Tifo
04 Aprile 2023

Forever Bologna

Storia del tifo bolognese.

Stridono pesantemente i binari della stazione centrale. Il treno proveniente da Piacenza arresta la sua corsa, rilasciando l’acre odore dell’attrito tra la ferraglia della ruota e quella della ferrovia. È un rumore che si ode migliaia di volte al giorno qui. Nascosto tra il marasma di gente che corre da un convoglio all’altro, e dall’andirivieni di una città che per vocazione geografica rappresenta uno degli snodi cruciali per le connessioni dell’Italia settentrionale con il centro e il sud. Dedalo mistico, dove le direttrici si stagliano verso il Tirreno e l’Adriatico. Tagliando in due il massiccio appenninico. Una sorta di “balcone”, dal quale guardare l’Italia scendere verso il tacco e la punta del proprio Stivale.

Qualcuno ha provato a dilaniare il suo cuore in un’afosa giornata di agosto, quarantatré anni fa. Un’esplosione che fece vibrare mortalmente l’intera stazione, ne divorò buona parte e spense per sempre sogni, speranze e futuro di 85 persone. In una delle pagine più buie e vergognose della nostra Repubblica. Ma in una di quelle giornate in cui tutti i cittadini bolognesi, con gli occhi lucidi e colmi di cordoglio, giurarono di rialzarsi, senza dimenticare.

Contro lo Stato delle stragi” recitava un eloquente striscione esposto dalla Curva Andrea Costa qualche tempo dopo.

Quell’esplosione arrivò proprio mentre il Bologna di Gigi Radice ultimava la preparazione. Arrivò quando la società allora presieduta da Tommaso Fabretti si apprestava ad affrontare una stagione che vide i felsinei disputare una semifinale di Coppa Italia e attestarsi al settimo posto in classifica, malgrado i cinque punti di penalizzazione relativi allo scandalo Totonero dell’anno precedente. Ultimo sussulto a tinte rossoblù, prima del duplice – disastroso – capitombolo in Serie C nei due anni a venire. Traumatico per una squadra che fino ad allora aveva conosciuto solo la massima divisione.



Preludio al periodo nero che durerà circa quindici anni e ridimensionerà tremendamente una realtà che sul finire degli anni ’70 ancora portava nel cuore gli eroi dello spareggio scudetto (sinora l’unico della storia), disputato a Roma il 7 giugno del 1964 contro l’Internazionale e deciso dall’autorete di Facchetti e dal gol di Nielsen, quattro giorni dopo la morte del presidentissimo Renato Dall’Ara. L’ultimo trionfo tricolore (il settimo) – targato Fulvio Bernardini, quello che sulla panchina dei felsinei dichiarò “così si gioca solo in Paradiso” a margine di un derby vinto 7-1 contro il Modena – degli emiliani e l’ultima generazione a poter guardare le partite al Comunale con un occhio di rimando allo “squadrone che tremare il Mondo fa”, come lo avevano ribattezzato i giornali in seguito al Trofeo per l’Exposition Internationale “Arts et Techniques dans la Vie moderne”, disputato a Parigi nel 1937.

Un torneo a cui presero parte alcune tra le squadre più forti di quel momento, ma in cui soprattutto partecipò una compagine inglese – il Chelsea -, fatto all’epoca quasi impossibile a causa del rifiuto categorico da parte dei club britannici di confrontarsi col resto d’Europa, in virtù della loro presunta, manifesta, superiorità. I rossoblù non solo raggiunsero la finale battendo il Sochaux e lo Slavia Praga, ma conquistarono la vittoria annichilendo i blues per 4-1. Un risultato che gli valse l’appellativo.

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Dalla balaustra! Curva Andrea Costa, 1973

Per capire l’ormai sottaciuta vocazione calcistica di Bologna, vanno ricordati anche i tre successi ottenuti in Coppa Mitropa a cavallo tra gli anni ’30 e gli anni ’60. Vittorie che assumono un peso ben diverso rispetto a quelle avvenute dopo la creazione della Coppa dei Campioni, quando suddetta rassegna perse significativamente di valore. La Mitropa, infatti, fu la prima competizione di carattere continentale creata per far sfidare i club più forti e blasonati dell’Europa Centrale (tanto è vero che il nome originale fu Coupe de l’Europe Centrale, tramutandosi poi in una contrazione del termine tedesco Mittleuropa).

Curiosità: nel primo dei tre successi, ai felsinei venne assegnato il titolo d’ufficio a causa della squalifica comminata alle altre due semifinaliste: la Juventus e lo Slavia Praga. Nella gara di ritorno disputata a Torino, infatti, i cechi attuarono tutta una serie di comportamenti ostruzionistici volti a perder tempo (i bianconeri conducevano 2-0 dopo che l’andata era finita 4-0 per i praghesi) che fecero infuriare il pubblico, procurando diversi incidenti e portando i giocatori ospiti ad abbandonare il campo anzitempo. Il Comitato Organizzatore ritenne entrambe le società colpevoli, estromettendole dalla kermesse.

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Tifosi del Bologna in partenza da Firenze, 1973

“Con la maglia del Bologna, sette giorni su sette”. Riecheggia nelle cuffie quando è ora di scendere dal treno. Lo stridio, allora, diviene quasi un lontano sentore di abitudine e viene sovrastato, nella mia mente, dalle nostalgiche parole di Luca Carboni e della sua “Silvia lo sai”. Una canzone che parla di sofferenza e disagio giovanile. Ma anche del legame viscerale con la Dotta – chiamata così per il suo antichissimo ateneo, l’Alma Mater Studiorum, attivo dal 1088 – e del suo continuo tentativo di salvare i propri figli. Icone come Lucio Dalla qui sono nate.

E qui, attraverso i vicoli del centro storico, immergendosi nelle sue piazze e frequentando i suoi impianti sportivi da tifosi, hanno partorito capolavori che con l’incedere del tempo si sono divulgati nella cultura di massa, divenendo spesso poesie uniche, essenziali per sfiorare la propria anima almeno qualche secondo. Bologna diffonde arte, cultura e sapere. Mescola differenze e accoglie sottoculture.

Non è un caso che la storia del suo tifo calcistico sia variegata, complicata e profondamente antica.

E se è vero che nel suo centro “non si perde neanche un bambino”, è altrettanto vero che si rischia il giramento di testa nel guardare per diversi minuti l’imponenza delle Due Torri – di origine medievale e con funzioni militari e gentilizie -: Garisenda (citata a più riprese nell’Inferno Dantesco) e Degli Asinelli, poste all’ingresso della Via Emilia in città e simbolo della stessa. In realtà queste due costruzioni, assieme a un’altra ventina di “sorelle”, sono ciò che resta di un sistema molto più esteso, talmente importante da far valere a Bologna la nomea di “Turrita”.

Un segno della storia passata a queste latitudini. Una storia che si respira appieno camminando sotto ai suoi portici (estesi per ben 38 chilometri all’interno del perimetro comunale, a testimonianza di quanto l’architettura medievale sia stata segnante), vedendo studenti correre a destra e a manca, incappando in ragazzi, signori e anziani con la maglia a strisce rossoblù o la sciarpa legata al collo e, manco a dirlo, imbattendosi qua e là in trattorie, chioschi e ristoranti che ci ricordano il motivo per il quale un altro dei soprannomi più diffusi resta “la grassa”.

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A due passi da Bologna vs Lazio

Qui lo dico e qui lo nego: uno sfottò da stadio unisce i tortellini a un qualcos’altro di poco ripetibile. Penso sia uno dei pochi sfottò italiani mal riusciti, considerato quanto questo tipo di pasta sia pregiata, unica e straordinariamente buona. D’altro canto resta un vanto tutto nostro quello di poter ironizzare o fare sarcasmo su delizie culinarie o patrimonio artistico. Quando si dice che “il calcio è del popolo” si dovrebbe pensare a questo e lasciar carta bianca al confronto verbale e su striscioni. Ma non saremmo più quel Paese proibizionista e bigotto che ormai siamo diventati.


