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14 Aprile

Il derby di Bologna

Alberto Fabbri

78 articoli
Fortitudo contro Virtus: 104 scontri per una rivalità infinita

Mentre nelle cucine bolognesi fervono i preparativi per il pranzo di Pasqua, in città si acuisce la tensione per l’appropinquarsi della partita, che scinde il capoluogo emiliano in due fazioni, da più di mezzo secolo ormai. Infatti, se il Bologna Football Club rappresenta, o dovrebbe, la fede calcistica di chiunque sia nato all’ombra delle Due Torri, il derby della pallacanestro inscena una metaforica guerra civile, che infuria nel tempo che trascorre tra la palla a due e l’ultima sirena.

 

 

Fortitudo contro Virtus, o viceversa, è la contesa che entrambe le tifoserie aspettano con ansia spasmodica, ma temono allo stesso tempo. Chi scrive sarà in curva a cantare e soffrire alla prossima stracittadina, ma intende ora accompagnare il lettore alla scoperta della storia di questa rivalità, rievocando alcune delle sfide più significative. Quindi, assunta una posizione quanto più ipocrita e neutrale, vi condurrò in questo verace excursus.

 

 

Innanzitutto, il campo di battaglia più suggestivo è storicamente il parquet di Piazza Azzarita, situato tra via Riva di Reno (la “di” è muta per gli autoctoni) e Porta (delle) Lame, all’interno delle “Mura del Mille”, confine del centro storico. Qui sorge il PalaDozza, nomea dedicata al sindaco che ne volle la costruzione nel primo Dopoguerra. Infatti la zona, che ospitava l’ex Ospedale Maggiore ed alcune caserme militari, nonché tragicamente vicina alla stazione ferroviaria, fu pesantemente colpita dai bombardamenti anglo-americani. Perciò, nel 1956 l’inaugurazione del “Palazzo dello sport” divenne emblema del desiderio di superare la tragedia bellica, utilizzando lo sport come volano per una rinascita economica e morale. Appena dieci anni dopo, il 15 dicembre 1966, ecco esordire la stracittadina tra Effe e Vu, la prima di oltre un centinaio di confronti.

 

 

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Romantica veduta del PalaDozza di fine anni 90′ (foto BasketTime)

 

Le radici della rivalità

 

La Fortitudo, colori sociali bianco e blu, è nata nel 1932 come sezione della SG Fortitudo, “Casa madre” fondata nel 1901 per iniziativa di Don Mariotti, con il fine di conciliare sport ed impegno sociale. Invece, la Virtus vede la luce nel 1929 per volontà di alcuni atleti della Società Educazione Fisica Virtus, polisportiva promotrice delle arti ginniche dal 1871.

 

 

Riguardo alla storica prima volta, la Fortitudo, sponsor Cassera, si trova in serie A in seguito all’acquisto dei diritti sportivi di Sant’Agostino, mentre la Virtus, logo Candy sulla canotta, ha già vinto sei scudetti. Tuttavia, la stagione 1966/67 vede un bilancio di 1-1 con un confronto tutt’altro che sentito, dato che i bianconeri si preoccupano più della terza torre della palla a spicchi bolognese, ovvero il Gira, successivamente relegato dalla Storia nelle serie minori. Ancora un paio di annate per prendere le misure ai cugini e nel 1968/69 si accende la vera miccia della rivalità. Infatti, la Effe scudata fa doppietta ed al ritorno una rissa in campo sancisce lo scoppio della guerra: Bologna è troppo piccola per entrambe le compagini, la supremazia cittadina sarà contesa durante ogni incrocio sul parquet.

 

 

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Giacomo Bulgarelli tra “Kociss” ed “Il Barone”

 

 

Al tramonto degli anni 60’, il principale alfiere dell’Aquila è l’americano Gary Schull, perpetuamente noto come “Il Barone”. Grinta, dedizione, estremo attaccamento alla canotta ed animo indomito lo rendono il primo idolo del popolo biancoblu. Il suo volto insaguinato al termine di un derby vinto nella stagione 69/70’ è la migliore rappresentazione dello “Spirito Fortitudo”, mistica su cui è fondata la religione della Fortitudo. Invece, sull’altra sponda del Reno arriva da oltre oceano John Fultz, ribattezzato “Kociss” per la folta chioma e la fascetta da capo-tribù Apache. E’ chiamato a sostituire il pilastro Lombardi e da subito entra negli almanacchi per le incredibili doti realizzative. In bianconero disputa 70 gare per una media di 27,2 punti, risultando particolare preciso nel centrare la retina dei cugini.

