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Tifosi
25 Dicembre

Avellino e Foggia, amici mai

Simone Meloni

3 articoli
Reportage sul tifo delle due curve dal Partenio.

Per chi mastica un po’ di calcio e tifo quella tra Avellino e Foggia non può essere una partita normale. Ci sono tante storie in mezzo. C’è una rivalità fiera e antica. Ci sono sfide calde e c’è la finale playoff del 2007, vinta in rimonta dagli irpini. C’è Zeman, pezzo di storia rossonera ma tassello indelebile anche di quella biancoverde. Ci sono presidenti e dirigenze importanti e giocatori che con le rispettive maglie hanno dato vita a battaglie campali. Ci sono due tifoserie calde, presenti e ormai “tristemente” abituate a un saliscendi (in realtà con meno salite che discese) massacrante e costellato da fallimenti e ripartenze. Ci sono due province particolari del nostro sud, affascinanti quanto martoriate dalla natura: i monti dell’Irpinia, con i suoi paeselli abbarbicati e tenebrosi e i campi arati del Tavoliere che sfociano sino al Gargano. Guardando con orgoglio i Balcani, dall’altra parte dell’Adriatico.

Quando l’Autostrada dei Due Mari supera Baiano l’asfalto comincia lentamente a salire inoltrandosi nelle verdi montagne. Ben prima di scollinare a Mirabella Eclano ed entrare in terra d’Apulia si giunge ad Avellino. Se ne ha sentore da alcune bandiere con il Lupo esposte su un paio di balconi, a Torrette. Stanno lì da anni, quasi fossero un sempiterno messaggio di fede per chiunque varca il casello. Anche in questi tempi bui e angosciosi, scanditi dalla pandemia e dalla quotidiana paura di non poter vivere un pizzico di normalità, di non poter più volgere i palpiti del proprio cuore a una partita, il calcio continua a rappresentare un appiglio grande e vitale per gli italiani.

Un sentimento che va ben oltre lo sport e attraverso cui trasversalmente in tantissimi chiudono gli occhi tornando a sognare e immaginando di salire in sella per difendere la propria effige comunale. Al netto della frase romanzata è questo il filo conduttore. Anche se i tempi sono cambiati, anche se gli stadi si sono spopolati e anche se per assistere a una partita occorre muoversi tra labirinti burocratici a volte ai limiti dell’assurdo.

Prendiamo la partita in oggetto: obbligo di fidelity card per i tifosi ospiti con il limite di 375 biglietti acquistabili. Vendita iniziata soltanto il giovedì dopo le “classiche” riunioni dell’Osservatorio (ONMS) e del GOS per organizzare l’arrivo dei tifosi dauni. ONMS nelle sue determinazioni del 7 dicembre non ha infatti inibito la trasferta ma dettato tutta una serie di prescrizioni, tra cui ticket acquistabili solo da residenti in Puglia e – come detto – possessori di tessera del tifoso.

Uno spettacolo che alcune tifoserie di Serie A si sognano (foto Simone Meloni)

Malgrado tutto è anche andata bene, considerando la miriade di partite in cui ancora oggi viene vietato l’accesso alle tifoserie ospiti per motivi di ordine pubblico, esercitando proprio quel principio di discriminazione territoriale secondo cui i club vengono puniti dal giudice sportivo per i cori di sfottò delle proprie tifoserie. Già, un paradosso bello e buono che da anni è ormai parte integrante della vita da stadio ma che dal rientro dei tifosi sulle gradinate sembra aver assunto sembianze ancor più corpose. Lo dimostrano le sanzioni elevate a molte società di Serie C per cori di “discriminazione territoriale” effettuati dai propri tifosi.

Sarebbe a dire? Il classico sfottò! Il semplice coro di scherno dei tifosi baresi contro quelli tarantini o dei supporter avellinesi contro quelli paganesi. E viceversa. Condizioni in cui la parola “discriminazione” perde tutto il proprio valore intrinseco, ammantata dall’ormai opprimente politically correct che rischia seriamente di annacquare ben più urgenti e necessarie lotte per uguaglianze e diritti. Oltre a criminalizzare chi ancora va allo stadio con l’intento di divertirsi. Sì perché il bello di tutto ciò è che a lamentarsi di un “coro contro” non è certo la tifoseria che lo subisce, ma chi vede il calcio come un salotto da “civilizzare” con strambe trovate.

Un modus operandi che ovviamente trova terreno fertile in questo genere di partite e che da più parti è visto come un buon metodo per battere cassa facendo leva su una dubbia moralità che francamente non è mai appartenuta al calcio e mai potrà appartenere a queste categorie, che se ancora oggi vedono un discreto numero sugli spalti (si fa per dire, sic!) lo devono proprio a quel senso di appartenenza di tifoserie orgogliose a tal punto di andare oltre tracolli sportivi e campionati insulsi. Omnia vincit amor et nos cedamus amori, è proprio il caso di dire citando Virgilio.

