Forse sono proprio i luoghi a raccontare le storie nella maniera corretta. Razionali, lontani dal logoramento emotivo, il più possibile oggettivi. Nel ripercorrere un secolo di passione a Salerno probabilmente risulta necessario partire da due luoghi diversi ed allo stesso tempo affini: questi rappresentano due epoche distanti, con protagonisti e vicende differenti ma con sensazioni e traguardi simili. E proprio parlando di traguardi è la massima serie, agognata e sperata, ciò che unisce i due vecchi impianti sportivi presenti nella città campana: lo stadio Vestuti e lo stadio Arechi. Il secolo di vita dei granata si lega indissolubilmente a questi due luoghi che, a distanza di un cinquantennio l’uno dall’altro, ospitarono le uniche due promozioni in serie A dei granata, l’unica squadra della città.

 

Sebbene la Salernitana sia il club più rappresentativo – per meriti sportivi e bacino d’utenza – dell’intera provincia, non si può certo dire sia il solo ad esser tifato. Sono diverse le realtà calcistiche altrettanto antiche che si articolano intorno alla città campana, tutt’altro che minori e giovani quali Cavese, Nocerina e Paganese. I granata, tuttavia, rappresentano insieme a Napoli ed Avellino la trinità calcistica dello sterminato universo di squadre che colora la regione campana.

 

Ancora quest’anno, così i tifosi della Salernitana supportavano la squadra in occasione della partita con il Palermo (Salerno, 25/08/2018, foto di Francesco Pecoraro/Getty Images)

 

La storia dell’ippocampo, simbolo della squadra, prende il via nel lontano 19 Giugno 1919: da qui la nuova compagine iniziò a scandire il ritmo di una città, totalmente identificata nei colori e nella fede sportiva salernitana. Il primo impianto, chiamato inizialmente “Stadio del littorio”, sorse nel 1931 e venne edificato per volere del regime fascista. Situato al centro di Salerno, rappresentò il primo grande impianto sportivo della città, dove la squadra di casa raggiunse la storica prima promozione in serie A nella stagione 1947-48. Indiscusso trascinatore fu senz’altro il tenace Gipo Viani. Dal carattere diretto e spigoloso, rappresentò già qualche anno prima il motore della squadra in campo nel ruolo di giocatore-allenatore, per poi successivamente indossare la veste di mister. La prima reazione nell’apprendere la proposta di ricoprire quell’incarico fu emblematica e descrive totalmente la controversa personalità dell’allora quarantenne Trevigiano.

“è come consigliare ad un ladro disoccupato di farsi questurino”

Viani era un outsider per i tempi. Dedito appassionato del tavolo verde da poker, accanito fumatore di sigari e grande bevitore, già dai lontani trascorsi calcistici nell’Inter lasciò intravedere il suo rampantismo, quasi fosse un antesignano di quello che anni dopo, sempre a Milano, sarà lo yuppismo della Milano da bere. Tuttavia, il suo carisma ed il suo encomiabile impegno in campo ed in panchina misero sempre in secondo piano tutto il resto. Quando giunse a Salerno era già un volto noto, e forse fu proprio attraverso quella sua spavalderia che traghettò i granata verso il successo, avvenuto in una serie cadetta a tre gironi, dove solo la prima di ognuno di questi coronava il massimo obiettivo. Il gioco di quella Salernitana apparve sin da subito equilibrato ma al contempo concreto, senza troppi tatticismi e l’ambiente divenne ben presto un crogiolo di talento ed energie, tant’è che i giornali si riferirono spesso alla squadra con l’appellativo la Torino del sud, per via dei colori sociali e per il completo dominio sul campionato, in pieno stile Toro, che viveva i suoi fasti.

 

Gipo Viani, personaggio sui generis

 

La città impazzì di gioia. Lo stadio Vestuti, che sorgeva tra le case e le vie di Salerno, divenne il teatro perfetto per uno spettacolo di tale portata. In un batter d’occhio il popolo si scrollò di dosso l’atroce peso della seconda guerra mondiale e si preparò per il campionato successivo, ricco di aspettative. La pausa estiva fu però caratterizzata da un importante episodio. che segnerà definitivamente le sorti della squadra e del suo allenatore. All’epoca la Salernitana, come la maggior parte delle altre compagini, adottava il classico “sistema”. Questo schema fondava la sua efficacia in un posizionamento dei calciatori sul terreno di gioco simile ad una MW formato da tre difensori, due mediani difensivi, due mezze ali che costruivano un quadrilatero in mezzo al terreno di gioco, due ali ed un centravanti che coprivano gli spazi residui garantendo pressione e mirando a tessere il gioco attraverso la copertura del campo ed il fraseggio. Il sistema fu ampiamente utilizzato del grande Torino e dalle squadre britanniche.

