Teheran si tinteggia di colori tenui nel momento in cui il pomeriggio si fonde con la tarda serata. Un altro giorno è giunto al termine: per molti, ma non per tutti. In uno stanzone impregnato di sacralità infatti si sono riversati, in religioso silenzio, orde di uomini rivolti verso una piattaforma centrale ribassata. D’un tratto, uno squarcio. Il rumore delle prime percussioni sulla pelle di capra, subito seguita dalla voce ispirata del cantore, crea una nuova armonia.

 

 

Passano pochi secondi e da una porticina si vede entrare una serie di uomini in fila indiana, con indosso una maglia bianca e calzoncini decorati beige e blu scuro. Gli uomini si posizionano all’interno del recinto in basso, uno al centro e gli altri disposti lungo il perimetro, e cominciano a muoversi a ritmo di musica. Alternano con grande maestria esercizi a corpo libero, maneggio di strumenti vari (clave e scudi in particolare) e ballo. Sembra di assistere ad una celebrazione, un rito sacro con una scaletta precisa e intoccabile: sempre uguale ma mai banale. Il tutto scorre con un’intensità pazzesca. Al termine, gli atleti rivolgono un inchino verso il pubblico. Sipario.

 

Le zoorkhaneh rappresentano dei veri e propri cuori pulsanti in Iran

Le zoorkhaneh rappresentano dei veri e propri cuori pulsanti in Iran

 

 

È difficile capire l’Iran. È difficile capire la sua storia e le sue tradizioni. Una serie di ribaltoni politici, con diverse dinastie e forme di governo che si sono susseguite, non facilitano infatti la comprensione dello Stato persiano a chi segue le sue vicende dall’esterno, non solo geograficamente ma anche e soprattutto culturalmente.

 

«Se non capite voi stranieri, non ha importanza. Tanto la cosa non vi riguarda. Non avete
nulla a che fare con le nostre scelte».

 

Lo ayatollah Ruhollah Khomeini fu abbastanza chiaro quando, nel 1979, rispose ad una domanda di Oriana Fallaci sulle intenzioni della neonata Repubblica Islamica Iraniana, durante un’intervista-fiume concessa al “Corriere della Sera”, piena di accesi botta e risposta tra i due. Insomma, gli iraniani trattano in maniera abbastanza gelosa la loro nazione. Ma se c’è qualcosa che può aiutarci a capire nell’intimo questa terra d’Oriente, è proprio la sua tradizione di lotta che all’interno di certi luoghi si fonde con altri elementi caratteristici persiani come la musica e la meditazione. Assume una forma incerta, liquida e fluida, insieme forte ed elastica. Parliamo delle zoorkhaneh, un luogo di culto dell’Iran.

 

 

Diffusissime in tutto il Paese (sono più di 500 in totale), il loro nome significa letteralmente “casa della forza”: in queste palestre si pratica il Varzesh-e-pahlavani, una disciplina che letteralmente significa “sport degli eroi” ed è stata riconosciuta nel 2010 dall’UNESCO come la più antica forma di allenamento guerriero. Per citare direttamente l’organizzazione internazionale,

 

“È un’arte marziale […] una sintesi rituale tra ginnastica e calisthenics, eseguita da un gruppo tra i dieci e i venti uomini, che impugnano tutti uno strumento che simbolizza un’antica arma”.

 

Le radici di questa disciplina sono antiche. Vi sono due distinte teorie, in parte complementari: la prima, di carattere storico-militare, fa risalire il tutto agli usi dell’esercito dei Parti tra il V e il II secolo a.C., in particolare la sezione dei cavalieri catafratti. Questi indossavano delle corazze in metallo (da cui il nome, che in latino, cataphratus, significa “coperto profondamente”) e maneggiavano delle lunghe e possenti lance (da cui gli strumenti impugnati in tempi moderni dai pahlavani).

 

Di antichi uomini e di antichi costumi

 

 

Questa strategia risultò molto utile nel confronto con i Romani, poiché questi dovevano compattarsi per non essere travolti dall’offensiva nemica; in questo modo intervenivano indisturbati gli arcieri a cavallo che facevano man bassa degli indifesi avversari. I romani quindi introdussero nelle loro forze armate anche questa unità. L’altro motivo ispiratore a cui spesso si fa riferimento è posteriore rispetto a quello appena descritto, risale al X secolo circa e fa riferimento a Rostam. Questi è un eroe della tradizione persiana, le cui gesta furono descritte per la prima volta dal poeta Ferdosi nello Shahnameh (o Libro dei Re) ma che venivano narrate oralmente sin dal VII secolo.