La presenza massiccia della Curva Sud e della Curva Nord dei tifosi foggiani al Partenio (foto Simone Meloni)

Ma Avellino-Foggia è giocoforza anche un tuffo nel passato glorioso del calcio italiano. Del periodo aureo a cavallo tra gli anni ottanta e novanta che a queste latitudini combacia anche con l’apice sportivo di ambo i club. E il Partenio dunque ne diviene degno teatro. Malgrado questo tempio del calcio di provincia da tempo abbia dovuto ridurre la propria capienza per motivi strutturali e spesso appaia come un gigante imperioso ma con grandi difficoltà nel compiere anche il più semplice dei passi. Stretto tra il Santuario di Montevergine e il Monte Terminio non è tuttavia riuscito a nascondere gli anni grazie al gelo che sovente ne prende possesso. Anche se è una vecchiaia ricca di signorilità ed entrare nella sua pancia, fino a raggiungere il manto verde, lascia addosso una sensazione di vissuto non indifferente.

Il romanticismo è un po’ spento dal terreno sintetico che non lascia più trasparire quell’odore di erba umida in inverno e dagli spalti che al di fuori dei settori occupati dal tifo organizzato fanno difficoltà a riempirsi, ma volendo analizzare in modo asettico quanto appare di fronte ai propri occhi è palese che le politiche di contrasto al movimento ultras – troppo spesso non improntate su un sano confronto e sulla vera voglia di sradicare la violenza quanto volte a reprimere biecamente – abbiano infine portato via una buona fetta di pubblico “normale” lasciando paradossalmente le gradinate proprio agli ultras.

Evidentemente o l’oggetto dei numerosi decreti e giri di vite non erano loro oppure si è colpito nel mezzo senza conoscere minimamente la massa stratiforme che ogni domenica si reca negli stadi. Tuttavia, oltre ad alcune norme cervellotiche, i motivi di quest’ormai annosa diserzione vanno ricercati anche nella credibilità sempre più risicata del sistema calcio (numerosi fallimenti ogni stagione, scandali legati al regolare svolgimento delle gare, impianti ormai vetusti e spesso inutilizzabili etc. etc.) e a un vertiginoso aumento del prezzo dei biglietti che ormai attanaglia un po’ tutte le categorie.


Il gol del Foggia vissuto dagli ultras foggiani e lo splendido coro: “Foggia alé, canto solo per te!”. Spettacolo puro (video Simone Meloni)

Malgrado tutto l’US Avellino ha chiamato a raccolta il proprio pubblico proponendo una serie di sconti nei giorni precedenti al match. Per le due compagini è un crocevia importante, un successo potrebbe proiettarle al secondo posto sulla scia di un Bari che – va detto – sembra ormai sempre più leader solitario del Girone C. Quando le squadre entrano in campo sulle note di Yellow Submarine (colonna sonora che accompagna gli irpini da ormai oltre trent’anni) le tifoserie cominciano a dar voce alle loro ugole.

Per chi il pallone lo ha sempre visto dietro un schermo al plasma o per chi non riesce a capire il valore aggregativo di uno stadio sarà sempre complesso (se non impossibile) tollerare queste centinaia di ragazze, ragazzi, uomini e donne di ogni età ed estrazione sociale, assieme dietro un’unica bandiera. Chi aggrappato a un palo per coordinare il tifo con un megafono in mano, chi impegnato a ritmare i cori battendo il tamburo e chi ad allenare i propri muscoli sventolando pesanti bandieroni con i più fantasiosi e disparati disegni.

È lo spettacolo nello spettacolo. È quello che Albert Camus definiva “il luogo più felice dove un uomo si può trovare”. E come dargli torto vedendo la sforzo profuso dalle due tifoserie. Sanno bene che senza di loro non sarebbe la stessa cosa. E probabilmente lo sa bene anche tutto il sistema calcio che in questi due anni di porte chiuse ha sofferto ed è andato avanti prendendo le sembianze di uno sport qualsiasi.


Lo spettacolo della curva dell’Avellino, con il Foggia è sfida nella sfida

Con la testa all’insù proietto lo sguardo ai supporter pugliesi, ora proprio sopra di me. Li vedo tutti inquadrati, vestiti di nero e con i bandieroni posti alle estremità. Alla sinistra i ragazzi che abitualmente ospitano la Curva Sud dello Zaccheria e alla destra quelli che ormai da tanti anni hanno dato vita al tifo organizzato anche in Curva Nord. Cantano e lo fanno talmente con intensità, compattezza e rabbia che spesso la loro voce rimbalza dall’altra parte dello stadio e fa eco. Danno vita a una bella macchia compatta e uniforme. E ovviamente stuzzicano a più riprese i dirimpettai che non si fanno trovare impreparati.