 

Gli anni Ottanta

 

Superata l’antitesi Schull-Fultz, nel 74/75’ la Fortitudo vince l’ultimo derby prima di retrocedere, mentre l’anno successivo la Virtus, guidata in panchina da Dan Peterson ed in campo dall’asso Driscoll, centra il settimo tricolore, dopo aver superato anche i rivali, arrivati alla poule scudetto in virtù del secondo posto in A2. Qualche anno dopo, nell’annata 80/81’, il “derby dei quattro secondi” è caratterizzato da uno degli episodi più contestati della storia della stracittadina. In particolare, alla V nera non basta il record di 40 punti della stella NBA John McMillian, quindi ci pensa Villalta a decidere la partita segnando allo scadere, forse addirittura oltre, favorito da una svista del tavolo.

 

 

Polemiche, accuse e veleni si protrarranno per varie settimane, come diverrà costume in future occasioni. Nel derby seguente, un grandioso Maurizio Ferro regala alla Fortitudo il successo che mancava dal 75’. La guardia è sia un prodotto del vivaio biancoblu, sia uno dei fondatori della Fossa dei Leoni, gruppo ultras che dal 1970 segue ovunque l’Aquila, ma verrà beffardamente ceduto agli odiati cugini a fine stagione.

 

Ecco, agli estremi, i “fighetti”, belli, ricchi e vincenti, contro i “maragli”, tipici soggetti della fauna felsinea, un po’ cafoni, un po’ goliardici, sicuramente ragazzi ben propensi alla gazzarra.

 

In seguito, gli anni 80’ sono particolarmente importanti, perché permettono di definire la rivalità da un punto vista sociale. La Virtus è entrata di diritto nell’élite cestistica nazionale, vince in Italia e fa strada in Europa, attraendo così un pubblico tanto numeroso quanto esigente. Attorno a lei si stringe una platea borghese, dal palato fine, disposta a pagare fior di quattrini, pur di applaudire dal vivo campioni come Villalta, Brunamonti e “Sugar” Ray Richardson. D’altro canto, la Fortitudo non conosce pace, vive sul vertiginoso “ascensore” tra A1 e A2 ed alle ristrezze economiche sopperisce con la cultura dei giovani, come Zatti e Dallamora, svezzati alla mitica palestra “Furla” in via San Felice 103, a due passi dal Paladozza. Tifare per lei è un vero e proprio atto di fede, tuttavia rispetto ai rivali offre biglietti più economici e facilmente reperibili, che favorirscono il cementarsi di un nucleo di sostenitori giovane ed estremamente appassionato.

 

 

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Una delle più graffianti coreografie realizzate dalla Fossa dei Leoni 1970 (foto La Giornata Tipo)

 

 

Conseguentemente, da un lato il derby è considerato l’occasione per ribadire l’egemonia cittadina, dall’altro la possibilità di rivalsa sui titolati cugini.  Ecco, agli estremi, i “fighetti”, belli, ricchi e vincenti, contro i “maragli”, tipici soggetti della fauna felsinea, un po’ cafoni, un po’ goliardici, sicuramente ragazzi ben propensi alla gazzarra. Ovviamente l’originaria estrazione sociale è ancora oggi materia di sfottò, così come la simbologia animale. Infatti, mentre i seguaci dell’Aquila diventano “piccioni”, i volatili più sgradevoli, i bianconeri sono assimilati ai “conigli”, in riferimento alla sospetta rapidità con cui evitano i confronti fisici con i rivali. Inoltre, come ogni derby che si rispetti, si sprecano le coreografie da ambo i lati e rimando al classico youtube per ammirare la creatività e abilità dei gruppi del tifo organizzato.