 

 

Rostam viene descritto come il figlio di Zal, un bambino nato con i capelli bianchi e perciò (si pensava fosse un cattivo presagio) abbandonato dai genitori in cima ad un monte; Zal fu così allevato da un uccello chiamato Simurgh (rappresentazione di Dio nella cultura Sufi) e diede al mondo un figlio estremamente vigoroso, che diede prova delle sue qualità già da ragazzo, uccidendo un elefante; secondo quanto si racconta guidò l’esercito degli Irani nella guerra contro i Turani e, affrontò sette fatiche, analogamente all’eroe greco Ercole (sebbene la difformità di numero).

 

 

Alcuni storici ritengono che la narrazione di Rostam simboleggi in realtà la resistenza dell’Iran nei confronti degli attacchi delle popolazioni a Nord, come l’Azerbaigian e la Turchia.

 

“I persiani addestrano i loro ragazzi dai 5 ai 20 anni in tre discipline: l’equitazione, il tiro con l’arco e la precisione”. (Erodoto)

 

Sebbene la tradizione guerriera sia antica, le zoorkhaneh come luogo fisico hanno visto la luce solo all’alba del XVI secolo, con l’insediamento della dinastia Safavide e la diffusione dello sciismo come religione di Stato. Non a caso, durante quello stesso periodo avvenne uno stravolgimento culturale che cambiò radicalmente gli usi e anche l’economia iraniana: si tratta della cosiddetta “Rivoluzione del disegno”.

 

Simbolismo e fede nell' Iran profondo

Simbolismo e fede nell’Iran profondo

 

 

I tappeti persiani, prima caratterizzati da disegni semplici e squadrati, accolsero nuove forme artistiche; spirali, ornamenti floreali e arabeschi; quei tappeti, introdotti nelle zorkhane come ornamento caratteristico e resistiti all’usura del tempo, sono firmati con data e committente dell’opera. Le zorkhane si sono poi diffuse qualche secolo più tardi anche in Azerbaijian, e dalla metà dell’800 in poi in Iraq (da cui però sono scomparse dagli anni ’80 del secolo scorso). Definirle palestre viene anche riduttivo, dal momento che sono sono dei veri e propri spazi di condivisione sociale in cui le esibizioni seguono una stretta gerarchia.

 

 

La zorkana è un edificio sacro al cui centro vi è una struttura ottagonale profonda tra i 70 cm e 1 metro e di diametro tra i 10 e i 20 metri, all’interno del quale si esibiscono i pahlevani, secondo una precisa gerarchia: il Morshed (o maestro) è alla cima di essa: si tratta di colui che guida l’intero rito, suonando il tombak (uno strumento tipico a percussione), e recitando poesie gnostiche con un profondo insegnamento per i neofiti. Assieme all’insegnamento dei Sufi, che affianca quello gnostico in maniera sincretica nella cultura iraniana, il credo di origine ellenistica, col suo tipicamente orientale profondo ripudio della ricchezza materiale in luogo della pienezza spirituale, rappresenta la base filosofica di questa disciplina.

 

 

Dietro al maestro, nella scala gerarchica si trova il Pīshkesvat (o campione) che segue da vicino lo sviluppo etico e cavalleresco dei giovani appena iniziati alla disciplina. Gli atleti, che possono approcciarsi a questa nuova disciplina solo dopo aver assistito per un mese alle esibizioni dei maestri (ai lati dell’ottagono ci sono degli spazi, sempre pieni, dedicati a pubblico di ogni età ed estrazione sociale), possono raggiungere un tale status tecnico, religioso e morale da ascendere alla posizione di Pahlevani, ovverosia eroe, una delle maggiori onorificenze nello Stato mediorentale.

