Lui, di sicuro, non lo confesserebbe mai. È troppo orgoglioso per ammettere una simile debolezza. Potrebbe dimostrare che ha tutto dalla vita: una bella famiglia con la classica formazione moglie/ figlio maschio/ figlia femmina/cane, due genitori premurosi, case di lusso sparse fra Monte Carlo, New York, Miami, Belgrado, una villa faraonica sul lago Pavlovic in Serbia, un patrimonio accumulato in nove anni che, secondo Forbes, al maggio del 2020 si aggira attorno ai 341,1 milioni di dollari. Non male per un uomo di appena 33 anni.

 

 

O magari potrebbe esibire la sua notorietà: ha conquistato ogni copertina planetaria e nel 2012 il Time lo inserì nella lista dei 100 uomini più influenti al mondo. In patria lo considerano molto più di un’icona: è una specie di ambasciatore itinerante e di sicuro diventerà una figura istituzionale di rilievo nella sua terra tormentata.

 

 

Oppure ancora potrebbe sostenere che nel proprio lavoro ha già toccato il punto più alto, quello che ti consegna alla leggenda anche se ti trovi ancora in attività: la posizione numero uno, raggiunta presto e mantenuta a lungo. Perché lui, di professione, fa il tennista. E il suo curriculum al momento dice: 17 titoli del Grand Slam, 8 Australian Open, 1 Roland Garros, 5 Wimbledon, 3 US Open, 5 ATP Finals, 1 Coppa Davis e un’ATP Cup con la propria nazionale, unico atleta ad aver vinto tutti i nove Master 1000 con 35 successi in totale (l’ultimo poche ora fa a Cincinnati).

 

L’apice dello strapotere di Djokovic agli Australian Open 2012: settima finale consecutiva vinta contro Rafael Nadal, la più lunga nella storia del tennis – 5 ore e 54 minuti (Photo by Ryan Pierse-Pool/Getty Images).

 

 

Ma Novak Djokovic, detto Nole, un piccolo problema ce l’ha, anche se non lo confesserà mai. Può negarlo, nasconderlo, rimuoverlo, sminuirlo. Tuttavia è abbastanza evidente: non riesce a farsi amare dal grande pubblico. Non come vorrebbe, almeno.

 

 

La prova è sotto gli occhi di tutti. Quando scende in campo contro Federer o Nadal, almeno otto spettatori su dieci sono schierati per il suo rivale. E lui, pur non manifestandola mai platealmente, fatica a trattenere la frustrazione. Se gioca contro qualcun altro, idem: perché lui è il favorito, quindi il tifo si indirizza verso l’avversario (e questo non succede ai soliti Federer o Nadal). Una specie di maledizione romantica. Eppure Djokovic le ha provate tutte nella sua lotta personale, quasi commovente, per conquistarsi il supporto delle persone.

 

 

All’inizio della carriera, per esempio, aveva giocato la carta della simpatia, posizionandosi come il monello della classe, quello per intenderci che nelle foto di gruppo fa il gesto delle corna. Il suo pezzo forte erano le imitazioni, dove peraltro sfoggiava un discreto talento, dei tic di Nadal, delle pose della Sharapova, dei molleggiamenti di Roddick. Lì si guadagnò il soprannome di Djoker. Negli spogliatoi popolati di grandi ego, però, lo humour non è la valuta più apprezzata e qualcuno gli fece capire che era meglio smetterla di ironizzare sui colleghi.

 

 

Nole alle prese con le imitazioni: sembra una vita fa

 

 

Poi ha cambiato strategia e si è dedicato agli affetti, lanciando la moda del bacio a 360 gradi. Mentre la maggior parte dei tennisti, dopo una vittoria, si limita ad alzare la racchetta e a salutare in segno di ringraziamento, Djokovic si mette al centro del campo e invia quattro baci, accompagnandoli ad un ampio movimento delle braccia, in direzione dei rispettivi settori delle tribune. Una gesto gentile, senza dubbio apprezzabile, ma che funziona solo “one shot”: fa effetto la prima volta, meno dopo la duecentesima, nella quale si trasforma in un rito meccanico.

Trasversali a queste iniziative  ci sono poi altre due caratteristiche, per così dire naturali, che dovrebbero in teoria attirargli qualche riconoscimento.

La prima è la passione per la musica. Nole ama esibirsi in show televisivi, o caricare video in rete, dove canta e balla talvolta in compagnia della moglie. In più, c’è il suo straordinario poliglottismo. Federer si esprime in tre lingue senza avere mai avuto il bisogno di impararne una. Se nasci a Basilea, francese e tedesco sono garantiti e se hai una mamma sudafricana è chiaro che l’inglese hai iniziato a parlarlo fin dal primo giorno. Nadal ci ha messo una decina di anni per mettere insieme un inglese accettabile e non va oltre ad un vocabolario da conferenza stampa. Poi quando vince Roland Garros o Montecarlo, in pratica ogni anno, mette il pilota automatico e ripete in francese le stesse 50 parole delle edizioni precedenti, errori compresi. Stop.