 

 

Nel 86/87’ la Fortitudo retrocede ancora, perdendo una gara decisiva a Napoli, quando, all’arrivo di Maradona, il palazzo diventa una bolgia. Durante la stagione seguente, domina la A2 ed accede alla poule scudetto, dove il tabellone le riserva la Virtus, classificatasi sesta. Alle volte, un Davide, esaltato dalla promozione, può ripetere l’impresa e sconfiggere un Golia, smarritosi dopo un’annata anonima: 2-0 per la Effe ed impensabile sorpasso sui cugini. Tuttavia, chiunque avesse pensato ad un capovolgimento dei rapporti tecnici, viene puntualmente smentito nel giro di due anni, quando i Biancoblu scivolano nuovamente in A2, dopo essersi tolti la soddisfazione di esporre i rivali al “Grande Freddo, 32 punti di scarto nel derby di ritorno del 88/89’.

L’età aurea di Basket City

 

Il biennio 91/92’ e 92/93’ è cruciale per la storia della Fortitudo: prima, con una salvezza miracolosa a Reggio Emilia evita di affondare in terza serie, successivamente è promossa in A1 ed acquistata dall’imprenditore Giorgio Seragnoli, innamoratosi da bambino del Barone Schull. Nel frattempo, tanto per cambiare, la Virtus centra l’undicesimo titolo con Ettore Messina “head coach”.

 

 

Durante gli anni 90’, il livello dello scontro stracittadino di alza ulteriormente. L’avvento del nuovo patron consente alla Fortitudo di accedere al ballo delle grandi della pallacanestro, affrontando la Virtus ad armi pari. Derby sul parquet, ma anche fuori, quando la competizione viene trasposta sui giornali e nel mercato, dove Seragnoli e Cazzola, Signor MotorShow e presidente bianconero dal 91’, danno fondo al munifico portafoglio pur di sottrarre i talenti migliori ai dirimpettai. Le due contendenti daranno vita a partite epiche in Italia ed Eurolega e sotto le plance i duelli sono stellari.

 

Esposito – Djordjevic – Pilutti contro Brunamonti – Abbio – Binelli, Myers – Blasi – Gay e Coldebella – Komazec – Danilovic, ancora Galanda – Fucka – Wilkins versus Rigadeau – Nesterovic – Sconochini. La fine del Millennio segna l’età aurea di Basket City, che si arricchirà ulteriormente con gli ingaggi di campioni, come Ginobili, Basile, Vrankovic e Griffith.

 

La Virtus è tricolore per tre volte dal 92’ al 95’, mentre nel 96/97’ la Fortitudo supera i cugini in semifinale, ma poi si arrende a Treviso. L’annata 97/98’ è ancora più avvincente e vede ben dieci derby: se in campionato è 1-1, in semifinale di Coppa Italia la spunta la Effe, che poi conquista il suo primo trofeo. Tuttavia, la stagione è ancora lunga e per la prima volta lo scontro ha un palcoscenico continentale: i quarti di finale di Eurolega, andata e ritorno. Ansia ed eccitazione scaldano gli animi di appassionati ed atleti: dopo una maxi-rissa scaturita da un “tagliafuori”, è 1-0 per la V nera, che chiude la pratica al ritorno e vola a Barcellona, dove vince il primo titolo europeo.

 

 

Neanche il tempo di godersi il trionfo, che è di nuovo derby in finale scudetto: in gara 5, il suicidio tecnico dell’Aquila e la giocata di Danilovic confezionano il celeberrimo “Tiro da 4”, probabilmente viziato dalla generosità di uno dei tre fischietti. Successivamente, la F si vendica in Supercoppa, ma in Europa prevale sempre il bianconero. Alle Final Four di Monaco, invasa da Bolognesi, la Virtus vince di 5 la semifinale stracittadina e viene poi sconfitta dallo Zalgiris Kaunas, in finalissima.