Per una storia del tifo bolognese


L’occasione in cui testare con mano il cuore rossoblù è l’anticipo della 26esima giornata di Serie A, che vede i padroni di casa opposti alla Lazio. Non è una partita qualunque da queste parti. È una di quelle sfide contrassegnate dal bollino rosso, per una rivalità che ormai si perde nella notte dei tempi. Antipatie tormentate, appesantite un tempo dal gemellaggio tra una parte degli emiliani e i romanisti e dalle (talvolta retoriche) differenze di colore politico in seno alle due tifoserie. Antipatie che non si sono mai sopite e rendono questo match uno dei più attesi in città. Oltretutto il Bologna è reduce da qualche discreto risultato, che ha portato la squadra di Thiago Motta a ridosso della zona europea.

Tanto è bastato per far registrare quasi sold out (circa 28.000 spettatori), andando a rimarcare una media spettatori che già di suo si attesta quest’anno sulle ventimila presenze. Pesano, ovviamente, anche i quattromila tifosi biancocelesti provenienti dalla Capitale. Il tutto per una cornice che si preannuncia, dunque, meritevole del massimo campionato italiano. Malgrado la sua pochezza tecnica, malgrado la sua scarsa competitività, malgrado orari, balzelli, caro prezzi e repressione, la voglia di difendere il campanile – anzi, nella fattispecie le Due Torri – è talmente forte e radicata che c’è stata una vera e propria corsa al tagliando. Il Bologna è un’istituzione cittadina e i suoi colori vanno oltre ogni delusione. Anche oltre la “piattezza” cui da tanti anni ormai il club ha abituato i suoi seguaci.



Dicevamo della sua tifoseria organizzata e della storia “antica” che l’ha caratterizzata. Un percorso lungo sei decadi, con i primi vagiti che risalgono agli albori degli anni ’60, in una Bologna e in un’Italia completamente differenti da quelle che conosciamo oggi. Addirittura l’embrione del tifo organizzato felsineo nasce in Curva San Luca, quella che adesso è in parte destinata agli ospiti, per mano di Gino Villani e Rosa Selvi. Tifosi che, megafoni alla mano – senza ancora un’impronta ultras –, cercano di far rumoreggiare il pubblico e organizzano pullman e carovane al seguito della squadra.

Sono gli ultimi anni del grande Bologna, ma anche delle prime rivolte e di una gioventù che da lì a poco esploderà nelle piazze, dando vita a una fervente attività politica che spesso e volentieri tracima in importanti disordini, spostandosi poi negli stadi. Riportando al loro interno determinate dinamiche. Basti pensare all’utilizzo dei megafoni e degli striscioni. Ma anche all’inquadramento “militare” da parte delle teste più “calde”. A questi ragazzi esuberanti sarà Rosa Selvi ad aprire per prima le porte dei pullman al seguito della squadra.


1972: la nascita dei Commandos


Una scelta importante per la seguente nascita dei gruppi, che avviene ufficialmente nel 1972, con la fondazione dei Commandos. Una “compagnia” di amici cresciuti insieme, che hanno frequentato le stesse scuole e si ritrovano quotidianamente nel Quartiere Barca. Sul finire dello stesso anno nascono anche le Brigate Rossoblù, originarie di Via Fondazza (tra S. Stefano e la Strada Maggiore), nella parte est della città, topograficamente opposti ai Commandos.

Per quanto la loro concezione sia ancora distante dagli ultras intesi come entità che organizza coreografie, crea bandiere e cerca di coinvolgere il resto del settore per i novanta minuti, cominciano a darsi alcune linee guida, partendo dal vestiario. I Commandos, ad esempio, scelgono un nome già in voga in altre piazze, prendendo spunto dall’omonimo appellativo utilizzato da alcune forze speciali inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale. E coerentemente indossano un basco rosso e una maglia bianca. Mentre le Brigate, per distinguersi, indossano dei baschi verdi.


1974: la rivoluzione del tifo a Bologna


Tuttavia la svolta per il tifo organizzato avviene nel 1974. Il 23 maggio di quell’anno il Bologna di Pesaola è impegnato, a Roma, in quella che è tutt’oggi l’ultima finale di Coppa Italia disputata. Avversario di turno il sorprendente Palermo, allora militante in Serie B. All’Olimpico confluiscono migliaia di tifosi e alla fine, dopo il successo degli emiliani ai rigori, divampano ingenti scontri che si trascinano fino alla Stazione Termini, dove le due tifoserie convergono per riprendere le rispettive strade di casa. Nel parapiglia i siciliani riescono a sottrare lo striscione delle Brigate. Segue un’estate di riflessione, per capire dove si sia sbagliato nella trasferta capitolina, cosa si possa fare per unire tutte le forze e divenire più forti dell’onta subita.

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L’idea arriva da Roberto Melotti, che passerà alla storia come il Bimbo e che, gradualmente, diventa il punto cardine della tifoseria. Siamo in un’epoca in cui non ci sono social, né internet. E in cui le notizie viaggiano a velocità ridotta.

Se si vuol conoscere un’altra realtà, se si vuol sapere “cosa fanno” le altre tifoserie, bisogna vederlo con i propri occhi. E sviluppare di conseguenza una coscienza critica, necessaria a riportare nella propria curva idee e proposte per crescere.

Nel settembre del 1974, presso la Birreria I Magnifici Sette, si svolge una riunione in cui si decide di unificare le due sigle esistenti sotto un unico nome: Ultras. Un’insegna che però nasce sfortunata, venendo rubata immediatamente dagli ultras del Torino. Attenzione: oltre a non essere un’era informatizzata, parliamo di un periodo storico in cui non esistono settori ospiti e scorte. Chi va in trasferta lo fa a suo rischio e pericolo, con la forte probabilità di acquistare biglietti per il settore più caldo del tifo casalingo, trovandosi così a braccetto con il nascente movimento ultras delle altre piazze.

E, nella fattispecie, quello granata è sicuramente tra i più attivi e “rodati” dell’epoca. Peraltro non c’è uno “storico” tra le tifoserie a fungere da monito per un’accurata prevenzione nell’ordine pubblico. Sta di fatto che, come da codice già in voga in quegli anni, uno striscione “perso” non si rifà. Ma il seme è ormai gettato e i bolognesi non hanno intenzione di tirarsi indietro, quindi decidono di creare uno striscione ancora più lungo (inizialmente diciassette metri, poi allungati a ventisette) e ancora più significativo, su cui verranno impresse due parole:

Forever Ultras.

La maniera più efficace per cementare la volontà di diventare una curva ultras, per sempre. Forever. Gli appartenenti si danno alcune linee guida, anche sul modo di vestire. Perché, come accennato prima, ma come riscontrabile anche al giorno d’oggi, quello del tifo organizzato è anche un fenomeno di costume. In grado di lanciare dress code veri e propri. Nella fattispecie i ragazzi del gruppo indossano maglie bianche con la scritta Ultras davanti e il proprio nome (in realtà spesso lo pseudonimo con cui si è conosciuti allo stadio) sul retro. Per dare un segno di continuità con il recente passato si continua a portare il basco.

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Il primo tifo a Bologna: i Commandos

Il Bimbo in tutto ciò è il vero e proprio deus ex machina di questo periodo. Non solo colui che unifica, ma anche il collante per la crescita del gruppo, l’organizzazione delle riunioni, l’acquisto dei tamburi e di materiale che fino ad allora non si è mai visto in curva, come bandiere di dimensioni gigantesche, nonché il primo ad accennare all’organizzazione di coreografie.

In tutto ciò il tifo più radicale si è spostato dalla San Luca all’Andrea Costa. Si organizzano le prima trasferte, cercando di andare ovunque possibile (sia per i motivi summenzionati che per l’aspetto economico, non c’è ancora la possibilità e la mentalità di presenziare dappertutto, aspetto che si radicherà invece negli anni Novanta). Sono gli anni in cui si comincia a costituire una sorta di “codice” tra le tifoserie, figlio anche dei primi “avvicinamenti” e della primordiale strutturazione di amicizie e rivalità.

