Ultra
19 Novembre 2025

Il libro nero della Serie A

Inchiesta sulle proprietà del nostro massimo campionato.

La seguente è un’inchiesta, di cui nel nostro paese si riscontrava un’assoluta mancanza, sui proprietari delle squadre di Serie A. Il football d’altronde, nazionale e non solo, ha preso una direzione poco comprensibile – tra slanci ultra modernisti e torpori super revisionisti. E per capire bene quale sia la destinazione del calcio (non) italiano, dobbiamo comprendere bene chi lo guida.

Intanto calcio (non) italiano perché la nostra massima serie ha assistito, in questi anni, all’ingresso di un crescente numero di investitori stranieri – e per la prima volta ha iniziato una stagione con la maggioranza di proprietari stranieri rispetto a quelli italiani (11 su 20), con addirittura 7 controllanti di società della nostra massima serie con sede nel Delaware, il paradiso fiscale statunitense, dove risiedono le Limited Liability Company di Atalanta, Bologna, Fiorentina, Inter, Milan, Roma e Verona (fenomeno, quello dei rifugi fiscali, comunque iniziato già qualche anno fa).

Questo, che era il nostro spunto iniziale, voleva essere anche il nucleo centrale di un discorso (pur lontano da retoriche nazionaliste) di perdita di identità patriottiche in un mondo globalizzato dal capitalismo – con l’ipotesi, tutta poi da dimostrare, di una connessione direttamente proporzionale tra calo del senso di appartenenza e calo del livello tecnico. Di tutto il discorso, però, non è rimasto altro che la mera attestazione del dato numerico che legittima il fatto che il calcio italiano non è più italiano.

Poco più di questo, comunque; però, nell’inchiesta, ci siamo imbattuti in tutt’altro.

Scavando nel panorama desolante dell’economia calcistica italiana, siamo partiti dal presupposto che esistono tre grandi categorie di proprietà: gli italiani (con i tradizionali patron di Cagliari, Cremonese, Juventus, Lazio, Napoli, Sassuolo, Torino, Udinese, e l’insolita cordata a capo del Lecce); i presidenti stranieri (Como, Genoa, Roma) insieme agli italo-americani di ritorno (Bologna, Fiorentina, Parma); e i fondi di investimento con la particolare presenza di società di private equity (Atalanta, Inter, Milan, Pisa, Verona).

All’interno di questi tre filoni c’è davvero di tutto: dal magnate russo che gestiva i soldi degli oligarchi vicini a Putin e li faceva entrare nell’economia britannica (anche se nessuno ne parla perché ha anche la cittadinanza statunitense), all’imperatore del formaggio il cui padre ha intrattenuto stretti rapporti con il fondatore della mafia americana, fino al re dell’acciaio che distribuisce a pioggia soldi ai partiti politici; e ancora dal milionario romeno che non si sa dove trovi i soldi per gestire una squadra della massima serie italiana ai due fratelli miliardari indonesiani che vogliono trasformarne un’altra in una succursale di Disneyland.



E poi ci sono i fondi d’investimento, con le mani in pasta un po’ ovunque e diversi scheletri nell’armadio, elementi puri di instabilità: società che nascono per rilevarne altre in difficoltà economica, sistemarle finanziariamente per poi rivenderle con un alto profitto. Senza un vero progetto sportivo ma con un programma di repulisti finanziario – il che, per carità, non è di per sé un male, ma non per forza va di pari passo con la crescita sportiva.

Pensiamo, per esempio, a come alcune società perseguano in maniera sclerotizzata il mantra algoritmico delle plusvalenze continue o, peggio, a come ai club in situazione critica tavolta convenga (proprio nel senso del ricavo in bilancio) smobilitare la rosa con una campagna cessioni sostanziosa, retrocedere sul campo e accedere così ai paracadute Serie B, il sostegno che la Serie A fornisce alle squadre per attutire l’impatto del passaggio alla categoria inferiore, e tentare poi una nuova scalata successivamente – magari con un nuovo proprietario che si troverebbe con un bilancio ripulito e un monte ingaggi spianato.

Una logica del genere, per quanto comprensibile, va contro la logica sportiva: sono grammatiche differenti che non dovrebbero sovrapporsi per non travasare il sistema sportivo nel sistema economico, dando più rilievo ai traguardi del secondo rispetto al primo. Proprio per evitare che si formi questa sovrintendenza economica onnipotente al fatto sportivo, in Germania è vietato per le società di private equity acquisire squadre di calcio — mentre la nostra federcalcio sembra spalancare le porte e srotolate tappeti rossi a qualsiasi fondo d’investimento.

Ma non è tutto avvolto dalle tenebre. Esistono anche esempi edificanti come quello del Sassuolo e della famiglia Squinzi, della cordata del Lecce con a capo un professore ordinario di diritto amministrativo e avvocato cassazionista come Sticchi Damiani, dell’imprenditore e filantropo Krause alla guida del Parma.

Noi vi diremo ciò che le schede dei vari organi di informazione (che spuntano come funghi ogni qualvolta un nuovo personaggio si affaccia nel nostro mondo acquistando questa o quella squadra) non vi vogliono o possono dire; articoli copincollati che cesellano sempre in bello stile il volto del nuovo presidente di turno, come a formare un complesso scultoreo inossidabile. Ecco: qui metteremo metaforicamente la dinamite sul Monte Rushmore dei proprietari delle squadre di Serie A, per svelare ciò che si nasconde dietro le apparenze.

Lo faremo con tre episodi dedicati (uno alle proprietà italiane, uno alle straniere, uno ai fondi di investimento) che usciranno a cadenza settimanale per gli abbonati a Contrasti ULTRA. Ponendoci insieme una domanda: se il calcio italiano è in declino, tecnico ed economico, siamo sicuri che ciò non abbia a che fare anche con i dirigenti dei suoi club più rappresentativi?

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