’erano già stati i casi di Trapattoni, Lippi e tra gli altri, andando indietro nel tempo, anche il due volte campione del mondo Giovanni Ferrari, allenatore sia della Juventus che dell’Ambrosiana-Inter, dopo essere stato giocatore (in entrambi i casi per cinque stagioni) dei bianconeri e dei nerazzurri.

 

Oggi, tuttavia, casi del genere sono commentati e giustificati alla luce di una precisa espressione semantica, che esalta la “professionalità”, il professionismo alla base di una scelta che il linguaggio ultrà, senza troppi fronzoli, giudica un tradimento. Professionismo: tutto è lecito. A un ragazzino nato nel 2005, e che segue il calcio, sembrerà assolutamente normale che un ex allenatore vincente al Milan vada alla Juventus, che un ex allenatore della Juve vada all’Inter, che un ex allenatore della Roma, autore della frase «Mai alla Juve», finisca poi regolarmente alla Juve.

 

Fa un po’ impressione vederli così, ma la parola d’ordine è la solita: professionismo.

Secondo Eduardo Galeano «ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa lì ricomincia la storia del calcio». Vale allora la pena prendere per mano questo bambino immaginario e condurlo fino alle origini del football. Per scoprire che il calcio è roba da dilettanti. Almeno ai suoi primordi.

«Il pericolo, per noi moderni, sta nella tendenza a considerare tutte le teorie degli altri tempi e dovute ad altre condizioni come assolutamente prive di valore e nel ritenere valevoli solo le nostre. Noi ci consideriamo come quelli che primi raggiunsero nuovi ed originali punti di vista, ma “nihil sub sole novum”, dice il vecchio adagio, e non dobbiamo dimenticare la critica di Mefistofele: “Nulla si può pensar di dritto o torto che pensato non abbia il mondo antico”».

È una frase di James Richardson Spensley, tra le tante cose fondatore della sezione football (avviata nel 1896) del Genoa Cricket & Football club 1893. La frase di Spensley compare in epigrafe al sontuoso L’età dei pionieri. Football 1898-1908, curato dalla Fondazione Genoa, ed è tratta da Teosofia moderna, un libretto dello stesso Spensley – che oltre a essere footballer, fu anche medico, filantropo, studioso di lingue, filosofie e religioni antiche, e tra i padri dello scoutismo – recentemente ristampato dall’editore genovese Fabrizio Calzia. L’eclettismo di Spensley, valutato oggi, traccia differenze abissali con l’immagine che noi abbiamo dei calciatori.

 

L’eclettismo fatto persona, rimasto nella storia di Genova

Genera curiosità scoprire che Spensley, nei suoi anni da calciatore, ha ricoperto posizioni in campo indicativamente corrispondenti (non esisteva ancora una precisa numerazione delle maglie) ai numeri 5, 3, 1. Mediano, difensore, soprattutto portiere: questo era lecito nel calcio dilettantistico dell’età dei pionieri. Emilio Colombo, quando Spensley morì in guerra nel novembre 1915, lo ricordò così sullo Sport illustrato:

“Sembrava un uomo maturo, lento nei movimenti, invece, giuocava bene, era agilissimo, fortissimo. Un preciso colpo d’occhio; un’ottima presa, un sicuro coraggio. Fu il primo ad insegnare ai  nostri portieri la respinta. Guidava la sua squadra, l’allenava, la capitanava. Giocatore amava presentarsi in maglia bianca e molte volte anche in leggera maglietta rosa”.

Ma non solo, perché in perfetta linea con lo spirito dilettantistico del tempo, Spensley «quando si decise ad abbandonare il campo di giuoco diventò un arbitro apprezzato e desiderato, perché preciso e imparziale. Arbitro, appariva in campo in costume blu scuro, filettato in rosso». Ritiratosi in Campetto, nelle camere dell’hotel Union in cui viveva, «tra i suoi bronzi, le sue miniature, a studiare, a ricercare, a vivere tutta la sua profonda vita d’artista», Spensley ha anche ispirato una poesia di Edoardo Sanguineti.

 

Spensley tra i pali, letteralmente

Fu arbitro e anche allenatore dell’Andrea Doria. Perché in quel contesto, dove forse fu lo spontaneismo più che il dilettantismo a farla da padrone, Spensley arbitrò tra le altre anche una Andrea Doria-Torino (0-0) e una Torino-Milan (1-1) del campionato 1907. Non diversamente da Herbert Kilpin, fondatore del Milan, e Franz Calì dell’Andrea Doria, primo capitano della Nazionale. Calciatori e arbitri allo stesso tempo.