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Murales dedicato al Bimbo nella zona del Dall’Ara

Ovviamente quando si parla di tifoserie facendo riferimento al periodo storico degli anni ’70, come anticipato, non può rimanere isolato il discorso che riguarda la militanza politica. Tutti hanno una propria idea e buona parte dei giovani è pronta a scendere in piazza per difenderla. Bologna è una città particolare, crocevia di un Paese in fermento e teatro perfetto per lo scontro ideologico e sociale. Polo universitario, quindi giovanile per vocazione. Ribollente nel proprio animo e abituata alle barricate. Basti pensare ai gravi incidenti occorsi nel marzo del ’77 tra la polizia e alcuni esponenti della sinistra extra parlamentare, impegnati nel contestare un’assemblea di Comunione e Liberazione.

A fine giornata si conteranno diversi feriti e un morto tra i manifestanti: Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua. Prevalentemente, dunque, la città si muove attorno a quello che succede per strada. Impossibile che la curva non ne risenta, benché sin da principio si decide che la politica debba star fuori, ad appannaggio della cultura dello stare assieme e al confronto con le forze dell’ordine, viste ovviamente come l’avamposto di quello Stato che contemporaneamente si combatte anche nelle piazze. Gli slogan gridati durante le manifestazioni vengono rimodellati per le gradinate, con la pretesa basilare che anche l’aspetto simbolico connesso alla politica rimanga fuori dai cancelli del Comunale. Nel gruppo debbono convivere anche persone dall’ideologia opposta.

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La semplicità e insieme il romanticismo delle primissime coreografie del tifo a Bologna

Di fatto, però, la nomea di Bologna città “rossa” resta. Forte e persistente. E di conseguenza può succedere di trovarsi in situazioni tutt’altro che pacifiche sulla scorta di questo stereotipo. Succede, manco a dirlo, a Verona. Dove sin dall’arrivo dei bolognesi si dà vita a un clima incandescente, con i “camerati” scaligeri che attendono i “compagni” felsinei. Uno scontro che ha poco a che fare con la disputa prettamente da stadio, ma che aderisce perfettamente alla realtà italiana di quegli anni. È un precedente che crea un’inimicizia tutt’ora esistente.

E vien da ridere quando si pensa alla difficoltà, da parte delle autorità, nel gestire determinati incontri. Quando basterebbe conoscerne la genesi per approntare una sufficiente prevenzione. Così come ai giornali che sovente parlano senza cognizione di causa, andrebbe consigliato quantomeno di studiare da dove provengono determinati atteggiamenti o determinate acredini. Se ognuno parlasse e agisse nel contesto che conosce, si eviterebbero molteplici danni!



Quella che passerà agli annali come “la guerra di Verona” e che verrà ampiamente descritta e stigmatizzata dai giornali, creerà tutta una serie di movimenti nel sottobosco delle amicizie e delle rivalità dell’Andrea Costa. In particolar modo sarà la Fossa dei Leoni del Milan a fraternizzare con i Forever Ultras, muovendosi ovviamente sul solco delle affinità ideologiche. Anche se queste affinità non sono sempre e comunque un collante. Fulgido esempio è la rivalità che nasce in quegli anni – e che resta sicuramente la più sentita in seno alla tifoseria rossoblù – con i fiorentini. Rancori legati al campanile, alla vicinanza tra le città, tra due capoluoghi di regione.

Per rendere l’idea di quanto scritto, va pensato a come gli esponenti della Fiesole dell’epoca (su tutti il Pompa degli Ultras Viola) presenzino spesso e volentieri nelle manifestazioni di piazza a Bologna, tra le fila degli autonomi e, ovviamente, anche al fianco di militanti felsinei che la domenica occupano posti importanti nella tifoseria locale. Ma proprio perché lo stadio e la piazza sono due contesti uniti ma separati, nei molteplici episodi di violenza tra tifoserie questa comune appartenenza politica perde qualsiasi considerazione.


Forever Ultras


I Forever Ultras cominciano lentamente a catalizzare tutta la città. Non si tratta più di qualche compagnia, ma di una masnada di ragazzi che vengono “sottratti” al Centro Coordinamento e che convogliano adesso anche dalla provincia. Gli ultras si muovono con mezzi propri (spesso in treno), nel rispetto di un codice e di un modus vivendi che di volta in volta aggiunge un tassello a questa neonata sottocultura. Ma non si chiudono in maniera settaria, tanto che in città questo slancio d’affetto è ben visto e importanti sono i contributi provenienti dai tifosi “semplici” per realizzare le coreografie o acquistare strumenti idonei a coordinare l’intero settore.

Il gruppo si espande anche grazie alla sua trasversalità e alla voglia di abbracciare ogni categoria e genere. Non è un caso che sin dagli albori la presenza femminile sia un tratto distintivo, un avvicendarsi di generazioni che non solo ha sempre tenuto in grande considerazione le “quote rosa”, ma che spesso e volentieri a esse hanno affidato ruoli chiave per la vita di curva. La pezza URB Girls, inaugurata nella stagione ’84-‘85, è il giusto omaggio a tutte le ragazze che hanno donato un pezzo di cuore alla balaustra e che si sono guadagnate il rispetto “sul campo”, senza alcun tipo di favoritismo. Ma lavorando e vivendo in maniera ultras, al cento percento.



Paradossalmente la scia del “benessere” calcistico si sta per assottigliare, mentre l’epopea del tifo organizzato andrà sempre più in crescendo, riuscendo a scrivere pagine indelebili e indirettamente proporzionali ai risultati della squadra. La prima, disgraziata, retrocessione in Serie B viene vissuta come un vero e proprio dramma da una città che la massima divisione la vede quasi come un diritto acquisito. Sebbene il fondo si tocchi l’anno successivo, con la caduta in C e la totale condanna da parte della cittadinanza nei confronti degli “autori” di tale scempio. Qualcuno smette di andare allo stadio, altri pensano alla ricostruzione. Nel frattempo l’Italia curvaiola vive il suo primo, vero, periodo repressivo.

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Ad Ascoli, il giorno della prima retrocessione in Serie B

L’omicidio Paparelli (1979) ha scatenato presso le Questure una sorta di caccia alle streghe (passano i tempi e le ere, ma non i modus operandi): vengono vietati striscioni, tamburi e qualsiasi insegna faccia anche vagamente riferimento alla parola ultras. In tanti pensano che questo movimento giovanile, che sta attecchendo da Nord a Sud, sia ormai condannato. In realtà siamo all’alba del ventennio più grande e importante per lo stesso, quello tra gli anni ’80 e i ’90. Due decenni diversi tra loro ma fondamentali per rendere gli ultras italiani i più celebri e copiati nel Mondo. Quattro lustri in cui anche a Bologna, malgrado la mestizia calcistica, si vivranno momenti di gloria.

Qual è la differenza tra l’ultras e il tifoso normale?

Forse sta tutta nella genesi della Curva Costa degli anni ’80. Centinaia di giovani si avvicinano agli spalti, infischiandosene della Serie C e dei campi che spesso e volentieri vedono l’arrivo del Bologna come l’evento della stagione. Anzi, forse è proprio questo a dar linfa nuova per favorire la formazione di una “generazione di fenomeni” – citando gli Stadio, gruppo formatosi proprio a Bologna nel 1977 – al seguito dei rossoblù. Trasferte memorabili, dove qualche volta si sbaglia strada cercando il campo di gioco (del resto non c’erano i navigatori) e dove il concetto di ultras si solidifica e diviene quasi “ossessivo”, tra riunioni praticamente effettuate tutti i giorni e definizione di un direttivo vero e proprio composto da uomini e donne in grado di assumersi incarichi e curare il materiale. Di fatto Ultras sette giorni su sette. Una vera e propria gavetta, paradossalmente necessaria, per svezzare definitivamente quell’idea nata nel 1974.


