Ritratto di Don Fabio: non profeta, ma vincente.
«Ero sicuro che sarebbe diventato un ottimo tecnico. Mi sono sbagliato. È diventato il migliore». (Nils Liedholm su Fabio Capello, citato in “Storia delle idee del calcio”, Mario Sconcerti). Raro sentire un giudizio tanto netto da parte del grande Liddas, personaggio stratosferico, che solitamente prediligeva l’uso dell’iperbole quando veniva riferita a sé stesso: giudizio non così peregrino, anche solo dando un’occhiata di sfuggita alla ricchissima bacheca del tecnico di Pieris. Eppure, strano a dirsi, uno dei personaggi più vincenti della storia del nostro calcio è sostanzialmente ignorato dagli aedi moderni, e fatica terribilmente ad uscire dagli angusti confini della cronaca per entrare nella leggenda. Perché?
Eppure l’esistenza terrena di Fabio Capello è ricchissima di vicende appassionanti che ben si prestano a diventare mito da tramandare. Pensiamo solo alla narrazione delle sue origini: al padre, maestro elementare, che passo dopo passo, un metro dopo l’altro, fa ritorno a casa dopo aver sperimentato sulla propria pelle prima gli orrori della guerra, poi quelli dei campi di concetramento. «Era nato in Ungheria perché i nonni si erano trasferiti là nel 1915. Da capitano di artiglieria non aderì alla Repubblica di Salò, così fu fatto prigioniero. Ha vissuto l’orrore di sei campi di concentramento», ricorda Fabio Capello in un’intervista al Corriere della Sera.
E ancora: «È sopravvissuto perché nell’ultimo periodo si cibava di patate. Mi ha detto che, fragili come erano, persino ridere poteva essere pericoloso, quasi fatale».
Poter tornare a godere degli affetti più cari, di quella serena quotidianità così a lungo desiderata e che sembrava definitivamente perduta, ne accende l’ardore che è anelito di vita. Da quella scintilla nove mesi dopo, nel giugno del ‘46 e nel Friuli profondo (a Pieris, una frazione del comune di San Canzian d’Isonzo, provincia di Gorizia), nasce quello che oggi conosciamo come Fabio Capello.
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