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Interviste
4 Aprile

Nella culla del Football

Alberto Fabbri

77 articoli
Intervista all'autore Stefano Faccendini, impareggiabile appassionato di calcio inglese.

Mente e penna del blog Quando gli scarpini erano neri, nonché autore di Tifosi & Ribelli, Noi siamo il Wimbledon, La Trasferta e Che sarà sarà, durante la settimana lavora per Opta, colosso della raccolta e gestione di dati rilevati in occasione di eventi sportivi, ma solo in attesa del fine settimana. Infatti, quando finalmente giunge il sabato mattina, può partire alla volta dei più suggestivi campi di Inghilterra, prediligendo il fascino dei gradoni lontano dai riflettori della Premier League. Oggi ci regala una prospettiva privilegiata sull’isola dei maestri del football!

 

Nel tuo ultimo libro “Sogni e Realtà – un viaggio nella FA Cup e nel cuore del calcio inglese” (Ultra, luglio 2018) ci accompagni attraverso i tredici turni della F.A. Cup, dal turno extra-preliminare fino alla finale di Wembley, ovvero il quattordicesimo ed ultimo atto. Come si evince dalla lettura, le differenze impietose con la nostrana Coppa Italia non risiedono esclusivamente nella formula della competizione. Quali sono i caratteri che rendono davvero unico questo torneo?

 

Sono due cose diverse: la Coppa Italia direi che come formato e prestigio si avvicina più alla Coppa di Lega inglese che non alla FA Cup. Credo che questa sia unica, per storia e tradizione soprattutto. E poi c’è l’aspetto della imprevedibilità, il sorteggio libero, le partite secche che danno di fatto una possibilità in più alle compagini di divisioni inferiori. Nei turni preliminari di agosto si arriva fino al decimo livello della piramide, squadre di cittadine e paesini hanno la possibilità di sognare Wembley. Ovviamente non è mai accaduto, ma sono sicuro che qualsiasi giocatore impegnato in una gara di FA Cup, prima di dormire, sogna di arrivare magicamente fino all’ultimo atto. E questo vuol dire tanto.

 

 

L’ultima fatica letteraria (ultraedizioni.it)

 

Sebbene la F.A. Cup possa godere ancora di fascino e notorietà, soprattutto presso le compagini della serie inferiori, purtroppo è innegabile il suo declino a scapito di Premier League e Champions League. Com’è possibile spiegare questo tramonto?

 

L’esposizione mediatica del calcio ha inciso molto. Una volta la finale di FA Cup era l’unico evento calcistico in diretta, Mondiali a parte, un evento che iniziava la mattina e finiva ben dopo il fischio finale e la premiazione. Le telecamere seguivano le squadre negli hotel, sui pullman che le portavano allo stadio, nel tunnel prima di entrare. Era un evento magico, bambini, famiglie, generazioni incollate davanti al piccolo schermo, perché poi dovevi aspettare un altro anno per assistere ad una partita del genere. Oggi hai calcio in diretta tutti i giorni, su ogni dispositivo, da tutto il mondo, più qualsiasi gol del passato salvato in Rete. Non c’è attesa, non c’è curiosità. Il successo mediatico della Champions è frutto di tutto questo. I bambini sanno a memoria la formazione del Barcellona che è in TV ogni settimana, ma magari ignorano i nomi dei giocatori del club che gioca a dieci minuti da casa. La Premier League, o meglio il suo strapotere economico, ha indubbiamente schiacciato la FA Cup, che rimane importante solo per le squadre più piccole, le quali ancora considerano il sorteggio contro una grande come l’acquisto del biglietto vincente della lotteria. Per ridare prestigio alla competizione, probabilmente dovrebbe esserci più copertura, più interesse da parte dei media. Più interesse, più sponsor, più sponsor più soldi, lo so che è triste, ma è così. Se arrivare in una posizione più in alto in Premier League garantisce un introito maggiore che alzare la coppa, è ovvio che la priorità per le squadre sarà sempre il campionato.

