New York, campo centrale. Il numero uno del mondo, Novak Djokovic, affronta il buon Carreno Busta, uno dei tanti giocatori moderni assai costruiti, prodotti in serie. Tutto inizia sul 5-4 per Nole che si trova 40-0 con tre set point sul servizio del suo avversario spagnolo: pochi ne stanno scrivendo (anche perché irrilevante per il fatto) ma è qui che nasce la poi squalifica di Djokovic. Sulla prima palla del set Carreno tira un dritto a tutto braccio che pizzica un’unghia, anche meno, della riga di fondo: zoomando all’ennesima potenza il falco conferma il pelo di linea toccato dall’accelerazione dello spagnolo, che quindi ottiene il punto.

 

 

Una situazione da Match Point, il film di Woody Allen, in cui un dettaglio può cambiare il corso della storia (a maggior ragione considerando che nello scambio successivo la volée di Djokovic rimbalza sul nastro e ricade nel suo campo). Nole si innervosisce, continuando a combattere con quell’insoddisfazione cronica che lo accompagna da qualche giorno; a maggior ragione con l’assenza di Federer e Nadal, lui vuole essere perfetto, non sbagliare nulla. Come aveva profeticamente immaginato McEnroe, però, questo torneo Djokovic poteva perderlo esclusivamente con e contro se stesso:

“Dovrà stare attento a non farsi battere da se stesso. Ciò potrebbe essere dovuto a circostanze imprevedibili”.

Insomma il serbo viene rimontato sul 40-40, poi perde il game. Ancora infastidito, va al servizio e butta diversi punti fino a farsi breakkare da Carreno Busta, che si porta sul 6-5 pronto a servire per il primo parziale. A questo punto Djokovic appoggia (secondo il sensazionalismo dei media “scaglia”) la pallina verso i teloni di fondo campo: nel farlo colpisce involontariamente una giudice di linea alla trachea, l’unica parte del corpo in cui una palla tirata così piano può provocare problemi.

 

 

La signora si accascia, facendo fatica a respirare, e si rialza aiutata dopo qualche secondo. Ovviamente non riporta alcuna conseguenza, ma ciò basta agli organi competenti per inscenare un conciliabolo interminabile al termine del quale la decisione è mussolinianamente irrevocabile: squalifica, Djokovic perde il match e viene espulso dallo US Open. O meglio viene espulso e quindi perde il match.

 

 

La nota ufficiale dello US Open.

 

 

Certo, qui ci si potrebbe appellare ai precedenti (sempre assai più violenti) per giustificare a livello normativo la squalifica di Nole. C’è anche chi invoca complotti per la sua decisione di creare un’organizzazione indipendente, la PTPA (Professional Tennis Players Association), una sorta di sindacato dei giocatori per tutelare i diritti dei tennisti più bassi in graduatoria: un’iniziativa nobile e che al serbo non porta nulla, se non il disperato bisogno, come direbbe Kyrgios, di dover piacere sempre e per forza a tutti. Ma il punto non è questo, la forza del sistema toccato nei suoi interessi è nulla di fronte all’inarrestabile e montante onda del p*litically correct – abbiamo paura anche a scriverlo.

 

 

Siamo addirittura convinti che il supervisor non volesse nemmeno squalificare Nole, e per qualche minuto ha pensato a come poter fare per salvare il numero uno al mondo: la sovrastruttura, però, ormai è più potente della struttura. Il terrore si è impossessato degli organi decisionali, che come impiegati non potevano fare altro. Fa niente se la pallina era stata appoggiata e non tirata con forza, che importa se, ovviamente, il gesto era involontario: il protocollo, non tanto normativo ma “etico”, imponeva la radiazione di Djokovic. La giustizia lo pretendeva!

 

 

Subito in tantissimi, giornalisti e commentatori, si sono messi dalla parte della legge, dei buoni e dei giusti, dei giustiziasti ma responsabili, braccio armato dello sportivamente corretto. Quella povera signora! , che sembrava essere stata colpita da una raffica di un AK-47. Tutta questa desolante pantomima ha mostrato come ormai lo sport debba seguire delle leggi non proprie, come sia costretto all’interno di un modello clasutrofobico che i suoi officianti devono seguire e applicare alla lettera.

 

Ma ancora peggiore della squalifica, è stata la nota ufficiale di Djokovic:

“This whole situation has left me really sad and empty. I checked on the lines person and the tournament told me that thank God she is feeling ok. I‘m extremely sorry to have caused her such stress. So unintended. So wrong. I’m not disclosing her name to respect her privacy. As for the disqualification, I need to go back within and work on my disappointment and turn this all into a lesson for my growth and evolution as a player and human being. I apologize to the US Open Tennis Championships and everyone associated for my behavior. I’m very grateful to my team and family for being my rock support, and my fans for always being there with me. Thank you and I’m so sorry”.

Sostanzialmente Nole si dice dispiaciuto e svuotato dalla situazione, così sbagliata, chiedendo scusa certo alla giudice di linea ma anche allo US Open (?) e a chiunque (??) per il suo comportamento. Aggiungendo poi che lavorerà per trasformare tutto ciò in una lezione di crescita e di evoluzione come tennista e come essere umano (?!?).

 

 

Ma chi è, il Dalai Lama? Dove è finito il vecchio Nole, serbo ortodosso, pervaso dalla volontà di potenza, che festeggiava sempre allo US Open sollevando al cielo le tre dita nel più serbo e nazionalista dei modi? Dove è finito l’orgoglio di un uomo che si ribella contro una decisione tirannica? Tutto è ormai sepolto sotto l’occidentalismo, la dieta plant-based, sotto un personaggio ossessionato dal mandare cuori al pubblico e dal dover piacere per forza a tutti. Come però insegnano gli anziani al bar: amico di tutti, amico di nessuno. Djokovic ha spoliticizzato e deluso ormai anche i suoi tifosi, diventando magari gradito e simpatico a molti (che continueranno comunque a parteggiare per Federer e Nadal), ma avendo perso il suo tifo più duro e puro.

 

Djokovic serbia Getty

Il Nole che ci piace(va)

 

 

Da parte nostra, non sappiamo chi esca peggio da tutta questa storia: se Djokovic, un uomo in preda alla Sindrome di Stoccolma che comprende e giustifica i suoi aguzzini, o se lo US Open, lodato oggi per aver seguito il patetico protocollo dell’eticamente corretto, prioritario rispetto allo sport, al torneo, persino alle gerarchie stesse (neanche più il Lei non sa chi sono io, in questo caso il numero uno del mondo e l’unica stella del torneo, può resistere alla narrazione diventata realtà).

 

 

Ora possiamo essere contenti, è quello che abbiamo voluto. Leggiamo giornali e media, sempre responsabili e schiacciati sulle esigenze ufficiali, costretti a rifarsi una verginità perduta sposando le cause dei buoni e dei giusti: è tutta una giustificazione della squalifica comminata al serbo, ma ancor prima un’accettazione supina e indiscutibile di un tennisticamente corretto che ha svuotato il tennis proprio come il “calcisticamente corretto” (Vladimir Dimitrijevic) ha svuotato il calcio. Il problema è che, tutto ciò, lo abbiamo preteso noi.

 

 

Fra trasparenza, uguaglianza e rivendicazioni pseudo-democratiche abbiamo annacquato lo sport che ha sempre avuto una sua etica, non scritta e proprio per questo profonda. Da qui il termine “sportività”. Oggi invece applaudiamo perché è rimasta solo un’etichetta terribilmente esteriore; viviamo di solo corretto senza più nemmeno il suo oggetto, lo sport. E la cosa bella è che ne siamo pure contenti.