Real Madrid, ancora. Al Museo del Prado di Madrid è esposta una delle migliori Pinturas negras di Goya, Saturno che divora i suoi figli. L’originaria pittura murale, trasferita su tela, raffigura uno dei miti dei miti, quello di Crono, figlio di Cielo e Terra, che cannibalizza i propri figli. Si dice che l’opera rappresenti l’allegoria di Ferdinando VII rimesso sul trono assoluto dalla Restaurazione.

 

Al dio del Tempo l’oracolo (i genitori) aveva profetizzato che uno dei suoi bambini lo avrebbe spodestato dal trono di signore del cielo – come lui aveva fatto a sua volta da giovane con Urano, il padre. L’oracolo era affidabile e allora, accecato dalla furia, prese a divorarsi i pargoli e ad ingoiarli tutti. Il sesto, Zeus, fu tratto in salvo dalla madre Rea con lo stratagemma delle pietre. Fattosi grande Zeus glieli fece risputare uno ad uno. E poi mosse guerra con i fratelli e sorelle liberati, i Giganti, gli Ecatonchiri ed i Ciclopi, nella Titanomachia. La vendetta che sognano Juventus, Roma, Napoli, Bayern, Wolfsburg, City, PSG e più di tutti Atletico.

Saturno devorando a su hijo, Francisco Goya y Lucientes, – 1821-3, olio su intonaco trasportato su tela (146×83 cm). Copyright ©Museo Nacional del Prado.

C’è però una differenza sostanziale tra il Saturno di Goya e il Real Madrid di questa Champions. Il primo è in preda ad una allucinazione, la foga di conservare il potere lo rende sordo ad ogni umana passione. Mangia, fagocita, divora i figli per non avere ostacoli o rivali nella signoria dell’Universo. Il Real, no. Al Real non serve, al Real semplicemente non può succedere, di avere rivali ed ostacoli. Chi avrebbe invocato se in cerca di aiuto Crono, signore del tutto? Nessuno. Invece il Real invoca Dio e lo trova. Anzi, tanta è la sicurezza di averlo al fianco che neanche lo cerca. Il Real, scrivevamo mercoledì scorso, è miracolato. Nel senso di fatto soprannaturale operato da Dio o per l’intermediazione di una sua creatura.

 

Scriveva invece Fabio Barcellona che il Real gioca un calcio primordiale, condividiamo. Nel senso che è più forte e vince per questo motivo, rimanendo quindi calmo, non scomponendosi. Era successo anche dopo i tre gol subiti dalla Juve. Averli di fronte genera quella sensazione di impotenza per cui ci rende conto che è davvero inutile sforzarsi. Il Real non è né più bello né più affascinante di altre squadre, tanto meno più simpatico. Non gioca bene, se mai avrà un significato unanime questa espressione, non vince con e per merito. Il Real Madrid vince e basta.

Tutta la disperazione di Lewandowski (Photo by Eric Verhoeven/Soccrates/Getty Images)

Sì gli errori arbitrali, sì le sviste, sì anche la malafede, sì anche la paperissima di Ulreich. Ma tanto la palla dei bavaresi non sarebbe mai entrata. Il merito, il sacrificio, l’impegno espresso o dimostrato in 180′ non sono serviti a nulla. Rimane quindi difficile parlare della partita, cercare di analizzarla. Il Bayern ha attaccato, a testa bassa, e con l’orgoglio del vinto, che non gli appartiene. Veniva naturale tifare per il Bayern, sic!, come ti viene naturale tifare per chi sta perdendo. Qui sta il paradosso Real Madrid.

 

Se Ronaldo non gioca da Torino, c’è il sempre discusso Benzema. Se Navas non è all’altezza e si aspetta da tempo l’arrivo di De Gea, stasera c’è soprattutto Navas, intanto. La difesa non difende? Non sono difensori, sono numeri dieci. E allora viene quasi, quasi, da condividere le parole di Sarri, qui più appropriate, “Il rischio è perdere tanti appassionati che hanno la sfortuna di tifare squadre che sanno di non vincere mai“. 

Il portiere di notte (Photo by David Ramos/Getty Images)

A por la decimotercera, è lo slogan di quest’anno, semplicemente aggiornato nel numero ordinale, perché è fato puro che il Real debba arrivare a Kiev. Di nuovo gli anni del grande Real, come sono stati i ’50 di Puskas e Di Stefano, o il nuovo Real del 97-2002. Fa ridere però pensare ai soldi spesi per i galacticos, ora che con una squadra più equilibrata, con dei canterani, con dei giocatori normali, si domina tutto e più di prima.

 

Ad ostacolare questo cammino non basta quindi il Ribery di 6-7 anni fa, non bastano James, Kimmich, Mueller, Thiago. Basta, forse sì, Ulreich. Il Bayern esce, come l’anno passato, con l’alibi del merito, ribadito da HeynckesErrori come quello che abbiamo commesso all’inizio della ripresa non sono compatibili con questo livello. Peccato, perché nelle due partite siamo stati migliori del Real Madrid“. In finale però ci va il Real, la terza di fila, la quarta in cinque edizioni, la quarta in quattro anni solari.

(Foto copertina di David Ramos/Getty Images)