 

 

Nole è di tutt’altra categoria. Come buona parte degli slavi ha una facilità prodigiosa nell’assimilare idiomi stranieri. Non gli basta parlare, oltre al serbo, l’inglese, il tedesco, il francese e l’italiano, con una proprietà di linguaggio invidiabile. Sempre alla ricerca dell’empatia, il nostro eroe si dedica volentieri a memorizzare espressioni locali in omaggio al luogo dove si trova. Gioca in Marocco? Saluta il pubblico in arabo. Vince un torneo a Kuala Lumpur? Ringrazia in malese. Ritira un premio a Istanbul? Due parole in turco per festeggiare sono inevitabili.

 

Djokovic Sanremo Getty

Nole a Sanremo 2020, con Fiorello e Amadeus: simpatico, brillante, disponibile. Eppure… (Photo by Daniele Venturelli/Getty Images)

 

 

Allora, perché questo super campione vincente, sorridente, affettuoso, spiritoso, simpatico, disponibile, talentuoso, multilingue e anche un po’ paraculo non riesce a far breccia fino in fondo nel cuore del pubblico?
Naturalmente è difficile stabilirlo, si possono solo elencare alcune ipotesi. Anzitutto lo sport individuale di alto livello adora storicamente coltivare le rivalità “a due”: Coppi/Bartali, Lauda/Hunt, Ali/Frazer o, per rimanere in ambito tennistico, Borg/McEnroe.

Djokovic (insieme a Murray che poi si è perso per strada) è arrivato quando i posti sul ring erano già occupati ed è sempre stato trattato come un intruso di lusso, nonostante il palmares crescente. Su quel ring c’erano già Roger e Rafa, gli emblemi perfetti e opposti dell’epica agonistica.

Da una parte Federer: svizzero, minimalista, asettico, distaccato come un reale nordeuropeo e immacolato anche al quinto set. La rappresentazione dell’eleganza assoluta che non richiede alcun sforzo nell’esecuzione del gesto tecnico.

 

 

Dall’altra Nadal: spagnolo, macho latino, fradicio di sudore dopo tre minuti, spirito da “sangre y arena”, guerriero inesauribile. Una somma di muscoli contenuti in magliette e pantaloncini sempre molto stretti, studiati per esaltare l’esplosività selvaggia di cosce e bicipiti. Un personaggio da videogioco per i più giovani e da fantasia sessuale per milioni di donne di ogni età.

 

Quella tra Federer e Nadal è anche una “amicizia” nella quale Djokovic non è mai riuscito ad entrare (Photo by Scott Barbour/Getty Images).

 

 

Che armi aveva Nole per crearsi un proprio spazio fra questi due mondi così ingombranti? Non lo stile di gioco, purtroppo. Djokovic sa fare tutto benissimo, ha colpi impeccabili, grande senso tattico, elasticità incredibile, resistenza alla fatica, nessun punto debole evidente e a ben guardare è perfino più versatile dei suoi rivali. Laddove Federer vivrebbe solo di erba o cemento e Nadal solo di terra rossa, il serbo è senza sbavature su ogni superficie. Ma gli manca il tratto riconoscibile, il marchio di fabbrica che fa dire allo sportivo da divano “ecco, quello è proprio lui”.

Anche nella vita privata, Nole non ha la possibilità di distinguersi. Federer è sposato con la donna di cui si è innamorato a 19 anni. Nadal si è appena sposato con la fidanzata dell’adolescenza. E lui si è sposato sei anni fa con Jelena, conosciuta a 18 anni. Tre legami praticamente sovrapponibili.

Dell’immagine personale si è già detto. Federer attraversa ogni situazione con nonchalance invidiabile. Lo puoi vedere a un ricevimento di Buckingham Palace, su una terrazza di Dubai, in un polveroso campetto africano fra i bambini della sua fondazione, ad un evento esclusivo della Rolex ed è sempre Federer, in smoking o a piedi nudi: un principe consapevole che dice solo cose di buonsenso.

 

 

Nadal, più stanziale e meno mondano, contrappone uno stile di vita piuttosto semplice. Ama il mare, la pesca e la sua Manacor , dove si ritira appena può per consumare il riposo del guerriero: un altro stereotipo rassicurante. E durante le occasioni ufficiali, costretto magari a indossare giacca e cravatta, mantiene comunque quell’aria da gigolo balneare pur non essendolo affatto.

 

Djokovic Jelena Getty

Novak e Jelena il 12 giugno 2020 a Belgrado, in Serbia, nel contestatissimo “Adria Tour”: il torneo, focolaio di Covid-19 e organizzato da Djokovic per beneficienza, non ha contribuito certo alla popolarità del serbo (Photo by Srdjan Stevanovic/Getty Images)

 

 

Djokovic si trova come al solito nella terra di nessuno. Capelli dritti sparati, sguardo sempre un po’ fulminato, il fisico segaligno disegnato dalla dieta senza glutine, lattosio, zucchero (l’ha pure raccontata in un libro di buon successo) e ormai anche senza carne. Sembra appunto un nutrizionista o un esperto di intelligenza artificiale. Professioni rispettabilissime ma che non accendono la fantasia.

 

 

Ora la stagione tennistica è ripartita dagli Stati Uniti. Federer e Nadal non ci sono. Il mondo, nel frattempo, è stato colpito duro. Priorità e valori si sono modificati. C’è nell’aria un forte bisogno di emozioni belle, intense, autentiche. Una grande occasione per Nole, forse unica. L’ultima chiamata per afferrare l’amore sfuggente della folla.