1982: l’irruzione dei Mods


Lo sviluppo e la crescita della tifoseria organizzata divengono anche momento di confronto fra le varie anime che ne fanno parte. Il 1982 è un anno importante per la storia della Curva Andrea Costa. All’interno dei Forever Ultras si susseguono diverse discussioni, nelle quali emerge un gruppo di ragazzi con visioni diverse rispetto a quelle del direttivo, che in quel momento ha cementato la propria struttura, lasciando poco spazio a chi poteva avere “esigenze” differenti. Ne segue la fuoriuscita degli stessi e la formazione di una nuova sigla: i Mods, originari di San Mamolo, con punto di riferimento la Chiesa dell’Annunziata.

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I Mods nella curva Andrea Costa

“Sempre i soliti”, come recitano le loro prime sciarpe. Un nome che in quegli anni ammalia molti ragazzi, anche grazie all’uscita nelle sale cinematografiche di Quadrophenia, opera che narra le vicende di Jimmy, un ragazzo mod coinvolto con i suoi amici nelle scorribande tra rockers intenti a creare scompiglio nelle città inglesi. Una separazione che, per quanto possa esser stata “dolorosa”, non ha comunque spaccato il settore. E che ha dato il via all’epopea di uno dei gruppi più amati e odiati del Belpaese, sicuramente uno dei più folli e guasconi che abbia mai solcato gli stadi della Penisola. Quattro anni più tardi, invece, nasce anche un’altra sigla tutt’oggi attiva, i Freak Boys.

Importanti, nella storia della Curva Nord, sono anche i Supporters, presenti dal 1979 e dei quali, dal 1984, si perderanno un po’ le tracce. La sigla verrà rianimata da un gruppo di giovanissimi (quasi tutti minorenni) che utilizzeranno l’acronimo SRB, distinguendosi per azioni sempre molto furbe e strategiche, oltre che per il coraggio e la sfrontatezza della loro età.

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Un corteo degli anni ’80

Degni di nota, nello stesso periodo, i Facinorosi. Sempre giovanissimi e sempre con le stesse caratteristiche dei Supporters, ma provenienti tutti da Borgo Panigale, un quartiere periferico della città. Tanto che spesso si firmano FB (Facinorosi Borgo). Da questo momento, logicamente, alcuni aspetti della vita curvaiola vengono affrontati singolarmente dai gruppi. In particolar modo la gestione delle amicizie differisce. I Forever proseguono il loro legame con la Fossa dei Leoni, mentre i Mods si avvicinano progressivamente ad alcuni gruppi della Sud romanista. Si arriva, per forza di cose, a compromettere anche altre amicizie o patti di non belligeranza, in virtù di un periodo – gli anni ottanta – in cui nascono e si rompono amicizie con la velocità della luce, spesso anche per futili motivi.

Anni di cambiamenti, evoluzioni e novità. Anni in cui si fa spazio una vera e propria consapevolezza di ciò che il movimento sta diventando, anche rispetto alle frizioni che lo caratterizzano e che non debbono fungere da vincolo per mettersi insieme quando le ragioni lo richiedono. La repressione è in ascesa e si arriva a dover ragionare assieme su quanto si possa e si debba fare per reagire, in maniera intelligente. Nel 1985 a Cosenza si organizza il primo raduno ultras per mano di Padre Fedele, storica figura della tifoseria bruzia. I Forever Ultras partecipano, tracciando una strada che li contraddistinguerà negli anni, cioè quella della partecipazione attiva a varie iniziative organizzate con lo scopo di costituire una rete nazionale di dialogo e tutela del mondo ultras.



Negli anni ’80 e soprattutto negli anni ’90 la politica diventa un elemento importante di irruzione nelle curve italiane. Bologna non è esente da questo discorso, con i tentativi di ingresso da parte di gruppi che spesso (da destra o da sinistra) non hanno interesse nella militanza curvaiola, ma solo nel fare propaganda. Con molta fatica vengono respinti, in nome di quell’apoliticità con cui il tifo organizzato rossoblù è nato. Non è un caso, pertanto, che nella storia della Curva Andrea Costa gli unici riferimenti alla politica siano stati lo striscione sulla Strage del 1980 e lo Snoopy (all’epoca utilizzato dal simbolismo del Fronte della Gioventù) apposto al centro dello striscione dei Mods, poi sostituito con Andy Capp. Sempre i Mods, nel 1985 – successivamente al disastro dell’Heysel – decidono di togliere l’Union Jack dal proprio materiale, sostituendola con il tricolore.  

Gli anni ottanta sono senza dubbio il decennio in cui la sottocultura ultras esplode. Le curve diventano sempre più organizzate, trascinando migliaia di tifosi in trasferta e dando vita anche a domeniche tutt’altro che tranquille.

Abbiamo già menzionato l’acerrima rivalità con la Curva Fiesole, un rapporto complicato che deborda nel 1989 – all’interno di una stagione brutalmente segnata dalle morti del tifoso ascolano Nazzareno Filippini e del romanista Antonio De Falchi – con uno degli episodi più gravi mai accaduti a margine di una partita di calcio disputata nei nostri stadi. Il convoglio che dal capoluogo emiliano trasporta i circa duemila tifosi felsinei in Toscana per la penultima partita stagionale, viene colpito da diverse molotov all’altezza della stazione di Rifredi. Ne fa le spese il quattordicenne Ivan Dell’Oglio, che prende letteralmente fuoco, incastrato nel suo scompartimento assieme ad altri quattro ragazzi.

Porterà a vita sul suo corpo i segni di quella giornata. Una vera e propria domenica da incubo, con la rabbia dei supporter bolognesi che si riversa per le strade di Firenze, in una giornata in cui peraltro nella città gigliata si vota e lo schieramento di polizia e militari è dunque ingente. Gli incidenti con le forze dell’ordine si protraggono nei pressi e dentro lo stadio Franchi. Un punto di crisi su cui il movimento deve ovviamente riflettere. Il momento in cui si percepisce come ogni gruppo adotti un suo stile di comportamento e quindi occorra conoscere molto bene chi ci sia dall’altra parte della “barricata”.

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Striscione dei tifosi bolognesi contro i Viola

Ovviamente l’omicidio di Vincenzo Spagnolo, nel tristemente famoso Genoa-Milan del gennaio 1995, altera ancor più gli equilibri e rende necessario un ragionamento più approfondito e acuto tra tutte le componenti del tifo organizzato, anche quelle divise da acerrime rivalità. Il rapporto tra repressione e violenza è tormentato e complesso, ma fondamentale. L’aumentare della prima, il velato tentativo di cancellare i primi spazi aggregativi e togliere agli ultras la libertà d’azione di cui hanno goduto nel decennio precedente, porta sistematicamente ad alzare l’asticella da ambo le parti.

Nuove generazioni si avvicendano sulle gradinate e sulle balaustre, molte della quali – come in ogni sottocultura – vogliono tracciare la loro strada e, magari anche nel rispetto di chi li ha preceduti, cambiare sensibilmente o profondamente il modo di vivere la curva. Inoltre, lo Stato – nella veste dei funzionari e dei suoi agenti – diventa un “nemico” comune, da arginare per salvaguardare l’ambiente curvaiolo. Ma anche su cui riversare l’alveolo di violenza che nel frattempo sta progressivamente abbandonando le piazze, ormai quasi sempre controllate meticolosamente dagli apparati statali.


Dal Progetto Ultrà al Movimento Ultras


Sulla scorta dei fatti di Genova, all’interno dell’associazione di promozione sociale Uisp (Unione Italiana Sport Per tutti) nasce a Bologna Progetto Ultrà, con l’obiettivo di creare uno spazio a difesa della cultura popolare del tifo. Nell’ambito di questo progetto si ritrovano diverse tifoserie per discutere dei crescenti problemi e dare il la, successivamente, alla creazione di Movimento Ultras. Una piattaforma del tutto indipendente da Progetto Ultrà, apolitica e apartitica, sottoscritta da circa ottanta tifoserie con l’intento di intraprendere una linea comune su varie tematiche. Dalle leggi speciali alla tessera del tifoso, passando per le regole atte ala limitazione degli strumenti per il tifo e le restrizioni sui biglietti. Questo implica ovviamente un avvicinamento ad altre tifoserie, con cui negli anni o non c’erano stati rapporti o si era addirittura arrivati allo scontro. Tra questi ci sono anche i laziali.

