Altri Sport
01 Marzo 2026

L'hockey è una partita (geosportiva) all'Artico

Uno sport che ha enormi implicazioni geopolitiche.

Cosa c’entrano le strategie artiche dei principali paesi del mondo (Italia compresa), le Olimpiadi di Milano-Cortina e l’hockey su ghiaccio? In un famoso e recente saggio di Marzio Mian, “Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto globale[1], viene sottolineata la crescente preminenza dell’estremo nord del globo nella contesa tra le superpotenze. Stati Uniti, Russia e Cina aspirano al tetto del mondo, prima che arrivino le rivali. E persino l’Italia, nel disinteresse generale, ha presentato una propria “Strategia artica”[2]. Fatta di tutela ambientale, ma anche di ricerca scientifica e di potenziali investimenti. Con Eni attenta, al pari di altre grandi aziende energetiche, alle immense e finora incontaminate risorse dell’Artico.

Lo scioglimento dei ghiacci apre a inedite possibilità commerciali. A vie di navigazione in grado di diminuire radicalmente i costi e i tempi per il trasporto marittimo[3]. Veicolo di potenza primario da che mondo è mondo.

Dominare i ghiacci significa dunque fare un passo in avanti forse decisivo. Nella sfida antropologica dell’uomo alla natura, le glaciazioni hanno rivestito un ruolo cruciale. Scandendo i ritmi della specie umana, accompagnando la riduzione drastica dei suoi individui e infine il trionfo mirabolante dei Sapiens.

Ecco perché mai come in questo momento, e specialmente dagli ultimi decenni, il ghiaccio delle olimpiadi invernali solletica il subconscio e alimenta la propaganda dei grandi imperi globali. Dalla vetrina della nuova grande Russia di Putin a Sochi nel 2014, fino all’ennesima dimostrazione di potenza, organizzazione e grandezza della Cina alle Olimpiadi di Pechino del 2022. Cinesi e russi hanno osservato in modo ambivalente gli attuali giochi olimpici. Non si capirebbe l’attenzione quasi maniacale dei media cinesi per l’inizio dei giochi di Milano-Cortina[4], né la rabbiosa reazione di Mosca all’assimilazione dei propri atleti esclusi (ipocritamente) dalle Olimpiadi, e smantellando una delle più importanti squadre olimpiche nella storia della manifestazione.



La guerra per i ghiacci passa anche per Cortina. Guerra e sport sono manifestazioni agoniche di un medesimo afflato, tragico, dell’essere umano. D’altra parte la tattica militare e quella sportiva non sono i medesimi prodotti di un intelletto sviluppatosi in nome e per conto del nostro biologico adattamento? Nel saggio “Guerra e natura umana”, Gianluca Sadun Bordoni ha sottolineato (qualora qualche pacifista di maniera non ne fosse ancora convinto):

«La guerra è un adattamento evolutivo e la guerra militarizzata è solo lo sviluppo di una più originaria violenza coalizionaria tra gruppi. È possibile anzi che la guerra, così decisiva per la sopravvivenza, abbia svolto un ruolo anche nello sviluppo delle nostre abilità cognitive».[5]

Ghiaccio, guerra, sport, geopolitica e propaganda. In una parola: tutta la tragedia dell’esistenza e della sopravvivenza dell’essere umano. E questo nesso, al quale siamo sempre più allergici, al netto del drammatico risveglio cui le sollecitazioni internazionali e la schizofrenia degli statunitensi sta lentamente sospingendoci, emerge chiaramente guardando a uno dei giochi invernali più emblematici: l’hockey su ghiaccio.

Possiamo immaginare lo stupore del telespettatore italiano medio dinanzi all’hockey, abituato (forse) a seguire uno sport come il calcio, dove il contatto si risolve sempre più in farsa (come recenti derby ci hanno vieppiù evidenziato), o addirittura preferendo la pallavolo in ragione anche della sua apparente non-violenza. Per un popolo che ha condensato i propri residui di agonismo nazionale nello sport da decenni, spesso l’interesse e la passione per una determinata competizione è scandita dai risultati degli italiani. Tradotto: non è mai solo per “omologazione” o per moda che gli italiani si appassionano al tennis o al curling. Semmai, la possibilità di farsi valere almeno sportivamente sulle altre nazioni (e nazionali) alimenta le corde del Bel Paese. L’hockey non fa eccezione.



E i primi, impronosticabili, successi della nazionale femminile di hockey con annessa qualificazione ai quarti di finale, conclusi con una rovinosa sconfitta contro le ingiocabili statunitensi, hanno suscitato sull’onda lunga della “valanga azzurra” in queste Olimpiadi, gli sguardi allibiti dinanzi al “disco su ghiaccio”.

Perché l’hockey è lontano dalla nostra antropologia, così come è vicino a quella di alcune delle sue massime potenze. Stati Uniti, Russia (per ora non presente), Canada, Paesi scandinavi, esprimono da decenni l’élite di questo sport, calcando tramite i propri campioni specialmente la sua massima competizione: la National Hockey League canadese e statunitense. E restando, solo per questo, inarrivabili. Almeno per noi.

Le azioni fluide, la quasi assenza di falli, fatto salvo per evidenti rischi dovuti all’incolumità fisica degli atleti, la naturalezza con cui ogni (numerosa) rissa viene accolta persino dai telecronisti, il calore che lega le tifoserie e l’agonismo in campo, rendono l’hockey al contempo il più nordamericano e il meno statunitense (nel senso di sport subordinato allo spettacolo) dei giochi di squadra. Non è lo show puro del baseball o del football americano, né l’Olimpo dell’NBA.



L’hockey su ghiaccio è violenza ma anche bellezza. Nella velocità del dischetto, talmente difficile da seguire da necessitare talvolta, almeno a livello televisivo, di una traccia per gli spettatori, nelle azioni da rete complesse e spesso improvvise. Nei placcaggi regolari. Nei cambi rapidi. Nelle espulsioni limitate nel tempo.

Per un pubblico italiano e forse europeo abituato al declino graduale del contatto in campo e gradualmente sugli spalti, che ha rinnegato l’umanità della violenza nell’agone sportivo e nella vita, l’hockey su ghiaccio resta quasi incomprensibile.

Distante da un ethos ormai scarico. Raccolti gli elementi più “occidentali” dello sport statunitense, dal ruolo “civile” degli sportivi, passando per aberrazioni come la musica nel corso delle partite di calcio o l’inno nazionale cantato “all’americana”, neanche fosse la brutta copia del Super Bowl, restiamo imbelli dinanzi allo Heartland della Città sulla Collina. La violenza ci spaventa, anche in uno sport che violento lo è per antonomasia. Forse le prevedibilmente modeste prestazioni della nazionale italiana maschile e femminile di hockey su ghiaccio in quel di Milano-Cortina, non basteranno a invertire questa tendenza. Come non basterà una “strategia artica” a risvegliare l’Italia dal suo sonno geopolitico.


[1] Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto mondiale – Marzio G. Mian

[2] Artico, presentato documento strategico sull’impegno italiano – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

[3] “Pronta a salpare la prima linea regolare fra Cina ed Europa lungo la rotta Artica” – Shipping Italy

[4] Olimpiadi Milano-Cortina: La partita del potere. Perché sono così importanti per le grandi potenze

[5] il Mulino – Libri – GIANLUCA SADUN BORDONI, Guerra e natura umana

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