 

Tuttavia, durante un torneo estivo il centrocampista Antonio Valese, uno dei leader dello spogliatoio, ebbe un’astuta e innovativa illuminazione. Un’architettura di gioco basata sullo schieramento di uno stopper in posizione offensiva concentrato nella sola marcatura a uomo del centravanti avversario, liberando dai compiti di marcatura un compagno di squadra che andava ad intraprendere il ruolo di “libero”. A perfezionare questa intuizione trasformandola in vera e propria strategia fu poi Gipo Viani, con il quale lo stesso Valese – che successivamente abbandonerà la squadra – avrà più di qualche litigio in merito alla paternità dello stesso schema. Nel caso della Salernitana era il difensore Piccinini che, partendo dall’attacco con alle spalle la numero nove, ricopriva poi il ruolo di mediano portando il terzino Buzzegoli a posizionarsi da libero.

 

Il libero e l’impostazione difensiva avranno notevole successo in Italia (in foto Armando Picchi ed Helenio Herrera, due illustri rappresentanti del gioco all’italiana)

 

Difensivismo ed ostruzionismo furono etichettate dalla stampa quali le principali doti della squadra. Diverse le critiche mosse all’allenatore che, tuttavia, iniziò a creare più di qualche grattacapo alle grandi squadre del nord, spesso sofferenti nell’incontrare una Salernitana arcigna ed impenetrabile, specie in trasferta, con un Vestuti sempre stracolmo. Nacque così il “Vianema”, l’origine di quel catenaccio tipicamente italiano che farà la fortuna di molte squadre e della nazionale negli anni a seguire.

 

Il campionato, nonostante l’avanguardismo tattico, si concluderà con un’amara retrocessione avvenuta in maniera controversa ed ancora oggi dai tratti confusi, in un’impensabile sfida salvezza a Roma contro i giallorossi, conclusasi per una rete a zero frutto di un rigore per molti inesistente. Si concluse così l’avventura in serie A della Salernitana, che ritornerà nella massima serie quasi mezzo secolo dopo quando, tuttavia, il magico stadio Vestuti lascerà il testimone al nuovo ed imponente Arechi, situato fuori dal centro abitato.

“Il Vestuti era quasi impossibile da controllare. Troppo incastonato tra le case, poche vie di fuga e una tifoseria letteralmente invasata. Sempre in quegli anni ricordo il rifiuto dei giocatori del Cosenza di scendere dal pullman, dopo che al loro arrivo erano stati letteralmente assaltati”. (Maurizio Di Fruscia, difensore della Salernitana dall’81 all’85).

 

La curva dello stadio divenne presto la casa della gioventù salernitana, specie dell’imponente gruppo Granata South Force, uno dei più caratteristici nel panorama del tifo italianoNel tempo esso si sciolse ma riposizionò nel 2010, a distanza di parecchi anni dalla sua ultima apparizione, il suo famoso drappo nuovamente in quello stadio, sulle oramai arrugginite balaustre della curva, questa volta per onorare la memoria di uno di quei personaggi che, forse più dei giocatori in campo, ha rappresentato la città di Salerno in giro per l’Italia: lo storico capo ultras “Siberiano”.

 

Con gli occhiali e i capelli lunghi, il “Siberiano”, storico capo ultras di Salerno (foto da www.asalerno.it)

L’ultima grande impresa vista a Salerno si verificò mezzo secolo dopo allo stadio Arechi, un gioiellino per l’epoca, attraverso un gioco totalmente opposto a quello che vide i granata trionfare con Viani in panchina. Iniziò tutto nella stagione 1993/94 quando, con il giovane Delio Rossi ad allenare, la Salernitana tornò in serie B attraverso un non troppo complesso percorso play off. Il sistema di gioco risentì fortemente delle influenze del pensiero zemaniano, conosciuto dall’allenatore anni prima nell’esperienza foggiana e riadattato nel contesto di Salerno.

 

I gol giunsero a grappoli anche nella successiva stagione dove all’ultima giornata, però, la Salernitana cadde sul campo dell’Atalanta in un vero e proprio scontro diretto per la promozione. La società ritentò due anni dopo quando Delio Rossi tornò sulla panchina campana, riprendendo idealmente il percorso interrotto da quell’amara beffa di due anni prima a Bergamo. Il tecnico decise tra le altre cose di puntare su un giovane sconosciuto, un certo Marco Di Vaio, riadattandolo da prima punta: l’attaccante ripagò la fiducia divenendo uomo copertina della squadra, nonché vincitore della classica marcatori del torneo, e da lì inizio la sua carriera nel calcio dei grandi.