C’è un rituale ben consolidato. Una liturgia accettata silenziosamente su ambo i lati. L’ultras utilizza lo stereotipo come forma di “aggressione verbale” ed è questo che fa inorridire il benpensante di turno, il quale non riesce a scorgere la forma retorica dietro tutto ciò. Un qualcosa che non va quasi mai oltre lo scontro verbale a distanza di oltre cento metri. Perché suvvia, chi crede davvero che nella vita di tutti i giorni un foggiano detesti davvero un avellinese in quanto “pecoraro” o un tifoso irpino non frequenterebbe mai una ragazza salernitana in quanto “pisciaiuola”. Orsù, uscite dai vostri loculi e fatevi due risate di fronte agli stereotipi da stadio. Che peraltro affondano le radici in qualcosa di molto più profondo e tradizionale. Ma per quello sarebbe necessario aprire qualche libro di storia e conoscere la genesi dei luoghi in cui si vive o di cui si parla.



Nella ripresa quando le due squadre vanno in gol due volte ciascuna gli animi si scaldano e le emozioni si alternano. I lanciacori avellinesi arringano la folla, chiedendo più voce e più potenza per spingere l’undici di Braglia in un momento fondamentale della stagione. Una curva come quella avellinese ha vissuto gli ultimi vent’anni in maniera forse ancor più travagliata rispetto alle vicende già poco tranquille della squadra.

Con il fallimento della vecchia US Avellino nel 2010 in tanti hanno abbandonato lo stadio, non riconoscendo e non seguendo la neonata AS Avellino (che ha ripreso titolo e marchi solo nel 2019) e di fatto tutte le storiche insegne del tifo biancoverde sono scomparse dal Partenio creando le basi per una vera e propria ripartenza da zero, non solo da un punto di vista societario ma anche per quanto riguarda il tifo organizzato. Un cammino che è stato lungo e tutt’altro che semplice ma per il quale la Sud ha potuto contare sull’appoggio di una provincia intera e di cui oggi ancora si avvertono gli ottimi risultati.

Spuntano torce e qualche petardo da una parte e dall’altra. In barba al bon-ton di chi vorrebbe la pirotecnica fuori dagli stadi e per la gioia di chi nel colore dei fumogeni e nella luce delle torce sente l’ardire della fede e la forza del folklore.

Dalla parte sbagliata, recita uno stendardo: è l’unica parte giusta del calcio italiano (foto Simone Meloni)

La gara viene seguita assieme, secondo dei dettami che mischiano in maniera imprescindibile diverse sottoculture. Il movimento ultras oltre a essere per anni un termometro sociale delle nostre città e delle loro vicissitudini si è lasciato sempre, trasversalmente, permeare da mode e correnti. Forse oggi – nell’era dei social – tutto risulta più omologato e a volte scopiazzato. Non si vedono più striscioni, abiti e cori diversi in ogni stadio.

È innegabile che quella fantasia un tempo capace di partorire nomi dei gruppi originali sia forse sopita. Ma è il frutto dei tempi. Un’omologazione figlia di un momento storico in cui risulta davvero difficile andare controcorrente persino all’interno delle subculture. Gli anni dei bomber girati al contrario, dei metallari, degli skin, della politica in curva, degli anfibi, dei parka, dei mods, dei punk, dei fricchettoni e persino dei tamarri è superata. E senza voler guardare indietro con nostalgia, senza voler essere “passatisti” a tutti i costi, bisogna prendere ciò che di importante la cultura da stadio ancora offre. Forse il movimento aggregativo più longevo d’Italia che – piaccia o meno – ha saputo talvolta adattarsi e talvolta rigenerarsi, ma che malgrado abbia perso parte del suo antagonismo funge ancora da punto di riferimento per molti giovani.

Il direttore di gara fischia la fine delle ostilità. Due a due. Un punto che non aiuta nessuna delle due ma che galvanizza gli uomini di Zeman bravi a riprendere al 94’ una partita che sembrava ormai persa. Le squadre salutano le proprie tifoserie, mentre queste si scambiano le ultime invettive prima di riporre striscioni, tamburi e megafoni. Il freddo comincia ad allungare i propri tentacoli sull’Irpinia mentre il sole già si è nascosto dietro Montevergine. La partita disputata di domenica alle 14:30 per una volta tanto sembra essere un punto di continuità col calcio che fu. Ci saranno sanzioni del giudice sportivo e ci sarà sempre qualcuno pronto a puntare il dito sulla domenica dei ragazzi di curva. Eppure ancora una volta lo spettacolo sono stati loro. Ed è assodato quanto la storia del tifo e delle sue curve sia parte integrante e inscindibile del nostro pallone. Due elementi che ancora riescono a rendere speciale il settimo giorno della settimana!


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