Andrea Agnelli purtroppo ha ragione ma per fortuna ha torto. Si perché parlando ieri in apertura della 25esima Assemblea Generale dell’ECA (European Club Association) il presidente bianconero ha affrontato temi decisivi e dirimenti, di certo non scontati ma anzi, a loro modo, “lungimiranti”. A testimoniarlo la citazione-tributo a Mario Draghi (e chi sennò?) in chiusura del suo intervento: «Se non ci muoviamo, rimarremo soli nella illusione di quello che siamo, nell’oblio di quel che siamo stati e nella negazione di quel che potremmo essere». Ma se non ci muoviamo a fare cosa?

 

 

Prima di approfondire la questione dobbiamo tenere a mente che quelli come Agnelli, con la scusa dell’irreversibilità di alcuni fenomeni, ne approfittano da sempre per governarli con privatizzazioni e strette oligarchiche. Il ragionamento di fondo è chiaro: se il fiume va in una certa direzione meglio seguire il flusso della corrente anziché provare a “fermare l’acqua con le mani”; apparentemente giusto, se solo la direzione di quel fiume non fosse auspicata, incoraggiata, addirittura indirizzata da chi la presenta, appunto, come irreversibile.

 

 

Dicevamo, Agnelli ieri ha posto problemi presenti e profondi: ha parlato dei debiti strutturali dei club e dell’attuale modello calcio, ormai “al bivio e a rischio implosione”, quindi dell’interesse di importanti soggetti finanziari per il (fu) pallone con cui dover fare i conti. Ma soprattutto si è concentrato sul mutamento antropologico – avrebbe detto Pasolini – dei nuovi tifosi: attenzione, perché qui risiede il cuore della questione.

 

“Se guardiamo alle ricerche, un terzo degli appassionati segue due club a livello globale, il 10% segue i giocatori e non i club, due terzi seguono le gare perché attratti dai grandi eventi, il 40% della fascia di età 16/24, la generazione Z, non ha alcun interesse nel calcio.

 

Semplicemente ci sono molte partite che sono non competitive a livello nazionale e internazionale e questo non cattura l’interesse dei tifosi”.

 

– Andrea Agnelli

 

Insomma, per mettere i tifosi al centro Agnelli si è trincerato dietro formule di sicuro successo: l’insostenibilità economico-finanziaria del sistema, le troppe partite, gli infortuni e «i giocatori spinti oltre i loro limiti fisici» (concetto venduto come se non fosse conseguenza del coronafootball); ma soprattutto “i nuovi tifosi”, i quali ormai non hanno più quell’attenzione e identità del passato, e anzi chiedono nuovi linguaggi e contenuti. Non c’è dubbio allora, come scritto in apertura, che Agnelli abbia ragione: sulla diagnosi certo, non altrettanto sulla cura.

 

Andrea Agnelli mentre prova a portare la Juventus – e il calcio – in un’altra dimensione (Daniele Badolato – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

 

Non stupisce che il patron bianconero si rifaccia all’altro e ben più importante teorico dell’irreversibile, Mario Draghi: il nostro premier ci ha fatto capire senza troppi giri di parole – non sono da lui – che alla fine di questa pandemia chi riuscirà a gestire la transizione (ecosostenibile/green, digitale ma soprattutto economica) avrà nuovi spazi, diritti e possibilità; al contrario chi non sarà in grado di reggere l’urto reinventandosi verrà sacrificato. Andrea Agnelli ha in mente per il calcio lo stesso modello e la medesima transizione.

 

“Dobbiamo mettere i tifosi al centro, l’attuale sistema non è fatto per i tifosi moderni. Noi dobbiamo offrire loro la migliore competizione possibile perché così rischiamo di perderli, non possiamo darli per scontati”.

 

Il linguaggio, come ci ha insegnato la tradizione filosofica e letteraria, non è mai neutro o neutrale. Per questo Agnelli parla di “tifosi moderni” o nuovi tifosi ma li identifica presto come “tifosi” in senso lato: la parte per il tutto, in un sillogismo che si fonda su un’inferenza logica fallace e quantomeno interessata. I nuovi tifosi diventano tutti i tifosi, malgrado al momento siano nettamente minoritari: gli altri, quelli “tradizionali” cresciuti con i campanili, le radici, la squadra dei padri, il calcio come fenomeno sociale e non come intrattenimento, l’ansia per il risultato e non l’angoscia per la noia, beh, tutti quelli resteranno indietro e saranno vittime della transizione tifo-sostenibile.

 

 

È qui che Agnelli passa dall’oggettivo al soggettivo, dalla ragione al torto – o almeno all’utile: quando, appellandosi a cause apparentemente irreversibili (il mutamento antropologico delle nuove generazioni) propone la sua ricetta presentandola come unica possibile. Per questo motivo ad opinione – economicamente interessata di Agnelli – dobbiamo rispondere con opinione – economicamente disinteressata, la nostra e quella di milioni di tifosi. Perché nella storia umana non c’è nulla di irreversibile, ma tanto invece di indirizzabile.

 

Florentino Perez, altro fautore del Grande Reset calcistico (Photo by Eric Alonso/Getty Images)

 

 

Innanzitutto ci chiediamo per quale motivo assecondare le esigenze, mai così volgari, dei nuovi consumatori. Non sarebbe meglio educare le giovani generazioni alla cultura dello sport che rifugge fretta, individualismo, spettacolarizzazione? Non hanno anche in questo le varie discipline un ruolo didattico, non rappresentano – a maggior ragione di questi tempi – un’oasi educativa in un mondo ipertecnologico che distrae continuamente, quando addirittura non abbrutisce? Perché se un diciottenne segue il calcio per il giocatore e non per la squadra, se non riesce a sopportare tempi morti e partite con pochi gol, non siamo più nel campo del soggettivo: sbaglia lui e farebbe meglio a cambiare sport. Punto e basta.

