La retorica del Sogno Americano ha i contorni dettagliati e inconfondibili di Manhattan. New York è stata terra promessa per migliaia di italiani: oggi un altro figlio del Bel Paese ha trovato proprio nella Grande Mela la sua definitiva consacrazione. Sul cemento verde e blu dell’Arthur Ashe Stadium, Matteo Berrettini ha riportato l’Italia del tennis in semifinale agli US Open, quarto e ultimo Slam dell’anno, dove mancava da 42 anni.

 

Ci è voluta la partita emotivamente più carica di questa edizione del torneo per battere il francese Gael Monfils, pericoloso fromboliere francese, che ha più volte messo in difficoltà il tennista romano con i suoi colpi spettacolari e indecifrabili. Berrettini ha confermato la maturità del campione, giocando un tennis aggressivo, trascinato da un dritto dirompente e un servizio eccellente, e per lunghi tratti ha domato con sapienza l’estro esuberante del tennista parigino. Ha anche mostrato tutta l’umana imperfezione della sua ‘prima volta’ al gran galà del tennis: con la partita in pugno, sul 5-3 e servizio a favore, si è lasciato irrigidire il braccio dall’emozione e ha fallito il primo match point, giocando una goffa seconda che ha gonfiato la rete e riportato gratuitamente Monfils in corsa.

 

L’abbraccio tra i due sfidanti

 

Eppure, la solidità mentale esibita nel corso di questo 2019 di costante crescita ha consentito al tennista romano di superare tutti i momenti più delicati di un quinto set giocato sulle montagne russe, in cui Berrettini non si è lasciato scomporre dalle 5 palle match non sfruttate, rimanendo sempre concentrato, in attesa dell’occasione giusta, arrivata solo agli ultimi respiri del tie-break decisivo. Oggi, a soli 23 anni, le spalle larghe e il fisico possente di Matteo Berrettini delineano già i tratti della storia del tennis maschile italiano. Perché se è vero che Corrado Barazzutti aveva centrato lo stesso obiettivo nel 1977, è anche vero che il torneo si giocava all’epoca a Forest Hills, poco distante da Flushing Meadows, su una superficie, la terra verde, del tutto simile alla terra rossa, tanto amata dal tennis azzurro. A ben vedere, è la prima volta che un tennista italiano approda a una semifinale Slam sul cemento e insieme ai trionfi di questa stagione a Budapest sulla terra battuta e a Stoccarda sull’erba, si può forse esultare di fronte al primo grande polivalente del nostro tennis.

 

La Grande Mela aspetta ancora di essere assaporata, ma tra Matteo e il frutto proibito c’è la serpe più velenosa dell’Eden: Rafael Nadal. Il maiorchino è probabilmente un avversario ancora proibitivo, ma sarebbe ingiusto porre limiti all’entusiasmo, lo stesso che, in fin dei conti, spinse Flavia Pennetta 4 anni fa al successo a Flushing Meadows.
Comunque vada il torneo, queste due settimane newyorkesi rimarranno certamente impresse nella memoria di Matteo Berrettini, all’alba di una carriera che si prevede possa lasciare il segno, grosso come i crateri provocati dal suo dritto, sui campi di mezzo mondo ma che avrà sempre una data e un luogo di inizio, un incipit che si confonde e identifica in quello di un capolavoro di Woody Allen: “New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”.