Papelitos
03 Luglio 2023

Cristophe Galtier in una Francia che brucia

Si spengono i lumi, si accende la rabbia.

Aux armes, citoyens! La Francia brucia, le banlieu si sollevano e la protesta deflagra. Da martedì, dopo l’uccisione del diciassettenne Nahel, secondo molti per motivi razziali, la protesta è divampata in tutto l’Esagono. Dalla notte di Nanterre oltre tremila arresti e intere città messe a ferr’e fuoco. Il conflitto è sociale e quindi etnico: guerriglia civile, accuse di razzismo, islamofobia e voglia di rivalsa, cattiveria. L’odio, la haine, il problema non è la caduta ma l’atterraggio.

La patria dei Lumi s’accovaccia su se stessa, l’irrazionalità domina, les enfants de la Patrie sono disorientati. Parigi, la Ville Lumiere, s’ingrigisce e s’oscura, grande è la confusione sotto il cielo. Della liberté resta l’anarchia e della fraternité una fame fratricida: degenera il trittico dei valori illuministi e come accade in questi casi la prima vittima è la verità. Eppure la Francia ribolle da anni e, banalmente, lo si può vedere anche nel pallone.

Quando in Coppa d’Africa ad esempio vince l’Algeria, e per le strade transapline si riversa la gioia, espressa in forma di violenza, dei ‘nuovi francesi’, simbolo del sentimento di rivincita che i giovani di seconda o terza generazione provano nei confronti di quella Francia che li ha (dis)integrati. Una bomba pronta ad esplodere, che solo chi conserva le spessi lenti dell’ideologia poteva far finta di ignorare. Lo ha ammesso anche Manuel Valls, ex premier socialista ed ex ministro dell’Interno francese, che al Corriere della Sera ha parlato di crisi dell’autorità dello stato, di una questione che va ben oltre il piano economico-sociale.

«Parte di loro non si sono integrati (gli immigrati e i loro discendenti, ndr). Non si sono assimilati, non amano la Francia, le sue istituzioni, i suoi simboli».

Non amano, dice Valls, in una gentile concessione al politichese. Continuando poi: «Nanterre non è una città povera. Il lavoro c’è». E però «Sono crollate le grandi istituzioni politiche, il partito comunista, la chiesa, i sindacati, le grandi associazioni. Anche i sindaci non hanno più la forza che avevano vent’anni fa (…)». In questo vuoto di potere, di ideali e di immaginario, prosegue l’ex premier socialista, «l’Islam ha preso un ruolo importante, forse eccessivo».



Alla questione sociale va inevitabilmente a legarsi la vicenda di Christophe Galtier, allenatore del PSG arrestato venerdì – insieme al figlio poi rilasciato – per “sospetta discriminazione su base razziale e credo religioso”. Secondo le indiscrezioni nella stagione ’21-’22 Galtier, sulla panchina del Nizza, aveva lamentato l’eccessiva presenza di giocatori neri e musulmani in squadra («metà della squadra è in moschea il venerdì pomeriggio»), riportando come tale composizione non corrispondesse alla volontà della gente di Nizza.

Su di lui grava l’accusa di “molestie morali e discriminazioni fondate sull’appartenenza o non appartenenza, reale o presunta, a un’etnia, una nazione o una cosiddetta razza determinata o religione” e in base al codice penale francese rischia fino a 3 anni di reclusione e 45 mila euro di multa. Christophe Galtier aveva poi negato e preso le distanze da tali dichiarazioni: troppo tardi però, perché il problema non è la caduta ma l’atterraggio e nel frattempo il mostro è in prima pagina. Ancora una volta i nodi cruciali sono la libertà, prima ancora che d’espressione, d’opinione, e la tutela da un sistema mediatico vorace.

Christophe Galtier è un personaggio spigoloso, diretto, scontroso, tranchant.

C’è il rischio, tuttavia, che stia pagando per un’opinione eventualmente lecita – perché vivaddio, a certi livelli si può anche constatare che le abitudini religiose (legittimissime!) possano condizionare le prestazioni sportive – e, ancor più grave, per un’opinione non sua. Quando sostiene l’eccessiva presenza di questi calciatori in squadra lo fa riportando anche “ciò che vuole la gente” e che gli è stato confidato in un ristorante da alcuni tifosi. Vox populi, vox dei, si diceva un tempo e prima che Dio (o almeno quello cristiano) fosse dichiarato morto.

Ad ogni modo, trovandoci nell’ordine dei sospetti, delle indiscrezioni e dei non detti, non sappiamo bene cosa Galtier abbia detto né cosa pensi davvero, e certo non è nel nostro interesse levare spade e scudi per difenderlo a priori. Occorre però fare attenzione alla deriva della gogna per un’opinione personale – per quanto infima, incerta e mai espressa pubblicamente – ad opera del famelico turbinio mediatico, soprattutto in questi giorni di tumulti e tensioni.

Soffiano sul fuoco francese i disonori della cronaca, alimentando una legge dei sospetti che più che alla verità sembra tendere ad un terrore giacobino. Non sappiamo per quanto le banlieu bruceranno, quanto la Ville Lumiere resterà adombrata dagli scontri e cosa ne sarà di Christophe Galtier. Ciò che è certo, è che bisogna guardarsi bene dalla tentazione di elevare a verità il sospetto, di procedere per processi sommari e alimentare verità fittizie di cui non sappiamo gli effetti. Allons enfants, il problema è l’odio, la haine. Non è la caduta ma l’atterraggio, quando ne scopriremo le conseguenze.

Gruppo MAGOG

Matteo Zega

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