 

 

Proprio dai tuoi incontri con i rappresentanti dei club della cosiddetta “Non League” emerge un netto divario culturale nell’approcciarsi al football, tra Italia ed Inghilterra. Qual è la tua opinione in merito?

 

In Italia, a parte le situazioni in cui i tifosi non sono dovuti scendere in campo per salvare i propri colori da fallimento e morte certa, c’è un approccio più distaccato. Non in termini di passione, ma di impegno. Io pago, tifo, contesto (a seconda dei casi), vado a casa. In Inghilterra, il football club è qualcosa di più di una squadra di calcio, e più scendi di categoria più è evidente. Lo stadio, o il campo, è un punto di ritrovo, un centro di aggregazione e non solo per i giovani, anzi. La maggior parte del mondo Non League non potrebbe sopravvivere senza il volontariato di migliaia di persone che offrono tempo, risparmi e capacità professionali, per mandare avanti quelle che sono di fatto istituzioni cittadine il più delle volte centenarie. Chi ti stacca il biglietto, chi ti vende il panino o il programma, chi pulisce le gradinate, chi dipinge gli stand, chi ti serve una pinta o la sciarpa (!) è tutta gente che è lì per aiutare, nessuno viene pagato. Questa è la differenza più grande, l’impegno che vuol dire anche orgoglio e appartenenza.

 

 

Ogni campo, un “club shop” ed i suoi volontari (quandogliscarpinieranoneri.wordpress.com)

 

 

Dodicesimo uomo in gradinata, tuttofare volontario per amore della propria squadra, oppure dirigente di un Supporter Trust. Sotto molteplici vesti, il tifoso è assoluto protagonista del libro, nonché ultimo depositario dell’eredità culturale ed emotiva di una squadra. Ritieni che i modelli di partecipazione attiva alla gestione societaria da parte dei sostenitori possano essere una risposta efficace anche alle deficienze gestionali del calcio italiano?

 

Tantissimi anni fa scrissi un libro sul Wimbledon FC e AFC. Mi avvicinai al mondo dei Supporters Trust, frequentai squadre e persone che mi aprirono gli occhi su questo movimento. Credo di poter dire di aver aiutato il suo arrivo in Italia, anche se poi non ho avuto più il tempo di seguirne gli sviluppi. Per me è l’unico modello possibile, ma le grandi società non lo prenderanno mai seriamente in considerazione (vedi le tristi figure degli SLO); chi mette soldi di solito non vuole interferenze. In Italia ogni anno falliscono decine di club, di solito gestiti da persone che non hanno capacità né professionali né economiche, spesso bugiardi che promettono facili successi per fare i propri interessi e che i tifosi faticano a mettere a fuoco, perché accecati dalle proprie aspirazioni. Si dovrebbe mettere da parte la sete di successo e accettare le proprie dimensioni. A volte inseguire un sogno si trasforma in un incubo, e ciò non vuol dire non essere ambiziosi, ma semplicemente essere realisti.

 

 

“Football without fans is nothing”, affermava Jock Stein, eppure troppo spesso si dimentica tale massima. Il “modello inglese” di matrice thatcheriana raccoglie sempre ampi consensi da parte di presunti esperti, che dibattono sulla violenza negli stadi in Italia. Un occhio critico, però, potrebbe demitizzarne diversi aspetti e muovere l’accusa di aver soppresso l’atmosfera negli impianti. Tu da che parte ti schieri?