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Eagles Supporters a Bologna, 1982/83

L’inizio degli anni ’90 è segnato da importanti passaggi storici all’interno delle curve italiane, diversi gruppi che fino ad allora hanno portato avanti il discorso nella propria città vanno in crisi e vengono soppiantati dalle nuove leve, volenterose di scrivere altre pagine dietro a nuove insegne. È il caso della Nord capitolina, che da pochi anni ha definitivamente cambiato gestione, con la fine, nel 1992, dell’era Eagles Supporters ad appannaggio degli Irriducibili. I primi contatti tra emiliani e biancocelesti – oltre a quelli dovuti alla rivalità – avvengono sul finire degli anni ’80, più precisamente nella stagione ’88-’89. Un momento storico in cui tutti i gruppi hanno fanzine curate, che oltre a raccontare la storia della propria curva e del contesto cittadino, analizzano gli avversari in maniera molto dettagliata.

Anche attraverso le prime, massicce, corrispondenze che cominciano ad affollare le cassette postali e che si protraggono – anche grazie a giornalini tematici, quali Supertifo – fino alla metà degli anni duemila, quando l’avvento del web finirà per stroncare questa romantica pratica. In tale periodo lo scambio epistolare tra laziali e bolognesi finisce direttamente sulle rispettive fanzine. Su Bologna Nel Cuore – distribuita ogni domenica in Andrea Costa – vengono intervistati alcuni ragazzi degli Eagles e, di rimando, su Lazialità sono i Forever Ultras a esser interpellati. Questo scambio è ovviamente importante anche per capire le modalità con cui ogni Questura gestisce l’ordine pubblico e tratta le tifoserie avversarie. Una maniera, insomma, per fare “prevenzione” in seno al mondo ultras e sapere già prima di partire cosa ci si può aspettare.



Anche perché il modus operandi, come detto, sta mutando nettamente. Se fino qualche anno prima si è stati abituati ad arrivare nelle città avversarie da soli, scendere dal treno e raggiungere con le proprie forze lo stadio, adesso le forze dell’ordine cominciano a prelevare i gruppi, chiuderli in autobus con delle sbarre al posto dei vetri – in stile deportazione – e scortarli fino ai nuovi settori ospiti, che hanno definitivamente preso il posto delle zone miste.

È tuttavia anche un modo per analizzare faccende prettamente di curva. Gli Irriducibili in quegli anni sono un gruppo di rottura, che anche attraverso una curatissima fanzine porta una ventata di novità, staccandosi dalla maniera “tradizionale” che sinora avevano avuto gli Eagles di vivere lo stadio. Ricordate quando parlavamo di fenomeno ultras come fenomeno di costume? Beh, questo ne è uno degli esempi lampanti. Anche una curva “all’italiana” come quella del Bologna guarda con curiosità ciò che accade a Roma sponda laziale, utilizzando queste informazioni come momento di interlocuzione interna. Trovando stimoli e spunti da un conglomerato ultras che in quel momento è attivo, fervente e ricco di idee.

bologna roma gemellaggio
Una testimonianza del gemellaggio tra tifosi del Bologna e della Roma

Questa attenzione si era già manifestata nella stagione ’86-’87, quando nel derby di Serie B contro il Modena l’Andrea Costa realizza una coreografia con la scritta gigante “Bologna nel Cuore” (vedi sopra), che ricalca l’omonimo spettacolo realizzato dai laziali in una stracittadina di qualche anno prima. Perché, in fin dei conti, resiste in piedi sempre e solo chi negli anni sa rinnovarsi (senza snaturarsi) e farsi delle domande sul proprio percorso. Peraltro l’esperienza all’interno di Movimento Ultras è stata per anni comune e concorde, fin quando le strade – almeno per quanto riguarda gli ultras biancocelesti – si sono separate.

Il 19 giugno del 2004 si svolge a Bologna la Seconda Manifestazione Unitaria di Movimento Ultras. Il momento più alto per questa piattaforma, in cui sfilano 8000 ultras, in rappresentanza di un’ottantina di gruppi ultras arrivati da tutt’Italia. Viene diffuso un volantino in cui sono toccati tutti i punti per cui si è deciso di scendere in piazza: dalla repressione, al caro biglietti, ai Daspo utilizzati ormai come strumenti preventivo, fino alle televisioni che lentamente stanno fagocitando la passione e la frequentazione delle gradinate.

bologna ragazze ultras tifosi
Il tifo degli anni ’80, un’altra storia

Se la Bologna ultras è in perenne crescita e mutamento, lo stesso non si può dire per quella calcistica. Dopo la risalita dalla C e il ritorno in Serie A (’87-’88), i felsinei sembrano aver trovato un proprio equilibrio, conquistando anche la qualificazione per la Coppa Uefa ’90-’91 sotto la guida dell’emergente Luigi Maifredi. Ma è un fuoco di paglia. Se in Europa le cose vanno alla grande, con un cammino che si ferma solo contro lo Sporting Lisbona ai Quarti, in campionato i rossoblù traballano – anche a causa delle fatiche infrasettimanali – e alla fine retrocedono in B.

È solo l’inizio dell’ennesimo calvario. Il presidente Luigi Corioni (poi al Brescia) cede le quote a Pietro Gnudi e Valerio Gruppioni, due imprenditori bolognesi dietro ai quali si cela in realtà un volto noto del calcio italiano: Pasquale Casillo. La squadra ottiene una salvezza striminzita, mentre l’anno successivo, travolta dalla malagestione societaria, retrocede per la seconda volta nella sua storia in Serie C. Il club, indebolito, messo in mora e con gravi pendenze relative a mensilità non pagate, fallisce miseramente. Conoscendo il gradino più basso della propria storia. La tifoseria è ovviamente una polveriera e deve rimboccarsi le maniche, anche perché l’avvento della presidenza Gazzoni non sortisce effetti immediati: la stagione ’93-94 si conclude ai playoff contro la Spal.

tifosi bologna
Forever Ultras

I ragazzi allenati da un “certo” Alberto Zaccheroni al Mazza si impongono solo 0-1, non riuscendo a ribaltare lo 0-2 dell’andata. Una gara, quest’ultima, segnata da pesantissimi incidenti in campo e fuori lo stadio. Bisogna attendere la stagione successiva per tornare tra i cadetti, e il 1996 per riassaporare la Serie A. Un ultimo scalino che viene salito con la palpitazione del caso, battendo il Chievo all’ultima giornata con un gol a tempo scaduto di Giorgio Bresciani. È il tripudio di una piazza che spera di aver terminato il proprio purgatorio. Speranze che hanno ragione di esistere, considerato che sotto la presidenza Gazzoni arriveranno giocatori del calibro di Kolyvanov, Andersson, Ingesson e nientepopodimeno che Giuseppe Signori e Roberto Baggio.

Rose competitive che con le guide tecniche di Renzo Ulivieri e Carlo Mazzone conquistano due semifinali di Coppa Italia e soprattutto una semifinale di Coppa Uefa nel ’98-’99. Un Bologna-Marsiglia passato agli annali per le furibonde polemiche nella gara di ritorno, quando in terra emiliana viene assegnato un rigore a dir poco dubbio ai francesi, consentendo loro di accedere alla finale di Mosca (poi persa 3-0 col Parma di Alberto Malesani) e gettando nello sconforto una squadra e una tifoseria che avevano iniziato il cammino europeo da lontanissimo, avendo vinto l’Intertoto (che all’epoca permetteva l’accesso alla Uefa) contro i polacchi del Ruch Chorzow. La gara con i transalpini è ricordata anche per gli incidenti tra tifoserie scoppiati sia al Vélodrome che in Italia.