 

 

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Il tiro da 4: estasi e condanna nello stesso fotogramma (foto La Repubblica)

 

 

Scandendo il nuovo Millennio, il destino sembra sorridere anche alla Fortitudo: il 2-0 stagionale nei derby dà il via alla conquista del primo scudetto. Passato appena anno, in Piazza Maggiore il Nettuno deve sciogliere la sciarpa biancoblu che gli cinge il titanico collo. Un doppio 3-0 sui cugini in campionato ed Eurolega avvia la Virtus al Grande Slam. Tra i principali protagonisti c’è Marko Jaric, acquistato in estate proprio dai cugini.

 

Inferno e resurrezione

 

Nemmeno due stagioni dopo, la V nera passa incredibilmente dalla gloria europea al dramma del fallimento: i guai finanziari dovuti alla gestione del presidente Madrigali conducono la squadra alla sparizione. Nel frattempo, sull’altra riva del Reno si gode parecchio, “come dei ricci” citando il capitano Basile. La Fortitudo rimane ai vertici, ma competere senza gli odiati cugini non riserva lo stesso gusto. Così, si deve attendere la stagione 2005/06’ per regalare nuovamente la stracittadina al panorama cestistico. L’Aquila, tricolore per la seconda volta grazie ad una finale scudetto al cardiopalma con Milano, affronta la Virtus, che è stata appena promossa, dopo essere ripartita dalla A2 fagocitando Castel Maggiore.

 

 

Questa volta, fischiatissimi sono altri due ex, quali Becirovic, decisivo nel dare il via alle pratiche legali del fallimento, e Marco Belinelli, prodotto del vivaio bianconero. In casa biancoblu si ricorda l’ultima stracittadina per il presidente “Emiro” Seragnoli, con la società che passerà di mano sciaguratamente prima a Martinelli, poi a Gilberto Sacrati, futuro carnefice. Infatti, nel secondo derby del 2008/09’ una tripla del capitano Vukcevic spinge la Fortitudo, già minata da uno spogliatoio sgretolato ed una gestione scellerata, verso la retrocessione. Dopo la mancata iscrizione alla serie cadetta, non basta la vittoria della B1 per sanare i guai finanziari. Mancano i requisiti per continuare l’attività professionistica e nel 2012 si giunge alla definitiva radiazione da parte della Federazione.

 

 

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L’atmosfera negli istanti precedenti il 103esimo derby (foto Il Resto del Carlino)

 

Senza derby non si può stare

 

Come già accaduto a parti invertite, l’assenza dei cugini è sicuramente fonte di profondo godimento, ma allo stesso tempo priva le stagioni della loro sapidità. Così, dopo ben 7 anni dall’ultimo derby, ecco che nel 2017 la Befana ha donato ancora l’ultracinquantenne contesa agli appassionati, per la prima volta nell’inedita calza della Legadue.

 

 

Infatti, mentre la Virtus ha concluso l’ultima stagione con la sua prima retrocessione sul campo, l’Aquila, come l’araba Fenice, è rinata dalle sue ceneri, dopo un tortuoso e sofferto iter giudiziario e sportivo. In virtù della promozione dalla B2 nel 2015 e di una riforma dei campionati, l’anno scorso si è ritrovata in A2 e, dopo un’entusiasmante cavalcata, si è dovuta arrendere alla più attrezzata Leonessa Brescia, in gara 5 di finale playoff.

 

 

Virtus 87-86 Fortitudo dopo 5’ supplementari è l’esito dello scontro 104, tenutosi all’Unipol Arena di Casalecchio. Il nuovo impianto, costruito nel 93’ in occasione del restauro del Paladozza, è ideologicamente collegato al Madison di Piazza Azzarita dal corso del fiume Reno e dal 99’ è casa della V nera, dopo aver ospitato prima solo la Fortitudo e poi entrambe le formazioni.

 

 

Come confermato dall’ultimo confronto, la cadetteria non ha minimamente ridotto l’attesa per la partita, anzi i 9000 presenti hanno testimoniato che non importa dove, come e quando, ma basta che sia “derby” e gli animi dei tifosi si accenderanno di nuovo.

 


Bibliografia
“Cugini Mai, 50 anni di derby tra Fortitudo e Virtus” di Enrico Schiavina (Minerva Edizioni, Bologna 2016)

 

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