 

Io ho cominciato a seguire il calcio amatoriale inglese, perché quello che da ragazzo cercavo in First Division (la Premier League è partita nel 1992) non l’ho più trovato. Questo per rispondere alla domanda sull’atmosfera degli impianti che ormai è abbastanza piatta ovunque. Ogni tanto vado a vedere partite di Premier o di Championship, ma il 90% delle mie esperienze dal vivo ormai riguarda il calcio dilettanti. E quando vedo anche 30-40 persone che cantano per novanta minuti con le sciarpe del club, in trasferta a centinaia di km di distanza, per una gara al livello sette o otto della piramide, mi commuovo, mi emoziono. Il modello inglese è una frase fatta che vuol dire molte cose e non vuol dire niente, ognuno la usa come vuole, ma senza sapere di che parla. La repressione thacheriana? La diminuzione degli incidenti negli stadi (non la scomparsa, attenzione) è sì stata frutto di sanzioni più pesanti e controlli (CCTV) più attenti, ma anche di un cambio di costume e poi della base del tifo. Sono argomenti su cui sono stati scritti volumi interi. Per altri, il modello inglese è quello economico della Premier League, fondato sull’avidità e sulla televisione, dove ai tifosi è lasciato il ruolo di comparse, di cornice, mentre invece dovrebbero sempre essere protagonisti, come succede a livello amatoriale.

 

 

Il fattore campo (quandogliscarpinieranoneri.wordpress.com)

 

Tuttavia, dall’accordo per calmierare i prezzi dei settori ospiti all’ormai imminente ritorno dei posti in piedi negli stadi di EPL e Championship, sembra che il confronto tra istituzioni, leghe ed associazioni di tifosi possa restituire dignità agli appassionati in Inghilterra. Si può essere ottimisti in questo senso?

 

Spero. La FSF si impegna molto in questo senso, ma i club potrebbero e dovrebbero fare di più. La campagna 20 is plenty ha finalmente riconosciuto il ruolo fondamentale del tifoso in trasferta, anche se il limite è 30 più che 20. Molte squadre di League One e Two hanno biglietti ancora troppo cari, magari se filtrasse qualche milione in più dall’alto non dovrebbero ricorrere a certi prezzi e più gente varcherebbe i tornelli. Per i posti in piedi non so se essere ottimista, sono anni che se ne parla, ma a parte qualche test non si è andati oltre. Come il divieto di bere alcolici in vista del campo (altra cosa che tra i dilettanti non esiste). Se ne parla e questo è buono, ma i tempi sembrano lunghi. Spero di sbagliarmi, tuttavia anche l’associazione delle famiglie delle vittime di Hillsborough si è pronunciata contro un ritorno delle terraces e la cosa, seppur comprensibile, non aiuta la causa.

 

Il Mondiale russo ha riacceso l’entusiasmo nei confronti della nazionale dei Tre Leoni. Qual è lo status tecnico del calcio inglese? E le prospettive dell’orizzonte economico-finanziario del movimento?

 

Considerando le delusioni in serie rimediate per anni, si sapeva che sarebbe bastato poco per “riaccendere gli entusiasmi”. Tunisia, Panama, Colombia ai rigori e Svezia (con tutto il rispetto per gli Azzurri) erano compagini piuttosto abbordabili. Ma Southgate ha fatto meglio di Eriksson, Capello o Hodgson, nonostante l’esperienza limitata, ed ha attinto dalle nuove leve a piene mani, non giocando a fare il tattico, ma sfruttando le qualità di ogni giocatore a sua disposizione. Sembra normale, ma molti tecnici vogliono lasciare talvolta la loro impronta in modo disperato e a scapito del team. Durante gli anni dei fallimenti continentali e mondiali, la FA ha investito molto nel calcio giovanile e nel centro di St. George. Ha copiato quanto fatto da spagnoli, tedeschi e francesi in anni recenti (tutte squadre che hanno vinto la coppa del mondo del nuovo millennio).   Il risultato è che l’Inghilterra ha ottenuto ottimi risultati a livello giovanile e che anche in prima squadra oggi ha l’imbarazzo della scelta. Il problema non è tecnico ma mentale: la pressione, una volta indossata la casacca con i tre leoni, è immensa e molti di questi ragazzi la sentono troppo. Le prospettive credo siano buone, ma più soldi dovrebbero essere investiti nel grassroots football per aiutare dal basso, i ragazzi, i giovani. Il calcio rimane ancora lo strumento di inclusione sociale più potente che esiste, non è solo uno sport.