Gli ultimi ventiquattro anni sono storia “recente”, con un club che malgrado i vari avvicendamenti al vertice – pur mantenendo la categoria, con qualche scivolone di poco conto in B – non è più riuscito a regalare un sogno ai propri sostenitori. Gli anni ’90 hanno segnato una generazione di ultras felsinei, i quali sono passati dagli ostici campi della C alle gradinate europee (non meno ostiche in realtà), conoscendo ogni tipo di categoria e forgiandosi nell’anima, nello spirito e nelle esperienze. Il punto esclamativo per quelli che fino ad allora hanno composto la Curva Andrea Costa.

Ma com’è oggi la geografia della curva bolognese?

Forever Ultras e Freak Boys sono ancora là, a rappresentare i gruppi più longevi e numerosi, sistemati lungo la balaustra che dà verso i Distinti. Il cosiddetto calcio moderno e la soffocante repressione, anche simbolica, che ormai da anni attanagliano il calcio italiano, hanno in qualche modo ridisegnato l’impatto visivo degli ultras emiliani. Dal 2007 i due gruppi non portano più gli storici striscioni (ultima apparizione di Forever Ultras è datata marzo 2007, nel match di Serie B contro il Frosinone), onde evitare tutto l’iter burocratico che ne permette l’autorizzazione, nonché la modifica degli stessi (che non essendo ignifughi andrebbero totalmente rifatti, con altro materiale).

Scompaiono così i ventisette metri dello striscione dei Forever, un lungo lembo di stoffa che si è trascinato per trentacinque anni senza mai esser rifatto o modificato. Una parte della storia del club, messa in soffitta e ritirata fuori solo in contesti extra stadio, dove per la sua esposizione non è richiesta nessuna autorizzazione. Il non poter portare l’elemento più rappresentativo di un gruppo pesa ed è ovviamente doloroso, così nel 2009 (Bologna-Genoa) in occasione del centenario del club si decide di dipingere, sul muretto sotto la balaustra, gli striscioni delle due insegne.

freak boys bologna
La sede dei Forever Ultras e dei Freak Boys si trova all’esterno del Dall’Ara

In maniera che nessuno possa vietarne l’ingresso o puntare il dito per qualche altra bislacca motivazione. Stessa ratio con cui sovente vengono esposti gli striscioni sulla recinzione dello stadio, all’esterno. Il concetto di dover autorizzare un’opinione, un messaggio, un’idea, va sicuramente contro quello spirito ribelle e libertario degli ultras e allora, come tante altre piazze, si preferisce trovare un escamotage.

Nota a margine: il logo dei Forever Ultras è sempre stato URB (Ultras Rosso Blu) perché inizialmente è il nome scelto per rappresentare la realtà del 1974; poi nel 1984 una sezione (URB sez. Crevalcore) inserisce i martelli incrociati del West Ham e l’idea piacque, tanto che dal 1988 il logo ufficiale dei Forever Ultras è URB 74 con i martelli incrociati.

Per quanto riguarda la balaustra centrale, quella storicamente appartenuta ai Mods (che pur non essendosi mai sciolti ufficialmente, hanno diradato le loro presenze, almeno in fatto di pezze e striscioni), diversi sono stati i cambi di guardia, pur rientrando sempre sotto la “supervisione” dello storico gruppo nato nel 1982 (sebbene tutto ciò che si è avvicendato non va considerato una “costola” dello stesso). Dapprima è la pezza Felsinei a campeggiare, benché il loro percorso sia alquanto fugace e venga soppiantato da Settore Ostile.

settore ostile bologna
La bandiera del Settore Ostile campeggia nella curva bolognese nel match casalingo contro la Lazio, marzo 2023

Un gruppo di ragazzi fuoriuscito dai Forever Ultras, con una discreta influenza proveniente dal mondo casual, tanta voglia di fare e restituire alla città l’idea di piazza tosta e rognosa. L’esordio è però traumatico e in occasione di Catania-Bologna del 2014 il gruppo viene praticamente diffidato nella sua interezza, per un totale di 107 anni di Daspo. Rimasta orfana, la balaustra centrale viene “occupata” dalla Beata Gioventù, che per qualche tempo ne gestisce lo spazio, tramutandosi poi in Mai Domi, scendendo dapprima nella zona bassa lato tribuna coperta e risalendo poi al centro, nel tentativo di aiutare la coordinazione del tifo.

Questo fino al ritorno in blocco del Settore Ostile, che si riposiziona sulla balaustra centrale e costituisce l’ultimo tassello per la curva che attualmente si vede ogni settimana.

Certo, di tanto in tanto lo striscione dei Mods è riapparso, per rimarcare come idealmente il gruppo non sia mai morto. È il caso di Bologna-Empoli del 2015, quando le quattro lettere fanno capolino tra le luci delle torce e dei fumogeni per commemorare Pulce, uno degli storici fondatori scomparsi sul finire degli anni ’90. Assolutamente consigliato questo podcast, dove alcuni esponenti storici parlano della loro esperienza, ripercorrendone pagine e aneddoti con il classico spirito ironico che li contraddistingue.

Ovviamente esiste un vero e proprio direttivo di curva, dove percentualmente ogni gruppo partecipa. Altre insegne attuali – almeno tra le più cospicue – sono quelle della Vecchia Guardia 1974 e Controtendenza (tra i fondatori ci sono personaggi storici dei Forever).

La funzione aggregativa del tifo bolognese è sicuramente ben incarnata nello spirito di A Skeggia, ritrovo ormai avviato e ben amalgamato per il tifo organizzato rossoblù. Un luogo dedicato, per l’appunto, a Skeggia. Un ragazzo che ha donato la sua vita alla militanza tra le fila dei Forever Ultras e attraverso il quale, come spesso accade in questo ambiente, ci sarebbe da raccontare l’anima di quel rapporto che si crea dietro gli striscioni, un legame di sangue che va ben al di là della semplice amicizia. Skeggia era un ragazzo che sognava. E lo faceva in grande.

Il ritrovo dei tifosi del Bologna

Sognava spazi aggregativi e costruttivi, sia per lo stadio che per la città. Skeggia sognava un posto come questo. Figlio di una città che ha sempre avuto voglia di “fare balotta”, come si dice da queste parti. Di stare assieme, di confrontarsi. Un luogo di ritrovo che andasse ben al di là del bar, un qualcosa che fosse – senza scopo di lucro – sotto le mani degli ultras. Il rimpianto di tutti è quello di averlo realizzato quando lui non c’era più e in molti credono che se la sua apertura fosse avvenuta qualche tempo prima lui sarebbe ancora qui. È quindi un luogo “suo” a tutti gli effetti. E a lui è dedicato.

Ma nel Paese che cerca sistematicamente di disgregare ogni tentativo giovanile di preferire la compagnia, la costruzione delle idee e anche la militanza, come si arriva a gestire una struttura comune e aperta a tutti? Storicamente gli Ultras si sono sempre ritrovati qui, all’ex Bocciofila, un luogo che nel tempo è andato però incontro al fallimento alla conseguente chiusura. Immediatamente i Forever Ultras si propongono di rilevarne la gestione, che viene però negata dal comune a causa di ingenti carenze strutturali.

La voglia di non lasciar morire uno spazio aggregativo ma, anzi, di dargli una seconda giovinezza e farlo diventare un crocevia urbano è tanta e non si arrende di fronte al diniego.

Parte dei locali vengono così occupati e grazie alle competenze di molti ragazzi del gruppo si procede con la ristrutturazione e la messa a norma, giungendo così alla fatidica data del 10 gennaio 2015: l’inaugurazione ufficiale. L’invito viene rivolto all’intera cittadinanza, comprese le istituzioni, le quali molto realisticamente ammettono che senza il tifo organizzato non sarebbe mai stato possibile il restyling e la riapertura. Di fatto la restituzione alla città di un luogo aggregativo, sempre aperto dalle 18 alle 24. A spese dei tifosi e senza alcuno scopo di lucro.

