La sensazione dominante che ho percepito dai bordi della materassina durante l’allenamento della squadra romana di lotta delle “Fiamme Oro” è stata quella di essere risucchiato in un vortice spazio-temporale. Contemplando le proiezioni, gli atterramenti e i ribaltamenti eseguiti dagli atleti, è come se mi fossi imbarcato in un viaggio a ritroso di millenni. Solo in alcune brevi parentesi ho avuto la piena consapevolezza di trovarmi nel 2016, in una caserma immersa nel cuore del quartiere Flaminio, e non in qualche sperduto ginnasio dell’Antica Grecia. «Il desiderio che anima i lottatori dei giorni nostri di portare con le spalle a terra l’avversario e conquistare la gloria è esattamente lo stesso di allora», mi dice senza mezzi termini Nicola Abbrescia, sette volte campione italiano di lotta greco-romana nella categoria 62 kilogrammi e campione mondiale Master nel 2006. In piedi al suo fianco c’è Marco Papacci, allenatore di quarto livello, reduce dall’incarico di coach della nazionale italiana di lotta Juniores e Senior. «Va detto che la lotta di oggi, seppur animata dalle stesse virtù, non è violenta nell’esecuzione come quella delle origini». Dopo avergli dato il via, mi metto ad ascoltarli mentre si confrontano sulla questione. Più vanno avanti, più mi convinco che il retaggio delle prime contese epiche tutte sangue e sudore decantate da Omero in alcuni versi dell’Iliade sia ancora tangibile.

 

Nel vivo dell'allenamento, gli atleti lavorano sulle tecniche di lotta libera.

Nel vivo dell’allenamento, gli atleti lavorano sulle tecniche di lotta libera

 

Decidiamo di spostarci da un’altra parte. Dalla sala centrale ci dirigiamo alla vicina sala pesi mentre i ragazzi rientrano negli spogliatoi. L’unico a seguirci è Riccardo: classe 1995, tra le punte di diamante della squadra nonchè figlio d’arte. «E’ dura essere allenato da mio padre ma se non ci fosse stato lui probabilmente avrei mollato quando ero bambino», mentre parla il suo sguardo si incrocia con quello di Nicola che sorride soddisfatto. Il legame di sangue che li unisce è evidente. Seduti su una panca, con i rumori dei bilancieri che sbattono sul pavimento come sottofondo, inizia a scorrere un fiume di parole. «Il nostro è uno sport di situazione, un continuo di attacchi e difese. Ogni tecnica si può modificare con delle varianti o delle combinazioni ad hoc», così il maestro Papacci esordisce nel descrivermi cos’è la lotta. Nicola e Riccardo lo seguono assorti.

«Ai lottatori vengono richieste qualità come agilità, potenza, resistenza e capacità di adattamento. Ti posso garantire che alla fine dei sei minuti di gara se non sei allenato adeguatamente le pulsazioni cardiache raggiungono picchi micidiali. Il lavoro sul piano organico e su quello della resistenza è fondamentale».

La conversazione si sposta sulle “Fiamme Oro”: Nicola con emozione palpabile mi descrive il quadro generale. «La nostra squadra è un’eccellenza sportiva italiana. Dal 1954 siamo protagonisti in Italia e all’estero. A livello organizzativo viene rispettata una piramide gerarchica: in cima c’è il presidente di settore, seguito dal direttore tecnico ed infine dal pacchetto di due allenatori per la lotta libera e due allenatori per la lotta greco-romana. Fino a qualche anno fa la nostra base operativa era allo Stadio Flaminio poi il Comune di Roma ha pensato bene di chiuderlo lasciandolo in stato di abbandono. Ora siamo ospiti nella struttura del reparto volanti della polizia in attesa di trovare una nuova casa». Le Fiamme Oro sono infatti un gruppo sportivo appartenente alla Polizia di Stato, in piena continuità con la tradizione millenaria che lega questo sport all’ambito militare.

 

Riccardo Abbrescia atterra il suo avversario con una proiezione sotto lo sguardo del padre (sulla sinistra) e di Marco Papacci (sulla destra)

Riccardo Abbrescia atterra l’avversario con una proiezione sotto lo sguardo del padre (sulla sinistra) e di Marco Papacci (sulla destra)

 

L’entusiasmo a questo punto si smorza un po’. «Negli ultimi anni abbiamo avuto difficoltà a reclutare giovani atleti anche per il fatto di non avere più una nostra sede. Noi però non demordiamo e grazie all’aiuto della comunicazione o allo stesso aiuto delle famiglie romane che ci seguono, speriamo di tornare ad avere tante nuove iscrizioni». Intanto i due maestri cercano di far emergere tutto il potenziale degli atleti che hanno già a disposizione. «Per me far parte delle Fiamme Oro è un onore, non potrei chiedere di meglio. Ogni mia vittoria è dedicata in primis alla squadra, una vera famiglia». Il senso di appartenenza di Riccardo all’ambiente nel quale ci troviamo è viscerale. Quando poi gli chiedo quali sono le sue ambizioni non appare affatto titubante. «Dopo aver partecipato a diversi Europei e Mondiali Juniores, il mio obiettivo è quello di fare bene all’Europeo Under 23. Per fare bene intendo vincere la medaglia d’oro». L’eredità del padre d’altronde è lì che aspetta di essere raccolta. Mi incuriosisce sapere dagli allenatori al mio fianco che genere di guida ritengono di essere. «Io sono da sempre per il metodo carota e bastone. E’ l’unico modo per tirare fuori il meglio dalle persone», mi risponde Marco senza pensarci due volte. «Penso che il mio attivismo politico mi abbia aiutato molto nella comunicazione con gli atleti, nel modo di entrare in empatia con loro». Marco vanta un passato di militanza nell’area della sinistra ed oggi è vicepresidente dell’ “Associazione di amicizia Italia-Cuba”.