 

L’allenamento di alcuni atleti all’interno della zorkana, sotto lo sguardo vigile del ritratto degli Ayatollah

 

 

Tra tutti gli eroi emersi in Iran, ce n’è uno le cui gesta in vita hanno sovrastato quelle di tutti gli altri, tant’è che veniva definito Pahlavan Javan (eroe mondiale): un decesso misterioso gli ha definitivamente aperto le porte dell’immortalità. Si tratta di Gholamreza Takhti, wrestler attivo tra gli anni ’50 e i primi ’60. Takhti fu per due volte argento olimpico nella lotta libera (Helsinki ’52 e Roma ’60) e raccolse nella stessa disciplina il primo oro olimpico della storia dell’Iran in quel di Melbourne ’56, oltre a due ori mondiali e svariate altre medaglie.

 

 

I più grandi onori non arrivarono però sul ring. Di umili origini (il padre era un venditore di ghiaccio morto suicida), Gholamreza era conosciuto per la sua gran generosità, sia sul quadrato che fuori; questo gran pregio, che nella cultura persiana viene definito col nome di javanmardi (traducibile come cavalleria spirituale) si rifà alla cultura sufista e si può rispecchiare in due aneddoti. Il primo, riguardante la sua carriera da lottatore, risale ad una sfida con Aleksandr Medvev, suo rivale sovietico, che era infortunato alla gamba destra. Gholam, consapevole dell’infortunio, decise deliberatamente di non colpirlo in quel punto; alla fine il persiano risultò sconfitto, guadagnando tuttavia il profondo rispetto del suo avversario.

 

 

Un altro episodio, ben più magnanimo, riporta la memoria al 1962. La cittadina di Buyin Zahra, nei pressi di Qazvin, fu colpita da un terremoto che provocò 20mila vittime e grandi disagi; Takhti si occupò personalmente, assieme ad un gruppo di amici, di rifornire gli sfollati di cibo e vestiti, trasportandoli con alcuni camion; raccolse, inoltre anche un’ingente somma di denaro a loro supporto. Gholamreza non si fece mancare un certo rilievo politico: fu una delle principali figure del Partito socialista iraniano (di cui divenne anche segretario generale) sostenendo Mossadeq, il Primo ministro che si opponeva allo scià atlantista.

 

Gholamreza, eroe dell' Iran

Gholamreza, eroe del popolo iraniano

 

 

Gholamreza morì nel 1968 ufficialmente suicida, ma vi è una coltre di mistero sulla sua dipartita: dopo una lunga serie di arresti da parte della Savak, ovvero i servizi segreti iraniani, due giorni prima di morire firmò segretamente il suo testamento, il che ha lasciato ipotizzare un omicidio politico. Dopo la rivoluzione islamica, la figura di Takhti fu riabilitata e onorata fin quasi alla venerazione; alcuni dei membri della Savak furono portati a processo e ammisero che i diversi arresti del leggendario atleta avevano una matrice politica, ma non ammisero mai la sua uccisione. Ancora oggi Gholamreza viene celebrato come uno dei più grandi sportivi della storia persiana, se non il più grande.

 

 

L’espansione di questa disciplina conobbe il suo massimo splendore a cavallo tra il XIX e il XX secolo, con l’opera di Nasser al-Din Qajar, particolarmente appassionato di sport. Decaduta la dinastia cagiara nel 1925, il suo successore, Reza Pahlavi, oscurò questa disciplina con l’intento di far cadere nell’oblio le usanze dei precedenti regnanti. Tuttavia -e questo episodio è paradigmatico della contraddizione continua rappresentata da questa nazione- il figlio Mohammed Reza, insediatosi nel 1941, si affermò come “restauratore dell’Onore della Persia”, recuperando tra le altre cose la tradizione dello “sport degli eroi”, che però, per essere reso più popolare, venne rinominato varzesh-e-bastani (sport degli antichi).

 

 

Nel riesumare antichi costumi, il secondo e ultimo scià della dinastia Pahlavi riformò la Guardia Javedan, cioè Guardia Immortale; il riferimento strizzava l’occhio al corpo speciale degli Immortali, in persiano denominati Anusiya (cioè compagni): questi erano il gruppo speciale della guardia imperiale del Re persiano durante la dinastia Achemenide, che partecipò -tra le altre- alle battaglie di Maratona e delle Termopili. Lo stormo era formato costantemente da 10mila guerrieri poiché se uno di loro veniva a mancare, era subito rimpiazzato.