Al suo interno è presente una mostra fotografica sul tifo felsineo, un piccolo spazio gestito prima e dopo le partite per i bambini, una palestra dove tutti i giorni si svolgono gratuitamente allenamenti di boxe, thai box e altri sport, un palco (dove sovente si esibiscono gruppi, anche di una certa importanza, come gli Skiantos) e c’è la possibilità di mangiare e stare assieme. Sopravvive ovviamente di quello che sono gli introiti del bar. Si svolgono anche riunioni, presentazioni di libri e diversi appuntamenti. Non c’è la connessione internet, perché A Skeggia dev’esser luogo di confronto, dove ancora si parla. Da questi locali viene irrorata anche una trasmissione radiofonica (e da poco televisiva, ogni mercoledì su Canale 88) gestita dai Forever e dal nome “Oltre la curva”. La cartina al tornasole di quanto gli ultras non siano un “mostro” esterno alla società, ma parte integrante della stessa.

Una dichiarazione d’amore che vale più di tante parole

Un momento di crescita importante, soprattutto se correlato al periodo difficilissimo dal punto di vista aggregativo. Un modo per permettere di restare attivi anche a ragazzi che per svariate ragioni non possono frequentare il gruppo allo stadio. Inoltre nessuno è proprietario e nessuno è a libro paga. Un posto dove si impara il gusto di fare, per stare insieme, senza avere un protagonismo o un riscontro personale.

Un aspetto molto importante nel parlare di Bologna è sicuramente anche quello che riguarda la pallacanestro. Sport per il quale, probabilmente, negli ultimi decenni è stata più conosciuta e attraverso il quale ci sono, inevitabilmente, legami sul piano del tifo. Parliamo della Basket City per antonomasia. L’unica città italiana che per lungo tempo ha avuto due squadre competitive su tutti i fronti e l’unica a poter vantare un duplice seguito: massiccio, passionale e religioso.



Fa sempre strano pensare che malgrado l’aspra rivalità tra virtussini e fortitudini, il minimo comun denominatore rimanga il Bologna Football Club. Il papà di tutti gli sportivi. Le tre parole che riecheggiano nei bar, nelle piazze, nei negozi e dalle finestre del capoluogo emiliano. La Fossa dei Leoni della Fortitudo ha un’anima molto intrecciata ai Forever Ultras, essendo stato il Bimbo uno dei suoi maggiori militanti.

In molti negli anni si sono divisi tra palazzetto e basket, anche grazie ai diversi orari dei match. Peraltro il Dall’Ara e il PalaDozza (dove anche le V Nere hanno giocato fino al 1997) sono poco distanti, favorendo così la doppia frequentazione. Detto questo è importante sottolineare come diversi personaggi di spicco della Curva Andrea Costa siano stati e siano tutt’oggi virtussini. Così come è importante rimarcare quanto al seguito del calcio – un po’ come avviene per la politica – la militanza cestistica non debba interferire. Mentre a livello cittadino le tre realtà si sono sempre spalleggiate trasversalmente, nelle battaglie e nelle manifestazioni da portare avanti sul mondo del tifo organizzato.



E se questo lungo (in realtà anche sintetizzato e comunque non omnicomprensivo di tutta la storia del tifo rossoblù) excursus storico è necessario per capire dove si sta entrando questa sera, altrettanto importante è la contestualizzazione del “tempio”. Ossia lo stadio. Ci credereste se vi dicessimo che il Bologna ha giocato in ben tre impianti differenti prima di mettere le tende, definitivamente, al Dall’Ara nel 1927? Fondato nel 1909, il sodalizio rossoblù ha disputato il primo anno di attività presso i Prati di Caprara, oggi adibiti a bosco urbano e un tempo area militare posta in prossimità dell’Ospedale Maggiore.

Qua gli emiliani hanno esordito con una roboante vittoria per 10-0 contro la Sempre Avanti, il 20 ottobre 1910. L’anno successivo c’è lo spostamento nel campo della Cesoia, appena fuori Porta San Vitale. L’esordio avviene contro il Venezia e, benché a oggi si cerchi ancora di ricostruirne la posizione corretta, i giornali dell’epoca narrano di un vero e proprio catino, posto sotto al livello della strada e in grado di divenire un’impraticabile pozza in caso di piogge persistenti.

Non a caso nel 1913 il club decide di spostarsi nuovamente, stavolta presso lo stadio Sterlino (dal dialetto bolognese Sterlén, termine con cui viene chiamato il regolo), in località Ragno.

Qua disputa ben quattordici stagioni. Una curiosità: tra le due porte esisteva un dislivello di oltre un metro, con il Bologna che al sorteggio sceglieva sempre la metà campo in salita nella prima frazione, così da poter faticare meno nella ripresa e mettere in difficoltà gli avversari. Dopo un ricorso della Spal nel 1924 il club dovette appianare il terreno di gioco, che nel frattempo era stato intitolato all’ex giocatore Angelo Baldini. Dopo il definitivo trasloco al Comunale lo Sterlino viene abbandonato e demolito nel 1960. Oggi al suo posto insiste un altro campo, intitolato a Giulio Onesti ma ancora soprannominato dai bolognesi Sterlén.

E veniamo dunque ai giorni nostri. Siamo nel cuore del quartiere Porto-Saragozza. Stretti tra alcuni piccoli corsi d’acqua – su tutti il Reno -, e la Via Emilia Ponente, che qua assume i nomi di Saffi, San Felice e Ugo Bassi. Riferimenti che peraltro sono spesso stampigliati sulle pezze degli ultras locali. Il Dall’Ara – in principio Stadio Littoriale, poi Comunale e dal 1983 intitolato allo storico presidente – è stato inaugurato nel 1927, giungendo sino a oggi come uno degli impianti più capienti (36.000 posti) e polifunzionali del Paese (in cui, ovviamente, sono state anche disputate varie gare delle kermesse internazionali organizzate dall’Italia). L’impianto è stato inaugurato con un incontro amichevole tra l’Italia e la Spagna, vinto per 2-0 dagli azzurri. Mentre la domenica successiva è il Bologna a calcare per la prima volta ufficialmente il terreno del Littoriale imponendosi 1-0 sul Genoa, grazie a un gol di Martelli.



Se è vero che negli ultimi anni si fa un gran parlare circa una sua totale ristrutturazione, che preveda anche e soprattutto l’avvicinamento degli spalti al campo e l’eliminazione della pista d’atletica, il Dall’Ara preserva un fascino storico imponente. E non solo perché qui il Bologna ha scritto le sue pagine più gloriose, ma anche perché conserva una piccola sintesi della storia moderna italiana. Basti pensare al suo simbolo più celebre: la Torre di Maratona.

Realizzata per soverchiare i Distinti, viene completata il 29 ottobre 1929, seguendo il progetto di Giulio Ulisse Arata. Innalzata proprio nel luogo dove avvenne l’esecuzione di Ugo Bassi – alta e larga quarantadue metri – si articola su sei livelli. Inizialmente sul pennone viene collocata una statua rappresentante la Vittoria alata con fascio littorio, nonché una bandiera della Regia Marina dalla superficie di 100 mq. Mentre di fronte alla nicchia dell’arco monumentale trova posto una statua equestre di Mussolini, realizzata fondendo tre cannoni sottratti agli austriaci durante la battaglia dell’8 agosto 1848. Il 26 luglio del 1943 questa viene abbattuta dalla folla, mentre quattro anni dopo il cavallo riutilizzato per forgiare due statue di giovani partigiani, in ricordo della battaglia di Porta Lame.

L’ingresso dalla Curva rossoblù

La sensazione, non a caso, è quella di trovarsi di fronte a un vero e proprio monumento. Soprattutto per un calciofilo incallito. Peraltro va ricordato come le due curve siano state intitolate a personaggi scolpiti nel cuore dei tifosi felsinei. Quella degli ultras dal 2009 onora la memoria di Giacomo Bulgarelli, immortale capitano per diciassette stagioni, che con le sue 391 presenze entra di diritto nella storia del football nazionale e non solo in quella del Bologna. Il condottiero dell’ultimo scudetto, con una vita dedicata alla maglia rossoblù.