«Sono profondamente innamorato della rivoluzione socialista cubana. Sai, il momento più bello della mia vita dopo la nascita di mio figlio è stato quando nel 1996 ho incontrato Fidel Castro a Roma. Un’emozione indescrivibile»

Così mi confessa mentre mi mostra dal cellulare la foto che lo immortala assieme al generalissimo. «Mia moglie è cubana. Io stesso mi sento un po’ cubano. La scomparsa di Castro chiude un’epoca ed è per questo che in settimana mi attende un volo per tornare sull’isola. Il lìder maximo merita un ultimo saluto». Sport e politica si intrecciano diventando quasi un tutt’uno nella vita di quest’uomo. «Tra le diverse cose che cerco di trasmettere ai miei atleti c’è la fame di vittoria che ho visto negli occhi dei ragazzi nelle palestre dell’Avana. Basterebbe un pizzico di quell’approccio ai loro coetanei italiani per poter sfornare medaglie a ripetizione». Nicola nel sentire queste ultime parole appare amareggiato. «Ai nostri oggi manca un po’ la voglia di sacrificarsi, è vero. Il trend però sento che sta cambiando e per questo penso che il movimento italiano ha dei buoni margini di crescita». Anche lui ha le idee chiare sul suo ruolo di allenatore. «Io cerco di migliorare le mie capacità d’insegnamento ogni volta che metto piede in palestra. Ho la sensazione di imparare qualcosa ogni giorno. Cerco di essere un esempio trasmettendo la mia lunga esperienza e sento che da parte dei ragazzi c’è rispetto ed ascolto. Questa per me è un’altra bellissima vittoria».

 

Nicola Abbrescia osserva i suoi atleti

Nicola Abbrescia osserva i suoi atleti

 

Nel corso degli anni nelle Fiamme Oro hanno militato diversi campioni. L’eroe moderno che i maestri ricordano con più affetto è Andrea Minguzzi, vincitore della medaglia d’oro nella lotta greco romana categoria 84 kilogrammi a Pechino 2008. «Andrea è un gigante. Con l’oro alle olimpiadi è entrato di diritto nella storia. Aver avuto l’opportunità di lavorare con lui è stata una benedizione». La gioia e la gratitudine nelle loro parole si può quasi toccare con mano. Da queste parti sono passati anche lottatori che hanno primeggiato in altre discipline come ad esempio Alessio Sakara. Il “Legionarius” lo scorso anno ha avuto la possibilità di migliorare il suo bagaglio tecnico di lotta olimpica con coach Beniamino Scibillia. Da Roma lo raggiungiamo telefonicamente negli Stati Uniti. «La lotta libera e la lotta greco-romana sono le discipline più importanti nelle MMA. La cultura psico-fisica che queste ti permettono di sviluppare è davvero unica». Il suo endorsement è inequivocabile.

«La lotta olimpica è fondamentale in quanto unisce tutte le discipline: senza la lotta olimpica non puoi andare a terra per praticare il brasilian jiu jitsu e non ti puoi difendere per rimanere in piedi e combattere di striking»

Così mi spiega con trasporto. Essendo tra i maggiori promotori delle MMA in Italia, lui che è stato il primo fighter del nostro Paese ad entrare nella gabbia della UFC, gli chiedo in che modo la lotta può rendersi più appetibile. «Io nei miei programmi in televisione e sui social cerco di dare visibilità il più possibile alla lotta olimpica. Secondo me se all’interno del movimento si verificasse un’apertura di mentalità, ci sarebbe più interesse intorno a quest’arte. Bisognerebbe fare come qui in America dove chi pratica la lotta è aperto a qualsiasi altro tipo di sport purché si parli della loro disciplina». Si è fatta quasi ora di cena. Ringraziamo Alessio per il suo contributo e salutandolo usciamo tutti insieme dalla sala pesi. I maestri e Riccardo rientrano negli spogliatoi dopo avermi congedato con una stretta di mano che dire tenace sarebbe riduttivo. Chiudo la giacca e cammino verso l’uscita con Andrea, il mio fotografo di giornata, che mi mostra i suoi migliori scatti dal display della Reflex. Nel frattempo, sul fare della sera, immagino riecheggiare alcuni versi dell’Iliade.

 

I giochi funebri per Patroclo, libro ventitreesimo

“[…]e Aiace si alzò, figlio di Telamone, poi l’accorto Odisseo, che

conosceva l’astuzia. Con le vesti raccolte alla vita, avanzarono in mez-
zo all’arena e si abbrancarono l’un l’altro con le braccia possenti, si-
mili alle travi che un artigiano famoso ha fissato sul tetto di una casa
per difenderla dalla furia dei venti. Scricchiolavano, stretti da braccia
possenti, i dorsi dei lottatori; come acqua scorreva il sudore sul dorso
e i fianchi e le spalle erano coperti di lividi; ma essi bramavano la
vittoria[…]”

 

Il viaggio nel tempo finisce qua.

 

 

Contributi fotografici: Andrea Carcani