 

 

Emergeva, in generale, lo spirito che ha contraddistinto l’epoca dei gentleman-amateur, come lo hanno descritto gli storici Antonio Papa e Guido Panico nella loro Storia sociale del calcio in Italia, «di uno sportsman, eroe dell’athleticism, impastato di agonismo e di fair play, un insieme di vitalità e di correttezza, di spensieratezza e di eleganza».

 

Targa del comune di Genova in omaggio a James Spensley

C’è chi ha azzardato paragoni tra Spensley e il brasiliano Socrates, entrambi medici prestati al calcio. Chissà, tuttavia, che lo spirito del calcio pionieristico Socrates non l’abbia percepito nel 1988 quando ha indossato la maglia rosa-marrone (pink-chocolate) del Corinthian Casuals, club dilettantistico di Londra, fondato nel 1882 come Corinthian Fc e poi fusosi nel 1939 con il Casuals. È la squadra cui il Corinthians paulista, quello brasiliano, deve il proprio nome e la propria maglia bianca: nel 1988 si giocò un’amichevole celebrativa di questa amicizia, con diretta tv seguita da 15 mila spettatori, con Socrates – capitano dei paulisti – che giocò metà partita con gli inglesi.

 

 

Ma cosa c’entra il Corinthian Casuals col dilettantismo dei pionieri e con l’etica gentleman amateur? Praticamente tutto. Il Corinthian osteggia essenzialmente una regola: quella del calcio di rigore. Perché, come ha spiegato Alessandro Polenghi nel corso di una puntata della trasmissione radiofonica C’era una volta o rei , «nessun gentleman commetterebbe deliberatamente e volontariamente un fallo». Pertanto, era ritenuta inutile perfino la presenza di un arbitro.

 

 

Il Corinthian giocava quindi senza l’arbitro. Era il “Corinthian style”, modus operandi del club che ha fornito diversi giocatori alla Nazionale inglese ottocentesca e contribuito allo sviluppo del “pass game” nel calcio. Da statuto, rispettato ancora oggi – il Corinthian Casual milita in Non League, nella Isthmian League – è proibita la partecipazione a competizioni a premi. Inoltre, il Corinthian Casuals ha sempre rifiutato di entrare nella Football League, ossia nel professionismo.

 

In occasione di quella storica amichevole: da notare la maglia chocolate & pink del Corinthian Casuals, tra il meraviglioso e il kitsch

Quando nel 1895 Thomas M.M. Hemy dipinse Calcio d’angolo, uno dei primi quadri dedicati al calcio, raffigurò un gruppo di giocatori di Sunderland e Aston Villa raggruppati alla rinfusa all’interno di un’area di rigore semicircolare. Il calcio dei pionieri, giova ricordarlo, era solo «calci». I vecchi reportage raccontano non di due squadre schierate in campo ma di due gruppi, di undici uomini ciascuno, senza alcuno schema degno di questo nome.

 

 

Si passò in breve tempo al cosiddetto “dribbling game”, la cui invenzione si deve al Corinthian, una delle due squadre che diede vita al Corinthian Casuals, basato esclusivamente sull’azione personale, sulla forza più che sulla tecnica. Escluso il portiere, tutti i giocatori erano ammassati in mezzo al campo senza un criterio ben preciso, fino a quando la fase primordiale dell’«uno contro tutti» venne superata grazie agli scozzesi del Queen’s Park di Glasgow, con l’evoluzione al “passing game”. Fine dei lanci alla viva il parroco e inizio di un gioco basato su un’idea più razionale. Ma nemmeno per sogno questo significò un avvicinamento al professionismo: anzi, quelli del Queen’s Park professionisti non lo vollero diventare mai.

 

 

La più antica squadra scozzese, fondata nel 1867, è rimasta fedele al proprio motto latino (sui motti latini nel mondo anglosassone cfr): Ludere causa ludendi, giocare per il gusto del gioco. Perché risale alla fondazione del club, che ha tuttora diritto a giocare ad Hampden Park, stadio della Nazionale scozzese, la regola per cui i calciatori non sarebbero mai stati pagati per giocare. Regola che fa del Queen’s Park l’unica società amatoriale della Scottish Professional Football league. Idee che resistono nel tempo: ispirandosi a Ludere causa ludendi,il Palermo calcio popolare, squadra di Prima categoria, ha avviato nel 2019 la propria campagna tesseramenti.