 

 

Non-League: vivere per gli agognati 90′ della domenica! (quandogliscarpinieranoneri.wordpress.com)

 

Infine, al di là delle fortune raccolte, in particolare dai tecnici italiani, e dei pessimi ricordi lasciati da alcuni loschi figuri, come è visto il pallone del Belpaese dalla prospettiva d’Oltremanica?

 

La Serie A, e il calcio italiano in generale, continuano a godere comunque di grande fascino, nonostante non esistano più gli squadroni di un tempo e non siano più i protagonisti delle coppe europee. In più c’è lo zoccolo duro cresciuto con Gazzetta Football Italia, condotto da James Richardson su Channel 4, a fine anni 90 e inizio anni Duemila. Per assurdo, i loschi figuri contribuiscono ad alimentare questa immagine bella e maledetta dell’Italia, non solo calcistica. Basta vedere le varie serie sulle bande criminali che vanno di moda su Netflix, o l’opinione generale sulla nostra situazione politica, passata e presente. Le tifoserie calde, quelle che sono rimaste, gli stadi decrepiti, gli scandali, da una parte forniscono un’immagine triste del nostro calcio, ma dall’altra lo rendono unico almeno tra quelli che sono considerati i campionati più importanti del mondo. È un paradosso, ma è così. Andare a San Siro, a Napoli, a Firenze o al derby di Roma, è ancora parte del Grand Tour degli appassionati di calcio britannici.

Qual è la percezione riguardo alla Brexit nel mondo sportivo? Sapresti anticipare le conseguenze più rilevanti? 

È la stessa che c’è in giro, confusione totale. La verità è che ancora non si sa nulla, in Parlamento sono tre anni che discutono su come uscire, ma le conseguenze sono assolutamente impossibili da prevedere. Anche la gestione dell’immigrazione al momento è ancora un mistero. Prima dicono che ammetteranno solo chi ha “high skills”, poi si rendono conto che senza persone che fanno “low skilled jobs” dovranno chiudere la metà di bar, hotel e ristoranti. I calciatori che sono? Dipenderà dal livello? Premier League da una parte, League Two da un’altra? Non ne ho idea, non so neanche cosa succederà a me!

“Da bordocampo è tutto” (quandogliscarpinieranoneri.wordpress.com)

A partire dalla tua professione, potresti spiegare come vengono impiegati i dati dalle società sportive? Possono essere considerati uno strumento critico per competere ai massimi livelli?

Parte dei dati sono usati per informare (sono pubblicati sui siti, sulle cartelle stampa, sui social media ufficiali), altri, molto più accurati e dettagliati, sono usati dal corpo tecnico per analizzare le proprie partite e per studiare quelle degli avversari. Infine ci sono quelli usati per lo scouting, per cercare i campioni del domani. I dati sono un aiuto. Per me oggi, con tutti i soldi che i club sprecano, i dati sono un investimento contenuto e che non si può ignorare. Certo, vanno saputi leggere, ma un bravo analista può fare la differenza sia nella preparazione di una partita sia nella scelta di un giocatore da vendere o da comprare.

A tuo parere, il calcio può essere interpretabile mediante le statistiche, pur non essendo uno sport “ad alta produzione di dati”? 

Il calcio è arrivato per ultimo, vero, ma credo stia guadagnando terreno grazie anche alle nuove tecnologie. Il calcio è lo sport che muove più soldi, e quindi è normale che ci sia sempre più attenzione intorno anche a questo aspetto. Direi anche che di dati se ne producono parecchi, non tutti interessanti ma comunque tanti, sia a livello di prestazione tecnica che fisica. Le statistiche aiutano senz’altro a raccontare il calcio, basta saperle usare e dosare.


Ringraziamo Stefano Faccendini per la cortesia e la disponibilità.

Tutte le immagini, copertina compresa, sono tratte dal suo blog quandogliscarpinieranoneri.wordpress.com


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