 

Un ritratto di Mohammad Reza Pahlavi

 

 

Casualmente o meno, il regno di Mohammed Reza Pahlavi fu salvo anche grazie al contribuito di questi guerrieri. Durante l’operazione Ajax avvenuta nell’estate 1953 e che si concluse con un golpe ai danni del potere socialista, l’ambasciatore statunitense in Iran Loy Henderson ritirò 400mila dollari da una banca di Teheran (i conti dello scià erano stati bloccati mentre questi era in rifugio a Roma presso l’amico Enrico Mattei, presidente dell’Eni). Tramite Roosevelt, il denaro fu consegnato a bande di combattenti del varzesh-e-pahlavani, che li distribuirono alla popolazione in cambio del sostegno allo scià.

 

 

Il tributo del Pahlavi agli Immortali non è affatto casuale. Da loro gli atleti della zoorkhaneh traggono movimenti ed esercizi per l’esibizione. Le usanze persiane in tal senso sono state scoperte dai britannici in India nel XIX secolo ed esportate successivamente in Europa. Dopo un riscaldamento a ritmo progressivo, i pahlavani cominciano l’allenamento vero e proprio partendo dai sang, gli scudi, con il sang gereftan. Stesi a terra o anche in piedi, i ginnasti impugnano questi strumenti in legno (materiale comune a tutta l’attrezzatura).

 

 

Questo allenamento stimola particolarmente i polsi e le spalle. L’esibizione principale è quella con i mil, clave che raggiungono fino ai 50 kg di peso, che vengono maneggiate dagli atleti con movimenti di allungamento e anche alcuni più spettacolari, quasi da giocoliere, per i più pratici. In questo frangente intervengono le capacità propriocettive, oltre alla tonificazione di spalle, bicipiti e tricipiti. Infine, vengono utilizzate delle barre lunghe tra i 50 ed i 70 cm per i piegamenti. Strumenti semplici, ma dalla efficacia comprovata.

 

Gli immortali, antico corpo d’elite

 

 

Nonostante la caduta dello scià e i nuovi costumi della Repubblica Islamica abbiano portato ad un drastico calo di praticanti della disciplina, la sua influenza sul mondo iraniano è ancora ben marchiata. Nel settembre 2015, mentre Iran e USA cercavano un accordo sulle questioni nucleari, il settimanale riformista Seda pubblicò un numero con il presidente afroamericano Barack Obama in prima pagina in ginocchio accanto alle clave prima descritte.

 

“Obama è pronto per la zoorkhaneh?” Recitava il titolo di copertina.

 

Un altro legame porta alla più stretta attualità. Nel mese di agosto ha cominciato a circolare su Twitter un’immagine di Qassem Soleimani, ex generale delle Forze Quds, eliminato in un raid americano il 3 gennaio dell’anno corrente. La foto in questione, in bianco e nero, ritraeva Soleimani da giovane, a petto nudo, in un luogo non meglio precisato. Nella discussione che si è scatenata, qualcuno ha ipotizzato che fosse proprio un’istantanea all’interno di una zoorkhaneh; è intervenuto così Arash Azizi, biografo del generale, che ha confermato la sua esperienza nelle palestre iraniane, precisando che lo stesso ha avuto un retroterra di karate e pugilato che gli fu fondamentale per entrare nelle forze della rivoluzione. Sebbene fu inizialmente escluso per via di dubbi sulla sua religiosità, venne posto a capo della XIV sezione del Thar Allah, un’unità all’interno dei pasdaran.

 

Qassem Soleimani è stato un generale insuperabile (Office of the Iranian Supreme Leader via AP, File)

 

 

Osservare il valore sociale e la meticolosità di queste usanze, che si rifanno evidentemente al vecchio adagio mens sana in corpore sano, induce ad una riflessione sulla distanza che separa la civiltà occidentale -intesa non solo geograficamente, ma anche sul piano della mentalità- rispetto a quella ascetica che si sviluppa in Oriente.

 

 

Mentre le palestre moderne si attrezzano con strumentazioni sempre più tecnologiche, questi uomini fanno ricorso alla praticità del legno; mentre nelle prime si trovano individui muniti di cuffie e smartphone, dall’altro lato del mondo ci si unisce in un unico rito; i pahlavani rappresentano l’atto, laddove gli altri rappresentano l’azione. Ma anche in questo caso non si può capire. Non ce n’è bisogno. È qualcosa che riguarda l’Iran, e solo loro.