 

A più di 150 anni di distanza, lo spirito resta quello

 

Se oggi, in qualunque parte del mondo si assista a una partita di calcio, esiste la regola del fuorigioco, una porta delimitata da una traversa, il calcio d’angolo, la rimessa in gioco, il calcio di punizione, la durata della gara fissata a novanta minuti, tutto questo lo si deve ad amatori (fieri di essere rimasti tali). Lo Sheffield Football club, fondato nel 1857, oggi militante nell’ottava divisione del calcio inglese, è il club calcistico più antico al mondo. Nathaniel Creswick e William Prest, tra i fondatori del club, varando le Sheffield rules, hanno dato un codice universale al calcio moderno per come noi lo conosciamo.

«Not for money, but for the love of the game»,

ripete ancora oggi il presidente Richard Tims, intervistato dal filmmaker Victor Vegan nel documentario Where it all began. Da dove tutto ebbe inizio. In Inghilterra fino al 1880 le finaliste di FA Cup erano formate da ex allievi dei college. Già dagli anni Settanta dell’800, tuttavia, il denaro aveva iniziato a circolare sotto forma di rimborsi spese e premi di trasferimento, e il professionismo in Inghilterra venne sdoganato nel 1885.

 

Da dove tutto è partito, 162 anni or sono

Da noi bisognerà aspettare ufficialmente il 2 agosto 1926, la riforma dell’ordinamento calcistico italiano introdotta con la Carta di Viareggio che in primis apriva al professionismo. Il documento divideva infatti i calciatori in due categorie, dilettanti e non-dilettanti. Dietro la definizione “non-dilettanti”, si celava quello che fino a quel momento era stato percepito come un malcostume di ambiguità diffuso, ovvero il riconoscimento di numerosi precedenti di calciomercato avvenuti clandestinamente. Il primissimo, il passaggio di Renzo De Vecchi dal Milan al Genoa nel 1913 per 24 mila lire, poi quello di Virginio Rosetta dalla Pro Vercelli – che era rimasta fedele ai valori del dilettantismo – alla Juventus, nel 1923, per 50 mila lire. Perfino il Guerin Sportivo reagì con sarcasmo:

“Da oggi, mercé gli sforzi combinati juventino-vercellesi, è possibile determinare il valore di una squadra: quella vercellese vale 550.000 lire” (50.000 × 11).

Se è vero, come ha scritto Eduardo Galeano, che laddove un bambino prende a calci qualcosa lì «ricomincia la storia del calcio», è altrettanto vero che, simbolicamente, da quelle 50 mila lire pagate per il professionista Rosetta riparte la storia del calcio moderno, così come oggi lo conosciamo.

 

Per ricordarci da dove veniamo, anche se oggi parliamo solo di Juventus e CR7

Ma alla fine di questo lungo viaggio, sperando di non averlo stremato insieme al lettore, ci piace pensare che il bambino immaginario che abbiamo fin qui condotto sappia ora chi erano Spensley, lo Sheffield Fc, o il Corinthian Casuals. Che magari, se tifoso interista, oltre a sapere di Antonio Conte allenatore della sua squadra, sappia anche che Achille Gama Malcher, brasiliano nato a Parà, tra i fondatori dell’Internazionale nel 1908, successivamente si è dedicato all’arbitraggio, perché a quei tempi si poteva fare.

 

Oppure, se tifoso juventino, che un giorno vedesse una foto di un vecchio capitano bianconero, che campeggiava anche sulla copertina della rivista Hurrà: Carlo Bigatto, posa da guerriero, baffi da pirata e in testa uno strano copricapo alato. Prima centravanti, poi mediano, fu soprannominato “l’ultimo dei dilettanti”. Rifiutò sempre di essere stipendiato dalla Juventus, non volle mai premi. Una scelta di autonomia forse dettata dal vizio del fumo, «una condizione privilegiata che gli permetteva di fare quello che voleva». Ebbene Bigatto fa parte della storia della Juventus. Da molto, molto tempo prima di Cristiano Ronaldo.