 

 

 

Non possono essere i “grandi” a venirgli incontro, che già troppi danni hanno fatto – anche a livello mediatico, quindi purtroppo didattico – vendendo il derby d’Italia come Ronaldo vs Lukaku: il classico esempio non di concessione alle giovani generazioni, bensì di crimine contro il pallone e di suo oggettivo svuotamento. Il concetto di irreversibile diventa così il più comodo degli alibi per chi da tempo ha rinunciato alla strada più lunga, ovvero l’educazione, preferendo per interesse quella più breve: dare al pubblico ciò che vuole, qualunque cosa essa sia, e poco importa se quel pubblico diventa sempre più ignorante, sportivamente parlando, e non riesce a seguire una partita intera perché “si annoia”.

 

 

Quelli come Agnelli, a forza di rivolgersi ai nuovi consumatori e pensare ai propri (sia pur legittimi) interessi, stanno disintegrando lo sport come fenomeno sociale e culturale, ne stanno straziando le carni in favore di un prodotto il più possibile coincidente coi gusti, barbari, di quell’inciampo della storia che è la Generazione Z. E proprio chi parla di futuro e visione nel calcio non si rende conto che, in questo modo, asseconda una deriva esiziale dalla quale verremo tutti travolti: se la società e le istituzioni perdono il proprio carattere di indirizzo, le giovani generazioni “impiegate delle tecnica” cresceranno in-educate ma fortificate nelle loro pretese.

 

Due esemplari di Z Generation in azione

Questi due ragazzi potrebbero presto diventare ori olimpici: siamo sicuri che la transizione che porta gli eSport alle Olimpiadi sia l’unica risposta possibile ai mutamenti in atto? Il valore educativo di un videogioco, soprattutto per milioni di adolescenti, può essere paragonato a quello di una “vera” disciplina sportiva? (Clive Rose/Getty Images)

 

 

Concessione dopo concessione, gli sport tradizionali avrebbero i giorni contati – ne scrivevamo tempo fa, dopo aver letto gli inquietanti risultati dello studio McKinsey/Nielsen. Ma il problema di base non è questo: non ci interessa qui fare i conservatori delle forme, o difendere nostalgicamente ciò con cui siamo cresciuti. Non stiamo parlando di regole (assolutamente modificabili) o di nuovi linguaggi, ma dell’essenza stessa dello sport: lo sport non è solo intrattenimento, non è uno stimolo continuo ma un mezzo educativo. Esso insegna l’attesa, il sacrificio, il duro lavoro, le gerarchie, la programmazione; lo sport, certo giocato ma anche guardato, è una scuola di vita.

 

“Non c’è tempo. Questa è la chiave. Competiamo per il tempo. Competiamo per quei periodi in cui possiamo rimanere concentrati su qualcosa. Il bambino moderno vive atomizzato: dieci minuti qui, 15 là. Tutti gli sport affrontano questo problema del pubblico”.

 

– Peter Moore, CEO del Liverpool

 

Purtroppo ha ragione Peter Moore, un altro fine analista stile Agnelli e teorico dell’irreversible. Oggi “non c’è tempo”, che poi è l’elemento umano per eccellenza, quello che determina il nostro stare nel mondo. L’angoscia altro non è che l’incapacità di stare nel presente, una rottura con il tempo che ci proietta sempre fuori, altrove, verso qualcosa che ha da venire. Per questo molti giovani vogliono tutto subito, e proprio a livello concettuale non riescono a concepire una partita con poche azioni da gol: si annoiano, gli viene l’ansia, cambiano canale. Cercano l’highlight permanente, e non sono in grado di stare nel momento.

 

 

Il punto allora sta proprio qui: i “nuovi tifosi”, in tutti gli sport, hanno deficit di attenzione patologici e bisogno di stimoli continui; non sanno più convivere con le pause e con la noia, e sono cresciuti con il modello nichilista per cui lo sport ha senso solo come intrattenimento e show permanente. Ecco perché incoraggiare una simile deriva potrebbe fare comodo ma solo all’industria calcio, che ancora una volta ci mette di fronte alla più squallida ed autoriferita delle evidenze: come internazionale del pallone, pensa solo a se stessa e non certo a quel “bene collettivo” di cui ha vagheggiato Agnelli, invitando tutti a rinunciare agli “interessi di parte”.

 

 

Certo, così i padroni del calcio si tutelerebbero e il sistema (forse) non crollerebbe, con il risultato però di un vero e proprio genocidio sportivo e culturale. Giovani generazioni mandate al macello più di quanto stia succedendo oggi, con uno sport che rinuncia via via alla propria missione educativa per accontentare le esigenze più nichiliste di immediatezza e spettacolarizzazione.

 

 

«Per non perdere i tifosi» dice Agnelli, teorico dell’irreversibile e allievo zoppicante di Draghi. Il politichese lo ha studiato bene, le potenzialità del linguaggio anche. Ma sotto alla retorica si nasconde il calcolo più smaccatamente economico: al fine di alimentare la macchina quelli come lui sono disposti a sacrificare tutto, persino il (fu) gioco più bello del mondo.