La San Luca, invece, dal 2007 è intitolata alla memoria di Árpád Weisz, allenatore ungherese del Bologna dal 1935 al 1938, che all’ombra delle Due Torri ha conquistato due epici scudetti (’37 e ’38) – nonché la finale con il Chelsea di cui sopra – andando a interrompere lo strapotere juventino e passando alla storia per aver conseguito il primo con una rosa di soli quattordici calciatori. Il tecnico, di origini ebraiche, in seguito alle leggi razziali fu costretto ad abbandonare l’Italia, rifugiandosi prima a Parigi e poi in Olanda (dove allenò il Dordrecht), venendo tuttavia arrestato dalla Gestapo e ucciso dai nazisti in un campo di concentramento dell’Alta Slesia.

Le luci che illuminano lo stadio fanno da guida verso i suoi ingressi.

Dopo esser passati davanti alla Curva Andrea Costa si guadagna agevolmente l’accesso alle gradinate, passando tra stuoli di tifosi e bancarelle che vendono i più disparati gadget, oltre alle immortali sciarpe e bandiere. Come detto, i botteghini hanno registrato quasi sold out e il colpo d’occhio è infatti di quelli importanti. Le due tifoserie si punzecchiano già nel pre-partita, mentre uno stuolo di ragazzi è impegnato sul tartan dirimpetto la Curva bolognese a sventolare i propri bandieroni e restituire un effetto molto retrò.

Sprazzi di libertà che di tanto in tanto riscaldano il cuore. Sebbene il vero calore questa sera arrivi dalla fitta, bella, conciliante e libera, torciata realizzata dagli ultras di casa. Quando dal tappeto di sciarpe tese si comincia a intuire l’accensione di cotanta magia pirotecnica, lo spettacolo non può che ritenersi già ampiamente sufficiente. Sarà perché anni di repressione e proibizionismo ci hanno disabituato a un qualcosa che nel passato raccontato qualche paragrafo sopra era la normalità, sarà perché questi sono colpi al cuore per chi vorrebbe una Serie A plastificata, seduta e asettica. Ma l’augurio è sempre quello di vedere, un giorno magari lontano, questi oggetti non combattuti ma incentivati. Che poi, la cosa ridicola, è che una curva “infuocata” viene ripresa e utilizzata centinaia di volte come immagine spot proprio da quelle televisioni e quei giornali che sovente si sbracciano nel condannare anche un coro di sfottò!



Da segnalare – oltre alla presenza dei gemellati di Ravenna, evidenziata da diverse bandierine giallorosse – sulla balaustra dei Forever Ultras la pezza Giallo Dozza, appartenente alla squadra di rugby formata dai detenuti del Carcere della Dozza. Un sostegno, quello degli ultras, che si protrae ormai da diverso tempo. A loro è dedicato un bello speciale di Enza Negroni (“La prima meta”) che svariate volte è stato proiettato proprio A Skeggia.

E se il ricordo del compianto Sinisa Mihajlovic trova in accordo tutti, strappando un commovente applauso, la contesa si fa aspra anche su fronte laziale. I quattromila cercano di sospingere alla vittoria i propri ragazzi, restituendo una bella immagine di colori, bandieroni e cori coordinati dai gruppi che occupano la balaustra. Quando migliaia di sciarpe roteano assieme, producendo un pregiato effetto visivo, riviene alla mente tutta la storicità che ogni curva si porta dietro. In casa e in trasferta. Il percorso che ha portato ad affrontare novanta minuti con il proprio spirito e il proprio stile.

Dicevamo, prima, delle differenze. E di quanto esse siano importanti in un confronto, perché permettono di prendere spunto e crescere.

Quello che un osservatore può constatare la sera del match, ad esempio, è l’approccio opposto dei protagonisti: da una parte tifo ritmato dai tamburi, con cori lunghi e dal ritmo variegato. Dall’altra un sostegno più secco, con tanti cori a rispondere, manate e “boati” forti e granitici. È ovviamente il frutto delle strade percorse negli anni dalle curve, ma anche il modo di sottolineare come di fondo resti sempre una mentalità curvaiola che va difesa e forgiata, per formare le generazioni a venire. Le stesse che certamente troveranno un prodotto calcio ancor più inquinato e sempre meno volenteroso di racchiudere nel baraccone gli ultras e la loro spontanea e viscerale passione.

In campo lo spettacolo non è dei più esaltanti e alla fine lo 0-0 racconta di una partita brutta, lenta, compassata e senza emozioni. Un match in cui tutti dovrebbero ringraziare il tifo organizzato della sua presenza e il suo tentativo di dare un minimo interesse allo stesso.

Tra qualche ora si spegneranno le luci dello stadio e rimarranno solo quelle delle strade, in un quartiere che tornerà tranquillo e senza suoni. Con il tempio in attesa della prossima sfida. C’è chi prendere l’autobus e chi per perdere tempo farà una passeggiata, magari transitando per Piazza Maggiore, incrociando gli occhi dei ragazzi intenti a bere e divertirsi, ma anche i vessilli dei tanti tifosi impegnati a fare serata. In fondo è sempre sabato.

C’è un cortometraggio ben realizzato, sempre da Enza Negroni. Scritto nel 2000/2001 dai Forever Ultras e pubblicato due anni più tardi, si chiama “Quanti siamo, quelli che siamo”. Narra della notte prima di una grande partita, vissuta dagli ultras sulle orme di Gimbo, un ragazzo diffidato di cui si sono perse le tracce. Narra di cuori intenti a realizzare una coreografia, a divertirsi, intrecciare le proprie vite e dar sfogo a tutta la loro appartenenza aggregativa in nome di un ideale e del Bologna F.C. È un’opera che restituisce un pezzo di questa città e di quella curva. E che quella strade che io sto attraversando, per recarmi in stazione – da dove questo articolo è iniziato – le conosce meglio di me e attraverso la sua proiezione le vorrebbe portare con sé sugli spalti e nel modus vivendi.

Lo spettacolo pirotecnico dei bolognesi a inizio partita

Ci sono passato migliaia di volte per Bologna Centrale. Da quando ho 16 anni ed ho iniziato a girare l’Italia per il calcio. Ci sono passato per cambiar treno, per attendere amici, incontrare storie che ormai credevo chiuse e ci sono passato perché a Bologna è impossibile non capitarci se fai una vita il cui il calcio e il tifo sono al centro di tutto. Mi ritornano in mente le parole di uno che la Penisola l’ha girata, ma in particolar modo ha conosciuto le sue sfaccettature più strane e spesso amare, ma che il pallone e la maglia a strisce rossoblù è riuscito sempre a portarsele dentro.

Pier Paolo Pasolini diceva: “Soffrivo allora per questa squadra del cuore, soffro atrocemente anche adesso, sempre.

L’attesa è lancinante, emozionante. Dopo, al termine della partita è un’altra faccenda, ci si rassegna al risultato, o si esulta”. Il football lo metteva subito dopo l’eros e la letteratura. Chissà cosa ne pensa quella masnada di ragazzi che proprio ora mi passa davanti, con la sciarpa biancoceleste che si intravede dal giacchetto e che sicuramente nutre sentimenti simili, seppure per colori diversi. Il mondo del tifo fagocita la logicità e regala momenti unici, forse borderline. Proprio come questa notte bolognese, con la sfida del Dall’Ara che si conclude tra un treno e una banchina. E una storia calcistica che, assieme a quella della sottocultura ultras locale, è pronta a ripartire da uno di questi binari.


Le foto di repertorio sono prese dalla pagina Facebook di Roberto Melotti – il Bimbo.

Tutte le altre, invece, sono di Simone Meloni

Gruppo MAGOG

Simone Meloni

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