 

L’ultima giornata venne disputata il 10 Maggio in un Arechi gremito in ogni ordine di posto (saranno circa 39.000 i sostenitori presenti, un numero enorme per la provincia salernitana). Al triplice fischio lo stadio esplose: la curva sembro letteralmente cadere giù, il terreno di gioco fu preso d’assalto da tifosi desideranti portare a casa ogni tipo di feticcio conquistabile, da una zolletta di erba ad un pezzo di rete. In città la festa durò per giorni. La tifoseria venne descritta in quell’annata come la migliore in quanto a numeri, presenze, coreografie ed organizzazione canora: un successo totale. Due generazioni ed uno stadio dopo l’ultima volta, la Salernitana tornò nell’olimpo del calcio italiano.

 

Delio Rossi, l’artefice di quella storica promozione

Alle porte, però vi era la stagione 1998/99, che si prospettava come uno dei campionati di serie A tra i più combattuti degli ultimi anni. Le squadre si attrezzarono tutte in maniera rilevante e costruirono importanti rose per la conquista degli obiettivi stagionali: la lotta per la salvezza era un sentiero arduo e faticoso, che solo un organico preparato poteva affrontare. La dirigenza assecondò le richieste del mister dotando l’organico di diversi giovani e di giocatori d’esperienza, in un mix di sicurezza e spavalderia che potesse far bene nei complessi match del campionato. I nuovi volti giunti a Salerno furono: Rober Song, centrale camerunese protagonista dei mondiali di Francia 98, il giovane mediano Gennaro Gattuso, gli attaccanti Federico Giampaolo e Di Michele a supporto della confermata punta Marco Di Vaio.

 

I granata si fecero notare per il gioco fluido, veloce e divertente, ma i risultati stentarono ad arrivare. Il vero problema di quella Salernitana infatti fu proprio la continuità: alternare qualche risultato positivo a troppi altri negativi fu la condanna di una compagine che, tuttavia, non sfigurò nemmeno contro le big del torneo. La purezza e la bellezza del gioco, quando a tratti venne fuori, stupì diversi addetti ai lavori, oltre a garantire a diversi protagonisti di quella squadra un futuro ben oltre le iniziali aspettative; ma questo non bastò a salvare l’ippocampo dagli avversari, forse meno sfortunati, forse più esperti, o semplicemente più bravi.

 

La serie di risultati negativi portò la dirigenza all’amaro esonero di Delio Rossi, sperando in un ritorno motivazionale e psicologico del gruppo, e in effetti granata ebbero un’ultima grande chance per salvare la categoria: il subentrante Francesco Oddo trascinò la squadra ad un’insperata serie positiva di quattro vittorie nelle ultime sette partite, portando la squadra a giocarsi il tutto per tutto nel complicatissimo incontro di Piacenza, dove solo una vittoria era in grado di salvare la stagione.

 

Un giovane Marco Di Vaio, autore di un biennio d’oro alla Salernitana (anche in Serie A arrivò in doppia cifra, siglando 12 reti in 31 partite)

Il lieto fine, tuttavia, non arrivò: la partita si concluse con un pareggio per 1-1 e la retrocessione fu amara esattamente come quella di cinquant’anni prima. In entrambi i casi la sorte non premiò l’audacia granata, lo spirito combattivo della squadra e la passione dei suoi tanti sostenitori, presenti anche quel maledetto giorno a Piacenza.

 

I cento anni della Salernitana, come delle altre squadre impegnate in questo 2019 nei festeggiamenti, vanno necessariamente dedicati a chi i propri colori li porta nel cuore, nella vita e nella morte. Proprio come i quattro ragazzi che, rientrando dall’infelice trasferta di Piacenza che decretò la retrocessione, persero la vita in un incendio divampato all’interno di un treno che riportava i tifosi ospiti a Salerno. Vanno dedicati a Giuseppe Plaitano, ucciso nel lontano 1963 allo stadio Vestuti da un proiettile vagante in occasione di Salernitana – Potenza. Vanno dedicati a tutti coloro che amano la Salernitana e che continueranno a farlo malgrado categorie, risultati, dirigenti e presidenti. Perché lo spirito trascende sempre la materia, e un secolo di pochi alti e tanti bassi della Salernitana ce ne ha dato prova.